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L'amore secondo Barbato

la trama si rivela un pretesto per affrontare il rapporto di Dylan con le donne
Recensione di D.Curlante |   | dylandog/


L'amore secondo Barbato
Dylan Dog 245 "Cimitero dei freaks, Il"


L'amore secondo Barbato

Scheda IT-DD-245

Cupo e a tratti disorientato, perfino poco propenso all’indagine, soprattutto nelle battute conclusive. Così ci appare Dylan in questa storia ricca di aspettative, in cui è rievocato il ricordo dell’indimenticabile Johnny (n.81) e del suo cuore (n.127), sepolti nel cimitero dei freaks. Essa si rivela però l’ennesima occasione per rimpiangere i temi sociali, le angosce e le umane paure affrontate nel primo frenetico decennio di vita editoriale dell’indagatore dell’incubo.

E se, dunque, in questa nuova avventura egli sceglierà di rinunciare al ruolo di protagonista, spetterà a due dark ladies contendersi le scene: Sherilee e la sua alter ego, Amelia.

Entrambe seducenti: l’una procace, forte, sicura di sé; l’altra impulsiva, fragile, emotiva. Qualità, queste ultime, delle quali il Dylan Dog che noi tutti conosciamo non poteva non invaghirsi.

Punito dalle circostanze

In occasione dei recenti festeggiamenti per il ventennale, la sceneggiatrice Paola Barbato (autrice di quest’albo) aveva avuto modo di rimarcare la sua avversione all’icona del Dylan sciupafemmine… e non ha perso di certo l’occasione per prendersi qualche “rivincita”: se da un lato la manzoniana ricomparsa di Anna Never (Speciale 19) aveva già spronato qualche anno fa Dylan a riflettere sull’eventualità del matrimonio, alla ricerca di stabilità emotiva, e più recentemente l’invecchiamento precoce della strega Kim (n.241-242) andava contestualizzato in una sfera sentimentale d’Amore platonico, di contro in quest’ultimo episodio Dylan, mosso da un’ingenua infatuazione per la dolce Amelia – apparentemente più pretestuosa che istintiva – viene impietosamente punito.

Punito dalle circostanze. L’ammaliante Sherilee s’intrufola licenziosamente sotto le coperte di Dylan; questi la confonde in una visione onirica con la sua alter-ego, Amelia, che a sua volta irrompe freneticamente in scena.

A tal proposito, diverte la simpatica goffaggine con cui Groucho regge il gioco al “capo”… almeno finché la stessa Sherilee non si presenta volontariamente svestita agli occhi dell’incredula antagonista, la quale – indignata – scompare in tutta fretta dalle scene.

Dylan è impacciato (innamorato?) con la dolce Amelia...
disegni di Nicola Mari

(c) 2007 Sergio Bonelli Editore

Dylan è impacciato (innamorato?) con la dolce Amelia...<br>disegni di Nicola Mari<br><i>(c) 2007 Sergio Bonelli Editore</i>

A riprova della superficialità con cui, secondo la Barbato, Dylan affronti l’onnipresente tema dell’amore: senza l’introspettivo travaglio del Dubbio; concedendosi appena un istante di riflessione… giusto il tempo di scagionare la propria coscienza; desistendo, in questa circostanza, dall’inseguire nelle battute finali la dolce Amelia.

A testa bassa

L’autrice ritiene, dunque, che i tempi siano ormai maturi per assegnare stabilmente alle amanti di Dylan – quando sia proprio indispensabile farle comparire – un aspetto meno frivolo e sbarazzino.
A riprova della superficialità con cui, secondo la Barbato, Dylan affronti l’onnipresente tema dell’amore: senza l’introspettivo travaglio del Dubbio; concedendosi appena un istante di riflessione… giusto il tempo di scagionare la propria coscienza
In questo senso, la Barbato asseconda il desiderio di quei lettori che a Dylan chiedono più sentimentalismo e passionalità e, in particolare, delle tante lettrici svilite dalla faciloneria con cui le amanti si concedevano al bel tenebroso; attenzione però a non scuoterne troppo lo stato d’animo: si rischierebbe di decentrare quel puntuale equilibrio psicologico su cui Dylan fonda la propria personalità.

Tuttavia non ci sarebbe da temerlo da un’autrice che, all’affannosa costruzione di trame avvincenti, sovente antepone la ricchezza e la profondità descrittiva delle stesse personalità in ballo.

In fondo, la “lezione” della Barbato non ha la pretesa di dimostrare a Dylan cosa sia l’Amore attraverso la morbose cure che Sherilee rivolge a Richard, il “freak” proprietario del cimitero; bensì, ella si limita a punzecchiare Dylan nell’orgoglio, ad insinuargli il sospetto che non a tutti i costi le donne siano pronte a cadergli tra le braccia. I successivi passi – si intende – Dylan dovrà muoverli da solo, a fronte della costante maturazione delle figure femminili che lo circondano, cui sovente corrisponde la sua incapacità a relazionarsi con loro, indagando – una volta di più – nel proprio animo.

Tale difficoltà, in particolare, si palesa nell’atteggiamento del “protagonista”, che mesto e sfiduciato si congeda dal lettore a conclusione dell’episodio. A testa bassa.

Ditelo con uno sguardo

E’ proprio in quest’ultima immagine che si suggella la complicità tra l’ermetico Nicola Mari e l’introspettiva sceneggiatrice.

Un Mari immancabilmente concentrato sull’impronta psicologica dei protagonisti, attraverso l’espressività dei loro volti, pone però in secondo piano la cura delle ambientazioni. Ed in questo senso, egli non è stato certamente sostenuto da una sceneggiatura che gli ha negato l’opportunità di realizzare quantomeno un’immagine panoramica del cimitero dei freaks.

Sono invece gli occhi dei protagonisti che raccontano ben più delle parole: le lacrime di Amelia e la freddezza di Sherilee, magistralmente illuminate fino a confondersi – come già accennato – nei desideri di Dylan; l’orrore impresso sui volti delle vittime; il senso d’impotenza dello stesso Dylan, che nel finale si tramuta nel desiderio ribelle di evadere dalla storia.

... ma alla prima occasione finisce con la fredda Sherilee
disegni di Nicola Mari

(c) 2007 Sergio Bonelli Editore

... ma alla prima occasione finisce con la fredda Sherilee<br>disegni di Nicola Mari<br><i>(c) 2007 Sergio Bonelli Editore</i>

Va tuttavia sottolineato come il disegnatore ferrarese abbia offerto prove ben più ammirevoli non solo nella caratterizzazione fisiognomica dei personaggi (in cui egli è maestro), ma anche nella ricerca di un miglior bilanciamento del bianco e del nero nelle tavole (su tutti, l’Almanacco 2005).

Un passo indietro

Sebbene la trama si riveli, più che altro, un pretesto per affrontare il controverso rapporto dell’indagatore con le proprie donne, lascia perplessi la tediosa conclusione.
Sono invece gli occhi dei protagonisti che raccontano ben più delle parole: le lacrime di Amelia e la freddezza di Sherilee, magistralmente illuminate fino a confondersi nei desideri di Dylan; l’orrore impresso sui volti delle vittime; il senso d’impotenza dello stesso Dylan, che nel finale si tramuta nel desiderio ribelle di evadere dalla storia
La Barbato fa dunque un passo indietro nel compito di sciogliere i nodi all’intreccio, che fino ad allora aveva articolato pur senza innescare nel lettore forti sussulti emotivi, a causa della totale assenza di azione nelle vicende.

Prolisse e scolastiche narrazioni, inverosimili giustificazioni nell’interminabile parte finale (dal “trapianto della vista” tra Richard e Sherilee alle mirabolanti acrobazie di quest’ultima nel tentativo di depistare le indagini sugli omicidi) ci riconducono – nolenti – ai suoi macchinosi esordi e, più in generale, a quel filone che si sta imponendo con consuetudine in casa Bonelli: Martin Mystère docet!

Oltretutto, si è trascurata ancora una volta la volontà del lettore che a Dylan chiede d’indagare l’equilibrio instabile tra follia e “normalità”, di soffermarsi sulle piccole sofferenze generate da umani gesti impulsivi o, semplicemente, dalla fatalità.

E’ un Dylan al crepuscolo – mesmerizzato, per dirla con un termine tanto caro a Sclavi (n.57) – la cui vita, cioè, sembra scorrere con ciclica lentezza.

Egli non è più l’Uomo che, forte dei propri limiti, non indugiava dinanzi alle linee guida della coerenza e della solidarietà, in un contesto che si presentava come lo specchio del decadentismo sociale; bensì un personaggio sempre più pervaso da stucchevole buonismo.

Sarà forse il segno dei tempi, un fisiologico invecchiamento, o più concretamente il timore di osare e l’attuale difficoltà di ricostruire gli spettri di un mondo reale attorno ad un antieroe emotivamente troppo insicuro e filosoficamente troppo complesso. Ed a confermarcelo è puntuale la forzata – necessaria?! – scadenza mensile di ogni “nuovo” caso per l’indagatore dell’incubo. "Il cimitero dei freaks", Dylan Dog n.245, di Paola Barbato e Nicola Mari, Sergio Bonelli Editore, 100 pg b/n, brossurato, in edicola da fine gennaio 2007, € 2,5

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