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Molto colore per nulla

l'ennesimo speciale...ma ben poco speciale
Recensione di , ,  |   | dylandog/


Molto colore per nulla
Dylan Dog Color Fest 3


Molto colore per nulla


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Scheda IT-DD-CF3a

Scheda IT-DD-CF3b

Scheda IT-DD-CF3c

Scheda IT-DD-CF3d

Ritorna per il terzo anno l'ormai consueto appuntamento con il Dylan Dog Color Fest. La forma rimane identica: 4 storie brevi a colori delle quali si occupano autori già noti a Dylan e debuttanti di grande prestigio. In ordine, la prima storia "Nemici per sempre" vede ai testi Tito Faraci, già autore dylaniato, disegnata dall'esordiente Giuseppe Camuncoli e colorata da Fabio D'Auria. Quella della colorazione è una mezza novità: notiamo infatti che lo Studio Tenderini perde la (quasi) esclusiva per la colorazione cedendo il lavoro a singoli artisti. La seconda storia "La Fiaba Nera" è scritta da Bruno Enna e disegnata da Corrado Roi, entrambi già noti in casa Bonelli, e colorata da Maria Lorenza Chidini. Soggetto, sceneggiatura e disegni de "La Sposa del Diavolo" sono di Corrado Mastrantuono, i colori di Nicola Pasquetto. L'ultima storia, "Il Buio nell'anima" vede ai testi il ritorno di Claudio Chiaverotti e ai disegni e ai colori l'esordio di Patrizio Evangelisti.

Nemici per sempre

Vedere Dylan allo zoo è sempre un’esperienza particolare, non è infatti propriamente questo il suo posto preferito; in conseguenza di ciò lo vediamo sovente contestare le argomentazioni di qualche addetto ai lavori ma, questa volta, notiamo che il suo spirito ambientalista viene messo presto da parte (o comunque smussato) in favore delle attenzioni alla bella coordinatrice dello zoo, la quale riesce a traslare la conversazione su altri temi in poco tempo: neppure i nuovi e strani ospiti dello zoo riescono pertanto a distrarlo dal fascino della nuova pulzella. Questa è in pratica la parte più piacevole della storia, anche perché il misterioso arcano viene svelato in due vignette (complice un criptico sogno), e l’epilogo della storia è tanto veloce e frenetico da non dare il tempo a Dylan di rendersi utile. Alla fine dello scontro resta poi un'unica pagina in cui Faraci si preoccupa di confermarci ciò che avevamo già intuito, e di dare un senso più grande all’intera vicenda chiamando in causa l’eterna lotta tra bene e male. I disegni di Camuncoli e i colori di D'Auria sono invece molto belli e ben curati. I due artisti si preoccupano di diversificare la tecnica a seconda del ritmo della sceneggiatura, creando un’ampia gamma di soluzioni spesso efficaci. Notevolmente particolareggiata l’espressività dei volti (si veda ad esempio la vignetta 4 a pag. 11) e la regia dell’ultima parte, soprattutto per la dinamica delle inquadrature.

Nemici per sempre
disegni di G. Camuncoli; colori di F. D'Auria

(c) 2009 SBE

Nemici per sempre<br>disegni di G. Camuncoli; colori di F. D'Auria<br><i>(c) 2009 SBE</i>

La fiaba nera

La riuscita di una storia non dipende dal numero delle pagine a disposizione. Se un autore trova difficoltà nel gestire la brevità è solo una questione soggettiva; così come lo è quella opposta: coprire un arco narrativo di svariate pagine senza mostrare il "fiatone". Naturalmente, poi, vi è il caso in cui si è in grado di scrivere sia nell’uno, sia nell’altro caso. Nella fattispecie, a Enna bastano trentadue pagine per imbastire una sceneggiatura ispirata e di buon mestiere che mescola nella giusta dose gli ingredienti necessari per costruire una trama interessante e abbastanza coinvolgente. Inquietudine e orrore s’intersecano tra le righe della fiaba di Hänsel e Gretel rivisitata, per l’occasione, in chiave dylandoghiana. Smarritisi in un bosco tetro e misterioso, i nostri eroi - come Hänsel e Gretel - vagano alla ricerca di aiuto. D’improvviso, tra gli alberi scorgono una casa. Tutto sembra andare per il meglio, ma ben presto si accorgeranno che i proprietari sono due psicopatici. La fiaba dei fratelli Grimm corre parallelamente alle vicissitudini dei protagonisti e ne scandisce i tempi e gli accadimenti. Essa è filo conduttore dello sviluppo narrativo sin dall’incipit, in cui vediamo il protagonista legato mani e piedi all’interno di un forno. La strega cattiva, impersonata da una donna in preda alla follia, spinge il Nostro a dover ricordare il prosieguo della favola partendo da poche battute, pena l’esser bruciato vivo. Ed è sotto l’impulso ansiogeno di procrastinare quello che sembra l’inevitabile destino di morte, che la narrazione prende corpo tra flashback e flashforward che ci rendono noti quei fatti che lo hanno portato a ritrovarsi in una situazione tanto assurda e bizzarra. Finalmente Groucho torna ad essere l’assistente surreale e demenziale di sempre, partecipando attivamente agli eventi senza ridursi, come troppo spesso avviene nella serie, ad una macchietta insignificante da sbattere fuori il prima possibile. Enna scrive delle buone battute dando così vigore e spessore al personaggio e al suo rapporto con il protagonista. Significativa, a questo proposito, la parte dello smarrimento nel bosco (pagg. 39-42), in cui il rapporto tra i due sembra esprimersi al meglio con dialoghi pieni di verve e ritmo. Da sottolineare, altresì, il ruolo collaborativo per liberarsi dal giogo dei due assassini: Groucho riesce a uccidere il signor Boyled, l’"accogliente" padrone di casa, sbattendolo contro un gancio sul muro e Dylan a sfuggire alla sorella dello stesso, salvandosi in extremis dalle fiamme.
"La psicologia dei fratelli Boyled è intrisa di quell’insana follia che avvolta nel fiabesco contribuisce a creare una palpabile atmosfera nera."
La psicologia dei fratelli Boyled è intrisa di quell’ insana follia che avvolta nel fiabesco contribuisce a creare una palpabile atmosfera nera. Ma anche il bosco, il ritornello della matta, la costante presenza dell’ispirazione letteraria, nonché la crudeltà che trova giustificazione soltanto in sé stessa, completano il quadro nero della storia. I tempi della sceneggiatura sono ben calibrati, con una buona orchestrazione delle scene. Nulla risulta ridondante o eccessivo. La vicenda si conclude con naturalezza e coerentemente alle premesse, senza ammiccare alla tentazione di proporre improbabili quanto inutili colpi di scena dell’ultima pagina. E questo è un altro elemento che va evidenziato per il fatto che la spasmodica tendenza a ricercare la sorpresa finale ha molte volte inquinato le storie dell’ Indagatore dell’Incubo; tendenza, peraltro, a cui neppure il recente Sclavi è riuscito a sottrarsi (vedi: n.243 "L’assassino è tra noi"; n.250 "Ascensore per l’Inferno"). Bruno Enna non si cura di stupire; egli procede onestamente e con padronanza dei mezzi ottenendo, a conti fatti, un buon risultato. Dal canto suo, con il suo tratto suggestivo e onirico, Corrado Roi conferisce alla narrazione quell’atmosfera caratterizzante che costituisce il perno attorno al quale s’innerva la sceneggiatura. Questo, però, se non si bada alla superflua quanto dannosa colorazione che, nonostante sia qui dimessa e non chiassosa, risulta ugualmente una stonatura. Per quanto si possa stare attenti a non "deturpare" ciò che, a nostro giudizio, è cifra autosufficiente del disegno di Roi, ossia il suo singolare chiaroscuro (leggi: il bianco e nero), la colorazione è sempre invasiva, anche quando al contrario la si percepisce appropriata. Perché essa crea un contrasto visivo tra la densa inchiostrazione che lo caratterizza, e che è già di per sé espressione (quasi) compiuta, e l’inutile aggiunta della tonalità cromatica che, a volte marcatamente altre meno, svuota l’immagine svalorizzando quella dialettica particolarmente comunicativa che s’instaura nel tipico bianco/nero roiano.


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