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Venti anni con Dylan Dog


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Scheda IT-DD-241-242

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Gli interpreti dell’incubo

Tralasciando gli sporadici collaboratori degli esordi (Mignacco, Ferrandino, Toninelli, il trio Medda Serra Vigna), il primo autore ad alternarsi a Sclavi in maniera continuativa è stato Claudio Chiaverotti, per certi versi il più "sfortunato" di tutti poiché si è ritrovato a scrivere Dylan Dog nel periodo in cui il personaggio stava diventando un fenomeno editoriale, con le sue storie che erano la sola alternativa a quelle di uno Sclavi nei suoi anni migliori, una situazione provante anche dal solo punto di vista psicologico. Il contributo di Chiaverotti, concentrato quasi totalmente nei primi dieci anni di Dylan Dog, si è rivelato comunque adeguato: per l’indagatore dell’incubo ha firmato gioielli angoscianti e surreali come "La clessidra di pietra", "Partita con la morte" oppure "Labirinti di Paura", ma anche diversi episodi dall’impianto più tradizionale ma di grande efficacia come "Goblin" o "La mummia" o malinconici come "Anima nera" , ed è il solo autore ad avere creato un avversario di Dylan Dog (Mana Cerace) rimasto nell’immaginario dei lettori insieme a quelli di Sclavi.
Nelle sue storie Chiaverotti ha accentuato il carattere di pessimismo esistenziale nei personaggi di contorno e ricercato, anche troppo spesso, il colpo di scena finale con rovesciamento che tuttavia, con il passare del tempo ed il ripetersi del cliché, ha finito per ritorcerglisi contro facendo perdere forza alle trame. Nondimeno le sue sceneggiature mantengono le giuste atmosfere anche nelle vicende dove gli eventi sono più concreti, poiché Chiaverotti riesce a conferire loro una lettura soprannaturale sfruttando i trucchi del mestiere (come raccontare gli eventi soltanto dal punto di vista di una persona "disturbata"). Anche dopo l’addio a Dylan Dog, in seguito alla nascita del suo Brendon, nei rari ritorni di Chiaverotti alla testata che lo ha lanciato si continuano a respirare sensazioni dal sapore più antico e, per certi versi, autentico nella fase di "smarrimento" ideologica della serie seguita al n.100.

Pessimismo esistenziale e fantastico
disegni di Pietro Dall'Agnol, Dylan Dog n.45

(c) 1986-2006 Sergio Bonelli Editore

Pessimismo esistenziale e fantastico<br>disegni di Pietro Dall'Agnol, Dylan Dog n.45<br><i>(c) 1986-2006 Sergio Bonelli Editore</i>

Pasquale Ruju ha dato idealmente il cambio a Claudio Chiaverotti, scrivendo un numero notevole di episodi per l’indagatore dell’incubo nel suo secondo decennio di vita, ed ha avuto un brillante esordio con storie come "Il canto della sirena", "Il treno dei dannati" oppure fulminanti racconti brevi come "Il vicino di casa" e (qualche anno dopo) "L’altro", caratterizzati da personaggi vividi dal grande spessore umano e da trovate affascinanti come il treno delle opportunità perdute o presentare un plausibile Dylan "cattivo". In seguito la superproduzione a cui l’autore è stato sottoposto si è fatta sentire: le sue storie sono diventato spesso uno schemino giallo preconfezionato, con spruzzate di horror e dosi abbondanti di retorica e buonismo, prendendo spunto dalla vena predicatoria dello Sclavi di quel periodo, inanellando riempitivi su riempitivi, con i personaggi che sempre più spesso sono monodimensionali.

Dylan troppe volte si ritrova in mezzo a scazzottate, sparatorie, fughe ed intrighi internazionali: storie incapaci di suscitare un disagio o un senso dell’orrore
L’autore tenta anche altre strade che volgono decisamente ora all’action movie, ora a tematiche degne di Martin Mystère, introducendo e riprendendo alcuni dei personaggi da lui ideati (l’angelico Saul, gli Illuminati, l’Esper Pearl) in una sterile ed innocua continuity: i risultati restano poco soddisfacenti e disorientanti, con un protagonista che troppe volte si ritrova in mezzo a scazzottate, sparatorie, fughe, sicari a pagamento ed intrighi internazionali: in poche parole, storie incapaci di suscitare un disagio o un senso dell’orrore.
Ruju firma ancora storie notevoli, come la doppia "Notti di caccia" ed il seguito "Manila", in cui ha rielaborato con efficacia il filone del vampiro offrendone una visione angosciante e ricca di un fascino morboso, oppure la malinconica "L’eterna illusione", in cui ha introdotto la riuscita figura allegorica di Fallen, ma evidentemente è un autore che avrebbe bisogno di tempi più rarefatti per incidere ed evadere dai riempitivi.

Tra gli altri autori che hanno affrontato Dylan Dog, con alle spalle un fardello meno cospicuo di storie rispetto a Chiaverotti o Ruju, c’è Giuseppe De Nardo, il quale spesso realizza sceneggiature dal taglio moderno ma le cui trame, in genere, o prendono spunto dalle idee portanti di opere altrui ("Misery" di S.King per "Daisy & Queen", "La Città sostituita" di P.Dick per "La città perduta", per fare alcuni esempi) o fanno piombare Dylan in situazioni (avvelenato e con poche ore di vita per risolvere un omicidio e ottenere l’antidoto in "24 ore per non morire" o emulo di Diabolik ne "Il grimorio maledetto") che dello spirito della serie e del personaggio hanno ben poco.

Gianfranco Manfredi, acclamato creatore di Magico Vento, si è cimentato con Dylan Dog prima di dedicarsi a tempo pieno allo sciamano bianco, ed ha dichiarato più volte che l’indagatore dell’incubo non è nelle sue corde e che le storie da lui scritte per la serie sono semplici gialli.

L'incubo si perde per strada
disegni di Roberto Rinaldi, Dylan Dog Gigante 8b

(c) 1986-2006 Sergio Bonelli Editore

L'incubo si perde per strada<br>disegni di Roberto Rinaldi, Dylan Dog Gigante 8b<br><i>(c) 1986-2006 Sergio Bonelli Editore</i>

Un altro autore interno alla Bonelli ed eclettico nei generi affrontati (da Topolino a Diabolik ed a Spider-Man), Tito Faraci, non riesce ad entrare in piena sintonia con il personaggio: nelle sue storie si ritrova a battere strade alternative come omaggi al noir, improbabili svolte fantasy o un ritorno ad un orrore "cattivo" ma con risultati che lasciano freddi.

Nel periodo più recente, dal moribondo Mister No è arrivato Michele Masiero che, nel pugno di storie sin qui pubblicate, si è distinto per la decisa componente onirica inserita nelle trame, che tuttavia non riescono ancora a distaccarsi dallo stereotipo. Con grande coraggio, ma anche sorpresa per i lettori, ha firmato il terzo capitolo di un classico di Sclavi, la cittadina di Inverary sospesa nella Zona del Crepuscolo, un segnale che alla Bonelli qualcosa comincia a muoversi e che certe tematiche non sono più appannaggio esclusivo del creatore della serie o di (come diremo poi) Paola Barbato, anche se questo è un aspetto che, di per sé, non è necessariamente positivo.

Medda si è avvicinato al personaggio filtrandolo secondo la sua personale visione, evitando di seguire il solco di una scialba caricatura della troppo complessa personalità sclaviana
Una felice eccezione alle difficoltà incontrate da molti autori interni alla scuderia Bonelli nel cimentarsi con Dylan Dog è rappresentata da Michele Medda che, dopo le prime esperienze insieme a Serra e Vigna, è tornato a scrivere il personaggio, da solo, dopo la maturità del loro Nathan Never. Le sue rare storie per l’indagatore dell’incubo riescono ancora a graffiare: l’autore si è avvicinato al personaggio, infatti, filtrandolo secondo la sua personale visione, evitando di seguire il solco di una scialba caricatura della troppo complessa personalità sclaviana ed evadendo dal semplice schemino giallo, trasmettendo nelle sue trame la stessa malinconia degli episodi più riusciti dell’Agente Alfa. Medda ha, infatti, qualcosa da dire e messaggi da trasmettere al lettore nonostante il personaggio: con "Il battito del tempo" ha riletto la fiaba di Peter Pan con un Dylan fragile e indifeso, metafora vivente della sua condizione di "eterno ragazzo", unico adolescente in un mondo di adulti e, proprio per questo, perfetto bersaglio della pragmatica ironia di Medda. Con "La saggezza dei morti" ha fatto recuperare a Dylan il ruolo di "spettatore" di vicende non sue e di interprete dello spirito dei tempi (la fretta e la frenesia della vita moderna) mentre con "L’ospite sgradito" ha raccontato in modo surreale (il confronto tra Dylan ed un topo!) una indefinibile sensazione di precarietà che nasce dalla fragilità di un equilibrio interiore, un disagio fin troppo diffuso al giorno d’oggi.


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