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Molto colore per nulla


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La sposa del Diavolo

Dopo il preambolo che narra di come e perché Kelly sia scomparsa la storia entra nel vivo e con essa Dylan che porta avanti la più classica delle indagini: interroga i paesani, fa domande ai famigliari e vaga per il piccolo paesino tentando di ricucire le poche informazioni che ha raccolto, assillato dal dubbio che il tutto possa rivelarsi solo una macabra coincidenza. I lettori già sanno che così non è, così possono solo rimanere in attesa che Dylan trovi la strada giusta. In soldoni, questa prima parte della storia risulta più godibile, mentre si arena un po’ verso la conclusione, non riuscendo a conferire alla vicenda soprannaturale un’efficace aura di sorpresa o di drammaticità, e di conseguenza limitando il coinvolgimento del lettore. Mastantuono si occupa, oltre che del soggetto e della sceneggiatura, anche dei disegni (aiutato ai colori da Pasquetto). Il suo tratto è forte, segnato da linee che delimitano volti e segnano espressioni. I colori creano una discreta atmosfera e rendono bene l’angoscia del paese durante la prima parte del racconto. Forse è solo nello scontro finale, nell’antro del demone, che perdono il loro effetto non riuscendo a regalare profondità e sfumature alla conclusione dell’avventura.

Il Buio nell’anima

Chiaverotti è andato sul sicuro, con Mana Cerace, ed in fin dei conti è stato anche abbastanza onesto. Perché? La spiegazione è semplice: sua è infatti la paternità della reincarnazione (o come la si vuol chiamare) di Philip Crane, assurto a creatura del buio dopo la sua morte, uno dei villain a tutt’oggi più rappresentativi dell’immaginario dylandoghiano, nonostante il numero esiguo di apparizioni (questa è la terza, oltre 15 anni dopo la sua ultima apparizione sulla serie regolare nel n.68, la quale a sua volta seguiva - a più ragionevole distanza - il debutto registrato nel n.34). L’apologo sull’onestà deriva dal fatto che in 32 tavole l’autore ha saputo inserire con consumata abilità tutti i principali topoi relativi a Mana Cerace: la filastrocca, il senso di oppressione, il confronto tra investigatore dell’incubo e l’oggetto di indagine del medesimo, una velata forma di moralità di Mana, subito controbilanciata da un’ostentata follia omicida, la luce (qui concentrata in un fascio laser) come nemico invitto della tenebra, l’immancabile finale aperto. Ciò ha permesso alla storia di filare liscia con un apprezzabile ritmo, senza apparenti cadute di stile, e per di più dimostrando come una eredità "storica" del genere sia gestibile anche nel volgere di poche pagine (per quanto a colori!), senza quindi la necessità di magnificare ad ogni costo un personaggio importante affibbiandogli special e/o giganti e/o pubblicazioni speciali, in ogni caso storie dall’obbligato enorme numero - e dispendio - di pagine. Questo è un giudizio che sovviene però solo ad una seconda lettura, e proprio perché una certa politica portata avanti da altri autori della testata ha quasi come indotto il lettore ad aspettarsi storie lunghissime quando si parla di personaggi o eventi che hanno fatto la fortuna della testata (il recente speciale 23 con l'angelo Saul e gli "illuminati" ne è purtroppo un esempio appropriato).

Il Buio nell'anima
disegni e colori di P. Evangelisti

(c) 2009 SBE

Il Buio nell'anima<br>disegni e colori di P. Evangelisti<br><i>(c) 2009 SBE</i>
Passando oltre, è da notare come lo stile di scrittura di Chiaverotti sia rimasto praticamente identico rispetto a come lo si era lasciato, dagli albori di Brendon in poi, e stavolta tutto sommato lo si può anche leggere come una consolazione: invece di cercare sperimentazioni ad ogni costo, il "buon vecchio Chiaverotti" ci regala ancora una volta un assaggio di quel "buon vecchio Dylan" che fu, quando l’altra penna principale ai testi era quella di un certo Sclavi. Dylan deve molto al papà di Mana. Quanti altri villain hanno fatto così tanta presa nell’immaginario del lettore dylandoghiano medio?
"Quanti altri villain hanno fatto così tanta presa nell’immaginario del lettore dylandoghiano medio?"
Mana Cerace tornerà, tornerà sempre, e non necessariamente in storie nuove, ma perché lui è a pieno titolo parte integrante di quel bagaglio di sensazioni che ormai accompagnano Dylan come il suo leggendario dopobarba! Un doveroso accenno ai disegni porta infine a verificare come l’uso del colore sia spesso un ispessimento dovuto, anche se non cercato, specie per un autore al suo esordio con il personaggio: avrebbe avuto più senso infatti ammirare le belle tavole di Evangelisti in bianco e nero, piuttosto che con un maquillage che rende loro un diffuso senso di staticità, che tra l’altro si nota soprattutto in molte espressioni di Dylan; un colore troppo carico dà come l’idea di una canzone suonata per la prima volta a Sanremo, ossia non con l’arrangiamento originale, così che se ne dà "ab origine" una percezione differente da quella che realmente è. È vero che poi le radio prendono a trasmettere la canzone con il suo arrangiamento vero e proprio: è quindi allora auspicabile che Evangelisti torni a raccontare il suo Dylan senza orpelli cromatici, per poter così gustare appieno le sue potenzialità espressive. Beh, meno male che nel buio tutto tace, e c’è ancora Mana Cerace...

Tirando le somme

Dopo tre anni di Color Fest si ha come l'impressione che tutta questa iniziativa si stia un po' adagiando su se stessa, come se abbia (di già) perso quell'aura originale ed affascinante che aveva avuto sin da prima del suo lancio editoriale. Quest'albo, nonostante veda al lavoro ottimi professionisti e talentuosi disegnatori, si allontana un bel po' dal primo Color Fest del quale ha purtroppo perso molti degli elementi di forza. Di fatto il colore e le guest star non sono sufficienti di per sé a rendere una pubblicazione memorabile. Lo stesso uso del colore poi può rischiare di diventare un boomerang andando a frantumare eccessivamente il volume oppure a forzare disegni già efficaci e interessanti in bianco e nero. La speranza per l'anno futuro è che si recuperi lo spirito originale del'iniziativa per non doverci trovare, tra qualche anno, con l'ennesimo speciale che di speciale poi ha ben poco. Dylan Dog Color Fest n.3, di AA.VV., Sergio Bonelli Editore, 132 pg. colore, brossurato, in edicola da agosto 2009, €4,8

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