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Una festa fra tradizione e innovazione

c'era una volta la voglia di divertirsi, autori e lettori riuniti assieme...
Recensione di  |   | dylandog/


Una festa fra tradizione e innovazione
Dylan Dog Color Fest 1


Una festa fra tradizione e innovazione

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Articolo

C'era una volta, ai tempi dei Dylan Dog Horror Fest, la voglia di divertirsi, autori e lettori riuniti assieme, per festeggiare l'incredibile e inaspettato successo di un fumetto appena nato. A distanza di molti anni, un colorato albo estivo cerca di recuperare lo spirito di quei tempi...

Innovazione? No, grazie.

C'è chi, assistendo ad uno spettacolo comico, ride a crepapelle soltanto quando viene detta per l'ennesima volta la battuta tormentone (e ride forse con tanto più gusto quanto più la battuta tormentone è cretina). C'è anche chi, quando va ad un concerto, si incavola se l'artista non ripropone i pezzi con gli stessi identici arrangiamenti adottati in sala d'incisione. C'è quindi anche chi, nel campo del fumetto, vuol leggere soltanto dei Tex scritti secondo il canone nizziano (malgrado questo canone non sia che lo svilimento delle scelte narrative di Gian Luigi Bonelli ) e ha uno sbocco di sangue al leggere le storie un po' meno convenzionali di Boselli.

Gli amanti dell'ortodossia, ovvero coloro che si sentono appagati e tranquillizzati nel vedersi riproporre ogni mese uno, a rotazione, fra i medesimi tre o quattro schemi narrativi che costituiscono il nocciolo duro di una pubblicazione seriale, devono essere la maggioranza della popolazione, visto che i fumetti di maggior successo sono quelli che, trovata una formula azzeccata, tendono a riproporla tale e quale nel corso dei secoli.

Anche i fumetti di maggior successo, quelli che il lettore abituale compra aspettandosi di trovare le stesse sorprese che potrebbe riservargli una copia della Settimana Enigmistica, devono in ogni caso offrire qualcosa di nuovo almeno ogni dieci o vent'anni circa. Non certo qualcosa di sconvolgente tipo Tex che si risposa con una giovane e frizzante cowgirl, ma almeno un timido scarto rispetto al già noto almeno sì.

Dai mitici tempi di Golconda, Storia di Nessuno e Inferni, Dylan Dog ha offerto ben poco di nuovo
Dai tempi - mitici - di "Golconda", "Storia di Nessuno" e "Inferni", Dylan Dog ha offerto, di fatto, ben poco di nuovo. Dal punto di vista grafico, soltanto Stano ha osato proporre, recentemente, uno stile diverso rispetto ai canoni rigidamente realistici che predominano in casa Bonelli. Dal punto di vista dei soggetti e delle tecniche narrative, l'unica sceneggiatrice che ha proposto con continuità e sistematicità qualcosa di diverso e che ha dato del personaggio e del suo mondo una visione personale (tanto da avvicinarsi pericolosamente al fatidico punto di non ritorno) è stata Paola Barbato. Dal punto di vista editoriale, sebbene la testata storica sia stata affiancata, nel tempo, da ristampe di vario genere e da numerose pubblicazioni speciali, soltanto il Gigante ha saputo, per un breve periodo, grazie alla formula delle storie brevi, dare nuova vita al personaggio, esplorando alcune sue potenzialità latenti (penso a storie come "Margherite" o "L'altro").

E' per questo che non si può che salutare come una vera festa il primo numero del Dylan Dog annuale a colori. A prescindere da quel che troviamo dentro l'albo una volta girata la copertina, è infatti di per se stesso innovativa, per quanto riguarda l'ambito della Sergio Bonelli Editore, la formula di un albo interamente a colori, stampato su carta di grande qualità (e a prezzo irrisorio), con la cover realizzata da una guest star e la quarta di copertina in stile preview, le cui storie sono e saranno affidate "a sceneggiatori e disegnatori anche di estrazione non bonelliana [per dar loro] la possibilità di misurarsi con l'investigatore di Craven Road". Non ho letto e sentito altro che prese in giro o prese di distanza nei confronti del titolo della collana, anche dal punto di vista strettamente grafico. Se posso essere d'accordo per l'eccessiva pacchianeria della colorazione arcobaleno (che fra l'altro stride moltissimo con la cupa copertina di Gabriele Dell'Otto), trovo invece molto positivo il richiamo a quell'atmosfera di esaltazione comune ad autori e lettori che animava i Dylan Dog Horror Fest in anni in cui nessuno avrebbe scommesso sulla possibilità, per un fumetto appena nato, di rivaleggiare, quanto a numero di albi venduti, con l'immarcescibile Tex.

Ovviamente l'impeccabile veste editoriale e le dichiarazioni d'intenti che possiamo leggere sul sito della Sergio Bonelli Editore e in seconda di copertina varrebbero ben poco se all'interno dell'albo non trovassimo, oltre che il colore, anche delle storie e dei disegni apprezzabili. Anche se di fatto, contrariamente a quanto preannuncia Sergio Bonelli, non si può dire che vengano

"me[ssi] in luce aspetti poco conosciuti, o poco esplorati, della personalità di Dylan Dog"
, si può senz'altro affermare che, alla prova dei fatti, ovvero una volta lette le quattro storie comprese nell'albo, il debutto di questa nuova collana è sostanzialmente riuscito.

Dylan visto da Gianfelice
disegni di Davide Gianfelice, Dylan Dog Color Fest 1, pag.68

(c) 2007 Sergio Bonelli Editore

Dylan visto da Gianfelice<br>disegni di Davide Gianfelice, Dylan Dog Color Fest 1, pag.68<br><i>(c) 2007 Sergio Bonelli Editore</i>
Quasi tutti gli autori di questo Color Fest si sono avvicinati al fumetto, come lettori, proprio a partire dai Dylan Dog dell'epoca d'oro

Una felice comunione di intenti

Aldilà della qualità, grafica e narrativa, delle singole storie, quel che più ho apprezzato è la sostanziale armonia fra di esse, quasi come se gli otto autori - sia le colonne portanti della serie regolare, sia chi ha fatto il suo debutto proprio con questo primo Color Fest - si fossero accordati su tematiche e stili comuni. I quattro racconti sono infatti caratterizzati, perlopiù, da atmosfere poetiche e/o melanconiche, dal prevalere del sogno sulla realtà (o meglio di una concezione della realtà riletta - ricolorata - con lo sguardo di un bambino), oltre che dal gusto per il rovesciamento delle attese, per il finale a sorpresa. Di fatto, è presumibilmente l'appartenenza di quasi tutti gli autori alla medesima generazione (quella che, fra l'altro, si affacciò alla lettura di fumetti proprio quando esplodeva in edicola il fenomeno Dylan Dog) e la sintonia artistica e umana fra alcuni di essi a rendere fluido, nella lettura, il passaggio da una storia all'altra.

Proprio per questo motivo potrà essere interessante rilevare, nelle prossime uscite, quale alchimia potrà scaturire, intenzionalmente o meno, dall'accostare magari i nomi dei migliori sceneggiatori di altre serie bonelliane, compresi quelli che già si sono avvicinati almeno una volta a Dylan, e di chiunque sarà contattato anche per un estemporaneo incontro con l'investigatore dell'incubo. L'importante, lo dico da lettore che seguiva Dylan praticamente dall'inizio e ha visto progressivamente calare il proprio interesse per la serie fino a smettere di acquistarla salvo sempre più rare eccezioni, è non perdere, nelle prossime uscite, il piacere di aver creato qualcosa di nuovo e fresco, ovvero di non ripiombare nella routine.

Tornando a questo primo albo in sé, Gualdoni, in "Dylan in Wonderland", sceglie un apparente profilo basso, richiamandosi a filoni di successo della serie ("Il lungo addio"), per riservarsi di dare una zampata finale, purtroppo stemperata da un'ultima tavola un po' troppo zuccherosa. Ottima, ovviamente, la resa grafica, sia perché il Dylan di Bruno Brindisi si è imposto ormai da molti anni come la versione ufficiale del personaggio, sia perché si è già creata sintonia fra questo disegnatore e lo studio Tenderini.

Ne "L'accalappiasogni", Faraci fa quel che sa fare meglio, ovvero scrivere una sceneggiatura brillante, che riesce a sedurre sin dalla prima battuta, grazie anche anche alla trovata di ripresentare Dylan e il suo mondo tramite una voce narrante che scopriremo appartenere a... Forse più debole, nella seconda parte, il soggetto, per la scelta di spingere a fondo il pedale dell'ingenuità, così come la colorazione, eccessivamente vivace nella parte in cui Billy e Dylan attraversano il mondo surreale in cui si trova il canile degli animali invisibili. Ottima, invece, anche in questo caso, la resa grafica di un Davide Gianfelice che ha saputo impossessarsi subito del personaggio e che dunque, impegni Eura e Vertigo permettendo, potrebbe già essere pronto a diventare uno dei disegnatori di punta della serie regolare.

"Il vampiro dei colori" di Di Gregorio è l'unica, delle quattro storie comprese in questo Color Fest, in cui venga narrativizzata la presenza (e l'assenza) dei colori, un po' come aveva fatto Castelli nei numeri 100 e 200 di Martin Mystère. Rispetto alle altre, la storia è anche molto più malinconica, raccontando il tormento esistenziale - destinato a non conoscere un consolatorio happy end - di personaggi che, costretti a ripetere il loro copione in oscuri cinema d'essai, desiderano quella vita reale di cui potranno godere i loro spettatori una volta usciti di sala. Stona forse soltanto, nell'insieme, la presenza di almeno una scena che ha il sapore del riempitivo (le due pagine in cui una coppia avverte la presenza di Nosferatu in cerca di Ellen mentre questa riposa tranquillamente a casa di Dylan), così come, una volta rivelati i veri intenti del vampiro, appare un po' sopra le righe l'assalto dell'orde di ratti al personale di sorveglianza notturna presso l'ospedale. La tematizzazione del colore fa sì, peraltro, che questa sia probabilmente anche la storia in cui lo studio Tenderini ha avuto l'opportunità di esprimere un ventaglio più ampio di potenzialità espressive. Appare invece meno potente del solito la resa grafica di Casertano, quasi come se proprio i coloristi non fossero riusciti ad entrare in sintonia con lo stile di questo disegnatore.

In giro per la rete

le copertine di "Y: The Last man" sul blog di Massimo Carnevale
Pronto alla resa
Il blog di Roberto Recchioni

Da John Doe a Dylan Dog

Un discorso a parte merita infine "Fuori tempo massimo" del duo Recchioni/Carnevale, innanzitutto perché Carnevale è l'unico disegnatore dell'albo che ha colorato in prima persona le proprie tavole. Presumo per non creare un effetto troppo stridente rispetto alla colorazione delle altre tre storie, Carnevale ha scelto di impegnarsi ad un decimo delle proprie possibilità (si pensi, per un confronto, alle tavole dei racconti raccolti ne "I colori di Carnevale" o alle copertine realizzate per gli albi della serie Vertigo Y: L'ultimo uomo), ma quel decimo è già moltissimo. Diversamente da Gianfelice, Carnevale sembra piuttosto non aver ancora trovato una versione personale e definitiva della fisionomia di Dylan (a prescindere dalla qualità dei singoli ritratti di Dyd, fra i quali segnalo l'intenso primo piano della terza vignetta di pag.57).

Dylan visto da Carnevale
disegni di Massimo Carnevale, Dylan Dog Color Fest 1, pag.57

(c) 2007 Sergio Bonelli Editore

Dylan visto da Carnevale<br>disegni di Massimo Carnevale, Dylan Dog Color Fest 1, pag.57<br><i>(c) 2007 Sergio Bonelli Editore</i>

Quali scelte avrebbe potuto fare, l'autore dell'antieroe John Doe, dovendo scrivere una storia del compassato e iperbuonista Dylan Dog?
"Fuori tempo massimo" non spicca unicamente per il talento di Carnevale, ma anche per il fatto che a scriverlo è Roberto Recchioni, autore che ha saputo creare, assieme a Lorenzo Bartoli, un personaggio simil-bonelliano col quale ha proposto, pur fra luci e ombre, un nuovo modo di scrivere fumetti, ispirandosi allo stile e alla concezione degli story arc dei moderni telefilm come "Six feet under" e "Nip/Tuck", ma che ha anche stravolto il modo di rapportarsi, da parte di un autore, col pubblico (le postfazioni di terza di copertina intese come extra dei DVD, la presenza capillare in rete, per commentare il proprio lavoro, sia attraverso vari forum che mediante il quotidiano aggiornamento del proprio blog). Come avrebbe potuto, l'autore dell'antieroe John Doe, reinterpretare il compassato e iperbuonista Dylan Dog? Così come Di Gregorio ha scelto di tematizzare il contrasto fra i colori e il bianco e nero, Recchioni ha scelto di giocare con i vent'anni che intercorrono fra i nostri giorni e l'esordio di Dylan Dog nelle edicole, accompagnando dunque il risveglio dal coma del serial killer Axel Neil ad un abbozzo di riflessione su quel che era il Dylan delle prime storie di Tiziano Sclavi e quel che Dylan è o potrebbe essere oggi. Restando, da ammiratore di Sclavi, con un piede nella tradizione mentre l'altro si getta in avanti, Recchioni da un lato recupera, con nostalgia e ironia al tempo stesso, persino il vecchio gioco di parole fra "lascia" e "l'ascia", dall'altro personalizza Dylan regalandogli, nel finale, la parlantina, la sfrontatezza e il cinismo del suo John Doe, e arrivando persino a tradire, più di quanto abbia mai osato la Barbato, uno dei capisaldi dell'universo dylandoghiano (quando mai si è visto l'antimilitarista Dylan Dog farsi aiutare da un esercito smitragliante per risolvere un caso?).

Per sapere quale caratterizzazione avrà, effettivamente, il Dylan Dog di Recchioni (come, peraltro, quelli di Gualdoni, di Carnevale e di Gianfelice), bisognerà attendere una storia di 94 o più pagine. Per il momento, sarà forse un indizio della difficoltà che si possono incontrare nel cercare di passare da una serie "underground" ad un blockbuster altrui, ho trovato più riuscita e incisiva, rispetto a queste 32 pagine, la parodia dell'indagatore dell'incubo che lo stesso Recchioni aveva delineato ne "La natura della bestia", uno fra i primi episodi della seconda stagione di John Doe. Dylan Dog Color Fest n.1, di AA.VV., Sergio Bonelli Editore, 132 pg. colore, brossurato, in edicola da agosto 2007, €4,8

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