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Di progetti incerti e dintorni

humor o non humor, questo è il problema
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Di progetti incerti e dintorni
Dylan Dog Color Fest 4


Di progetti incerti e dintorni


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Scheda IT-DD-CF4a

Scheda IT-DD-CF4b

Scheda IT-DD-CF4c

Scheda IT-DD-CF4d

Allegro ma non troppo

Il Dylan Dog Color Fest nacque tre anni or sono sotto i migliori auspici. Sperimentalismo fu la parola d’ordine. E l’iniziativa, seppur tardiva per un personaggio collaudato e famoso come Dylan Dog, era degna di nota. Esplosione di colori, si diceva. Ed esplosione di colori fu. Ma qualcosa non funzionò sin dall’inizio. Qualcosa che rese la pubblicazione extra nient’altro che una replicazione di quella regolare, con i suoi pregi e i suoi difetti (soprattutto questi ultimi). A una volontà sperimentale ben visibile dal punto di vista grafico fece da contrappeso una narrativa pressoché invariata. Certo, nel corso degli anni si sono avvicendate storie poco riuscite o normali (anche di buona fattura, come Videokiller o La fiaba nera) ad alcune eccellenti varianti (Il pianeta dei morti). Mai però si è assistito a una convincente linea editoriale che connotasse con chiarezza d’intenti la sua ragion d’essere: la variante, la sperimentazione, si è limitata all’iniziativa del singolo sceneggiatore. Ecco dunque arrivare un altro esperimento, il Color Fest Humor, reinterpretazione grottesca e spiritosa del mondo dell’Indagatore dell’Incubo, nonché primo numero "a tema" della collana. Ma, ancora una volta, incertezza e indecisione prevalgono. Lo humor è da intendersi soltanto per quanto concerne il comparto grafico, ma le storie sono "normali", persino drammatiche. Solo due autori, rispettivamente Faraci ed Enna, e con esiti diametralmente opposti, cercano di rintracciare lo spirito e il tema della pubblicazione; gli altri due, Bartoli e Gualdoni, procedono senza curarsene (quest’ultimo forse ancor di più). E dunque ancora una volta si resta sostanzialmente a metà del guado, seppur con una differenza: questo Color Fest ci dice espressamente quale avrebbe dovuto essere il suo significato originario. Sperimentazione, appunto. Le nostre quattro storie sarebbero (state) in tema anche senza essere raccolte come altro rispetto al progetto tradizionale.

Una frivola "musealizzazione"

Tiene a battesimo questo quarto Color Fest con la sua Manichini Tito Faraci, coadiuvato ai disegni da un Cavazzano molto brillante e vigoroso.
La storia, che di primo acchito sembrerebbe calarsi letteralmente nello spirito del volume (complice anche l'impatto che disegni così disneyani certo suscitano nel lettore abituale), è fondamentalmente un esercizio di stile in cui si cerca di giocherellare con la psicologia del personaggio e con i meccanismi della narrazione dylandoghiana (tanto che le ultime pagine mostrano una classicissima conversazione di Bloch e Dylan in un pub). Per qualche tavola vengono sbeffeggiate la simpatica cialtroneria del personaggio, la sua facilità all’innamoramento e altre piccole manie (non ultima quella relativa all’abbigliamento!), e però procedendo di cliché in cliché, senza creare un’impalcatura solida che sorregga la storia - le battute, singolarmente prese, potranno anche essere divertenti, ma la loro vita si esaurisce nello spazio di una-due vignette, troppo poco per creare una narrazione. Tuttavia lo sceneggiatore va ben presto a sostanziare la sua creatura con un accenno di trama, sia pur minimale. E come avveniva per la prima parte, anche l’«espediente narrativo» rimarrà fine a se stesso: si sottolinea che si vuol far ironia anche sui meccanismi narrativi, e a questo ci si limita.

Bombamenti su Londra
disegni di Giorgio Cavazzano

(c) 2010 SBE

Bombamenti su Londra<br>disegni di Giorgio Cavazzano<br><i>(c) 2010 SBE</i>
In sostanza, la storia di Faraci si configura come un’epidermica rimasticazione dei luoghi comuni dylandoghiani priva di un vero spessore umoristico, che vira verso una comicità eccessivamente leggera, tanto da rendere alquanto vacua tutta l’operazione, quasi un guscio vuoto. Pur ravvisandosi una tecnica scrittoria ineccepibile sotto il profilo formale, essa si dimostra insufficiente a reggere le trentadue pagine. Neppure trovate quali quella della ragazza svedese poco loquace o dell’esistenza di una Londra popolata da manichini sottraggono la storia dalla frivolezza più impalpabile.
Dicevamo di Cavazzano. Vigoroso e brillante sì, ma anche accurato e caricaturalmente efficace. Oltre che esaltato da una colorazione rutilante e vivace che ne valorizza l’espressività del tratto e lo slancio delle anatomie.

La prigione di carne

La seconda storia è opera di due esordienti di vaglia, di cui uno alla sua prima prova in assoluto con il personaggio: esordienti rispetto alla nostra serie, naturalmente, ché si tratta di due nomi ben noti al pubblico delle nuvole parlanti. E per la sua prima Bartoli s’incentra su un tema particolarmente delicato quale quello dell’aspetto fisico e dei problemi di (auto)accettazione a esso connessi. La mano dello sceneggiatore modella armoniosamente personaggi e psicologie sviluppando una trama dai toni delicati e di spessore, senza eccedere in gratuiti virtuosismi. Né tragga in inganno la semplicità del soggetto o persino la sua presunta prevedibilità: l’autore riesce a imbastire una storia perfettamente calibrata per le trentadue pagine, nonché straordinariamente aderente al protagonista.
Dylan Dog ingrassa a ritmi vertiginosi senza alcuna apparente spiegazione; tormentato da dubbi ossessivi innescati dalla paura per il mutamento del proprio corpo e dall’effetto che questo mutamento genera nell’opinione altrui (emblematica la sequenza onirica delle pp. 48-51), egli trova sostegno e comprensione in Jenny, titolare di un negozio d’abbigliamento. Con queste premesse, Bartoli delinea incisivamente la natura del disagio, mostrandone le sfaccettature; e agendo con cautela sul protagonista trasporta il lettore fino alla rivelazione finale. Una rivelazione che, per quanto non rinunci in toto all’effetto sorpresa e, in parte, a una manierata leziosità, mette in gioco sentimenti autentici, persino toccanti, che escludono la possibilità di una deriva retoricheggiante (significativa l’ultima tavola, in cui Dylan scrive nel suo diario, concludendo con sentita malinconia l’intera vicenda). Mette conto sottolineare anche la disinvolta gestione di Groucho, che torna ad essere l’assistente demenziale di sempre e in simbiosi narrativa con il suo capo. Senza cadute di stile o forzature di sorta.
Per parte sua, Carnevale esalta la storia mediante tonalità cupe e luci soffuse, delicate ma inquietanti, tendenti a evidenziare quei sentimenti che scorrono tra le pagine con naturalezza e vanno a comporre il mosaico di tutta l’operazione. L’artista non ha difficoltà a rappresentare le diverse sfumature del racconto, cogliendone lo spirito fino a portarlo al suo compimento, finanche all’esaltazione visiva (si veda a titolo d’esempio il primo piano del demone Samael a p. 64). Il registro prettamente grottesco consente al Nostro di rappresentare un Dylan e un Groucho fortemente espressivi, ben modellati nelle pose e nei movimenti. Il dinamismo vibrante del tratto restituisce all’occhio tutti quei dettagli grafici che arricchiscono la scena, rendendola magneticamente suggestiva e completa.


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