Repetita iuvant ... o no?

una storia da secondo sguardo
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Repetita iuvant ... o no?
Dylan Dog 277

Scheda IT-DD-277

"Il giorno del licantropo" presenta diversi elementi tipici della narrazione meddiana, quantomeno per quanto riguarda Dylan Dog, ed i cui echi si riscontrano ad esempio anche in storie come "La prigione di carta" o "Vittime designate". Il loro è un fascino da seconda lettura, ossia di una storia che si sviluppa tra le pieghe della storia "principale", e che per l’appunto può essere scorto e definito solo se ci si approccia alla rilettura con un occhio più curioso e partecipe.

In queste storie manca in gran parte la componente spiegazionistica, tipica di quella scuola di pensiero/sceneggiatura che si pone come imperativo quello di lasciare la mente del lettore completamente scevra da qualsiasi dubbio, perché tutte le domande poste devono essere in qualche modo fugate (e ciò, abbastanza inevitabilmente, anche a discapito di un’equilibrata distribuzione dei diversi segmenti narrativi all’interno delle pagine a disposizione).
Medda pone invece se stesso, e di conseguenza pone Dylan prima ed il lettore poi, in un’ottica assolutamente "umana", che spesso e volentieri può solo registrare eventi molto o poco fuori dall’ordinarietà, senza la possibilità di spiegarli nella loro interezza: è quell’impossibilità di addivenire ad una visione razionalizzante che genera e conduce ad un senso di frustrazione per l’incapacità di sciogliere i propri dubbi, ma che al contempo è la molla per quell’ulteriore sforzo di volontà che ci permette (o almeno tenta) di farci andare avanti senza rimanere vittima di rimpianti, rimorsi et similia, proprio per quell’avvenuta placida rassegnazione dei propri umani limiti, e che può divenire così rasserenamento ed incipit per il giorno successivo.
Dylan vive con sobria rassegnazione il suo continuo ripercorrere un giorno sempre uguale, mettendo così in risalto quel suo peculiare atteggiamento nei confronti dell’insolito che lo ha posto come "figura di carta" del tutto rivoluzionaria, al momento della sua uscita nelle edicole. Un atteggiamento che si è alquanto appiattito nel corso degli anni e delle storie (ma questo è un fatto ben noto!), e che quindi infonde un piccolo senso di consolazione quando riaffiora qua e là, per quanto in una forma diversa, semi-nascosta, quasi si fosse adattato allo scorrere del tempo e avesse imparato a preservarsi in qualche modo da una sua definitiva scomparsa (la quale purtroppo è una prospettiva sempre viva all’orizzonte).

Aspettando l'insolito
disegni di Angelo Stano, Dylan Dog n.277

(c) 2009 Sergio Bonelli Editore

Aspettando l'insolito<br>disegni di Angelo Stano, Dylan Dog n.277<br><i>(c) 2009 Sergio Bonelli Editore</i>

Dylan vive con sobria rassegnazione il suo continuo ripercorrere un giorno sempre uguale, mettendo così in risalto quel suo peculiare atteggiamento nei confronti dell’insolito...
In base quindi a quanto detto, la causa della mutazione del sig. Tally in lupo mannaro perde di importanza all’interno della "reale" economia della narrazione, così come la singolare capacità del serial killer di avvolgere il tempo per rimandare indefinitamente la data prefissata della sua esecuzione, o la sua ossessione nel tatuare il segno "rewind" sul proprio corpo e su quello di Corinne Davenport.
Ciò che ne viene di rimando in risalto è la già citata volontà/capacità di Dylan di camminare con la sua umana fragilità nei territori grigi dell’incomprensibile e dell’inaspettato, peculiarità recuperata ed arricchita da Medda da un contesto particolarmente "British", che a sua volta ci fa ricordare dove effettivamente Dylan vive e lavora. In tutto questo ovviamente si inserisce con abile cesellatura la presenza funzionale di Groucho, il cui spirito si presta perfettamente ad affrontare con disincantata ironia i medesimi territori grigi dell’incomprensibile e dell’inaspettato, ed è per questo che Dylan e Groucho hanno bisogno l’uno dell’altro per far funzionare al meglio una storia. Dylan Dog non è stato concepito come l’investigatore solitario con la spalla comica (sebbene una figura similare fosse nelle primeve intenzioni di Sclavi): quello tra Dylan e Groucho è un sodalizio in cui la sequenza "avventura/battute/lancio della pistola" non è uno schema predefinito su cui impostare una storia (differentemente magari da alcuni stilemi archetipici di Tex), e purtuttavia una storia di Dylan non può dirsi tale se manca di esso. Non è un paradosso se, come detto in precedenza, l’occhio del lettore si pone in maniera curiosa e partecipe.
Il segno di Stano - può essere fin troppo facile dirlo, a questo punto - si pone come migliore interpretazione di questo Dylan perfettamente classico pur in forma più coerente con i tempi correnti. Il suo tratto mette ottimamente in risalto l’apparente staticità degli eventi che costellano la vicenda, anche qui rendendo una galleria di personaggi ben caratterizzati pur senza essere caricaturali, e per certi versi ricordando le atmosfere del primo numero della serie. Anche questo ovviamente ad una seconda lettura.
Quest’albo è una sfida per il lettore. Nessun rimprovero quindi se, di primo acchito, se ne potrebbe bollare il contenuto come "superficiale interpretazione del tema del giorno che si ripete uguale a se stesso".
L’importante è tornare, anzi saper tornare, ad affrontare la lettura, ben consci che ci si trova di fronte Dylan Dog, non un blockbuster hollywoodiano. Dylan Dog n.277, "Il giorno del licantropo", di Michele Medda e Angelo Stano, Sergio Bonelli Editore, 100 pg., b/n, brossurato, in edicola da ottobre 2009, €2,7

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