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Una questione di identità (e di paratesti)

si può interpretare oggettivamente un testo?
Recensione di  |   | dylandog/


Una questione di identità (e di paratesti)
Dylan Dog 243 "Assassino è tra noi, L'"


Una questione di identità (e di paratesti)

Scheda IT-DD-243

Potrei arrivare subito al nocciolo della questione e sbrigarmela in poche righe. Ma questo è uno dei tre albi con cui Sclavi ha ripreso a scrivere di Dylan Dog dopo un'assenza di cinque anni e mezzo. E chi sono io per potermi permettere di recensire in poche righe il ritorno di Sclavi? Anzi, ci sarebbere da chiedersi, chi sono io per recensire un'opera di Sclavi? Un genio non può essere recensito, perché tutto quel che scrive è, a priori, un capolavoro. E quando ci si trova dinanzi a un capolavoro ci si inchina e si tace. Quindi, cercando di essere all'altezza, prendiamo le cose alla lontana... cominciamo, che so, a parlare dei massimi sistemi...

L'interpretazione oggettiva

Esiste la possibilità di interpretare oggettivamente un testo? Anche ammesso si riuscisse ad inibire del tutto i propri gusti e la propria visione del mondo, che caratteristiche dovremmo avere per poter interpretare oggettivamente un testo? Bisognerebbe essere una tabula rasa, privi di preconoscenze e, di per ciò stesso, di preconcetti? O, al contrario, dovremmo essere incredibilmente carichi di saperi (di quella che Eco chiamava, ai tempi in cui andavo all'università, "enciclopedia") in modo da poter cogliere tutte le possibili implicazioni di contenuto e di stile di un'opera?

Anche ammesso si riuscisse ad inibire del tutto i propri gusti e la propria visione del mondo, che caratteristiche dovremmo avere per poter interpretare oggettivamente un testo?
Di fatto, ci accorgiamo, proprio nel momento stesso in cui si formulano queste domande, che non è assolutamente possibile dare interpretazioni oggettive. Nessuno, infatti, può essere una tabula rasa (non lo sarebbe neppure il bambino di sei anni che, per assurdo, si trovasse a leggere come primo fumetto della sua vita proprio questo albo di Dylan Dog), né esiste persona al mondo che, come gli Immortali di Zardoz, possa detenere in sé tutto lo scibile.

Va da sé quindi che io non posso essere un recensore oggettivo (come, mal comune mezzo gaudio, non può esserlo nessun altro). Non nego di aver provato ad esserlo quanto più possibile, ad esempio cercando di non farmi influenzare dal fatto che questo fosse, come detto, uno dei tre albi con i quali Sclavi è riemerso da un lungo silenzio e che quindi fosse forse lecito attendersi chissà quale capolavoro (Sclavi è un grande autore e non ha scritto niente per cinque anni e mezzo... Se ha deciso di tornare a scrivere sarà senz'altro perché gli sarà venuta in mente qualche storia intrigante da raccontarci, no?). Ho commesso però un errore madornale. Ho letto, come faccio sempre, prima dell'episodio, il redazionale che lo precede, ovvero il più immediato e autorevole dei paratesti (per dirla con Genette): il "Dylan Dog Horror Club" di seconda di copertina. E qui ho trovato frasi di questo tenore:

"Esegeti, semiotici e epistemologi [...] ne avranno da scrivere su questo albo! State infatti per leggere una storia assolutamente unica nella saga di Dylan Dog e, per quel che ne sappiamo, unica anche nel fumetto mondiale. [...] Sclavi e Stano ce l'hanno messa tutta per stupirvi, e secondo noi ci sono riusciti alla grande."
Io ho provato a far finta di nulla, ma, ammettiamolo, ho ceduto miseramente e ho lasciato che queste dichiarazioni creassero in me l'aspettativa di chissà quale capolavoro. E qui è sorto un ulteriore ostacolo. Perché, pur avendo io una cultura limitata, ho avuto la sventura di imbattermi, tempo fa, in qualcosa che mi ha impedito di godere pienamente di questo episodio.

Già, perché non ho nessuna difficoltà a riconoscere che "L'assassino è tra noi" è senz'altro una storia unica nella saga di Dylan Dog - visto che è, malgrado le apparenze, una storia in cui il vero Dylan Dog non compare neppure sullo sfondo della più piccola vignetta dell'intero episodio -, così come non ho difficoltà a riconoscere che essa possa essere unica, in tutte le possibili accezioni del termine (fra le quali includo la possibilità che "unica" stia per "originale"), anche nella storia del fumetto mondiale.

Bates Motel
disegni di Angelo Stano

(c) 2006 Sergio Bonelli Editore

Bates Motel<br>disegni di Angelo Stano<br><i>(c) 2006 Sergio Bonelli Editore</i>

Il problema è che questa storia unica non è se, invece che a tutti i precedenti episodi di Dylan Dog o a tutti i fumetti pubblicati in ogni angolo del mondo da Yellow Kid a oggi, si guarda alla storia della cinematografia mondiale, dato che, come viene rivelato soltanto in un ulteriore paratesto (l'Horror Club del numero seguente), "L'assassino è tra noi" è (pesantemente) "ispirato" al film "Identità" del regista James Mangold, uscito nelle sale nel 2003.

Ora, vogliamo metterci a discutere anche di originalità, plagi e citazioni e crocifiggere il povero Sclavi revenant (per dirla con le parole di chi, su uBC, ha recensito Ucronia) solo perché si è "ispirato" a un film il cui principale motivo d'interesse risiede nel farci scoprire che la situazione alla "dieci piccoli indiani" in cui si trovano i personaggi è, di fatto, lo scontro, tutto mentale, fra le diverse personalità di uno psicopatico? Si può criticare il vecchio vizio bonelliano di non dichiarare immediatamente, nei redazionali, i più o meno pesanti debiti dei soggettisti (e spesso anche degli sceneggiatori) nei confronti di lavori altrui, ma è ovvio che, soprattutto in epoca post-moderna (com'è abusato dire), è del tutto accettabile che si possano assemblare in maniera originale "materiali" di varia provenienza - creando quindi qualcosa di nuovo pur non "inventando", per certi versi, quasi nulla - o che si possa ripercorrere in larga misura uno o più lavori altrui a patto di rielaborarli in maniera significativa (che è proprio quel che viene fatto in "Identità", in cui si intersecano Agatha Christie con Hitchcock, "Seven" con "I soliti sospetti" e via dicendo, unendo il tutto con la trovata tenuta in serbo per il colpo di scena).

Una semplice citazione?

Il fatto è, innanzitutto, che "L'assassino è tra noi" non può essere considerato, contrariamente a quanto viene detto nel redazionale di "Marty", una semplice "citazione" di "Identità". Una citazione è un richiamo minimale ad un'opera altrui: il citare, per l'appunto, una frase, il dare ad un personaggio il volto di un attore o il nome di un altro personaggio... Ben diverso è prendere di sana pianta un soggetto e/o un intreccio per riproporli più o meno tali e quali. A un romanziere e a uno sceneggiatore di film basterebbe molto meno per beccarsi l'accusa di plagio e per incorrere nelle sanzioni previste dalle leggi sul diritto d'autore.

Una citazione è un richiamo minimale ad un'opera altrui: il citare, per l'appunto, una frase, il dare ad un personaggio il volto di un attore o il nome di un altro personaggio... Ben diverso è prendere di sana pianta un soggetto e/o un intreccio per riproporli più o meno tali e quali.
Ma la questione è, ancor più, che questo "L'assassino è tra noi" non solo non presenta rielaborazioni significative (nel senso di varianti o aggiunte di particolare rilievo che giustifichino l'"ispirarsi" al lavoro altrui) rispetto a "Identità", se non la faccenda del riuscire a scrivere un Dylan Dog senza Dylan Dog, ma addirittura rappresenta un impoverimento e una banalizzazione dell'originale. Rispetto al film, Sclavi semplifica l'intreccio, togliendo fra l'altro quasi del tutto la detection e dunque quel poco di suggestione che offre il cercare di individuare il quid che spieghi l'anomala catena di omicidi fra personaggi così eterogenei eppure così misteriosamente legati gli uni agli altri; non dà quasi per niente spessore psicologico agli stessi personaggi (anche la caratterizzazione di Adam Walton, iniziata nel dialogo perfettamente oliato delle pagg. 8-9, resterà incompiuta); fa effettivamente fuggire il serial killer psicopatico e gli fa realmente commettere degli omicidi; sostituisce l'ultimissimo colpo di scena del film - peraltro chiaverottiano - con la banalità del furto di un tagliacarte dalla scrivania del direttore della clinica psichiatrica; aderisce ancor più calligraficamente, infine, ai capolavori da cui era partito lo sceneggiatore di "Identità", riproponendo ad esempio in maniera iperdettagliata la celeberrima scena della doccia di "Psycho" (oltretutto con esiti scarsi, dato che ad esempio non si riesce a replicare, nell'ultima striscia di pag. 39, né la dissolvenza incrociata che dal gorgo dell'acqua porta all'occhio sbarrato della vittima, né il lento allontanarsi della macchina da presa tramite il movimento a spirale che ha origine proprio dalla pupilla della vittima).

Di suo, dunque, Sclavi aggiunge solo dei pupazzetti demoniaci (che hanno alla fin fine solo il compito di farci sospettare, per qualche pagina, un qualche tipo di possessione prima di Adam, poi di Dylan), un risorgere, in veste di zombi, di alcuni cadaveri (che forse sono stati introdotti soltanto per la necessità di far arrivare la lunghezza della sceneggiautura alle canoniche 94 tavole), e il ricorso allo splatter (che, se non vuol essere autoparodistico, finisce con l'apparire, proprio per una certa iperbolicità, un patetico tentativo di recuperare uno degli ingredienti di successo del Dylan Dog degli esordi).

I disegni di Stano

Neppure potremo ricordare questo episodio per i disegni di Stano. Se Sclavi è, qui, il fantasma di se stesso, anche Stano non ha la consistenza corporea dello Stano dei tempi che furono (al che appare ancora una volta incongruo il richiamo, fatto nel disgraziatissimo Horror Club, agli episodi che Sclavi e Stano realizzarono, in coppia, circa sedici anni fa - e mi riferisco, ovviamente, a veri capolavori come Storia di nessuno).
anche Stano non ha la consistenza corporea dello Stano dei tempi che furono
Tutti gli autori hanno il diritto ed anzi il dovere di evolvere, il che significa che non sarebbe sensato costringere Stano allo stile alla Egon Schiele che aveva, per l'appunto, oltre sedici anni fa. Come non provare, però, un po' di rimpianto per il passato quando ci si trova di fronte, osservando quello che dovrebbe essere lo scorrere della pioggia sui vetri del Bates Motel, a qualcosa di molto simile al pullulare di minuscoli vermiciattoli?

In definitiva...

In definitiva, l'unica ragione per la quale si può ricordare questo "L'assassino è tra noi" è, come detto, il fatto che il vero Dylan Dog non vi compaia mai. Ma, accertato questo "record" da Guinnes dei primati (che poi tanto record non è, vedere la scheda della storia) che cosa resta? Un forte senso di irritazione se si è visto "Identità", ben poco se non si è visto il film.

l'unica ragione per la quale si può ricordare questo "L'assassino è tra noi" è il fatto che il vero Dylan Dog non vi compaia mai. Ma, accertato questo "record" da Guinnes dei primati che cosa resta? Un forte senso di irritazione se si è visto "Identità", ben poco se non si è visto il film.
Dopo aver letto "Ucronia" e questo episodio, l'iconoclasta che è in me sarebbe quasi pronto a scrivere considerazioni apocalittiche su tutta la serie. Poiché Sclavi non è apparentemente in grado di riappropriarsi del proprio personaggio e persino Paola Barbato, dopo il sibillino commiato di "Oltre quella porta", sembra aver abbandonato le sue personalissime quanto intriganti elucubrazioni per mortificare la propria creatività con storie come "La lunga notte", e poiché anche il recente tentativo di rinnovare la serie, a vent'anni dalla nascita, si è rivelata una presa per i fondelli (cito sempre dal famigerato Horror Club: "vi avevamo detto che dopo quella avventura [In nome del padre] il mondo di Dylan non sarebbe stato più lo stesso. Non vi sarete spaventati, vero? Abbiamo un po' esagerato"), non resterebbero infatti che gli sporadici episodi scritti da Michele Medda a mantenere in vita, qualitativamente parlando, Dylan Dog e il suo mondo.

Ecco però uscire il terzo episodio scritto da Sclavi (con partecipazione, al soggetto, della moglie), "Marty", storia che, oltre ad essere molto ben sceneggiata, recupera una delle tematiche dylandoghesche più apprezzate, quella del mostro che è in tutti noi, dandone una nuova e potremmo dire definitiva interpretazione.

Ma a me è toccato scrivere questa stroncatura. Per un commento positivo dello Sclavi tornato a nuova vita vi rinvio alla recensione del prossimo albo. Dylan Dog n.243, "L'assassino è tra noi", di Tiziano Sclavi e Angelo Stano, Sergio Bonelli Editore, 100 pg. b/n, brossurato, in edicola da fine novembre 2006, €2,5

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Scheda IT-DD-243

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