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Il fattore X

X è l’incognita. Sillogisticamente, X è l’incognita Xabaras
Recensione di  |   | dylandog/


Il fattore X
Dylan Dog 241-242 "In nome del padre"


Il fattore X

Scheda IT-DD-241-242

Un critico diligente, prima di esprimere il proprio parere su una storia di tale portata, avrebbe quasi l’obbligo di documentarsi, andando a consultare tutti quei numeri che appaiono importanti (da Cagliostro! a Maelstrom!, passando per Morgana, Storia di nessuno ed il n.100 – di cui allo stato attuale delle cose non vale la pena riportare il titolo), ai fini di una lettura e di una interpretazione coerenti.

Una cosa del genere avrebbe però una dubbia utilità, perché vorrebbe dire, né più né meno, cercare di imporre l’ottica della continuity sull’universo di un personaggio (e si badi bene all’uso del termine) che per anni gli autori, Sclavi in primis, hanno in pratica sistematicamente privato della sua memoria storica, riproponendolo ai lettori albo dopo albo in quella medesima dimensione di “perfezione” (da intendersi nell’originale accezione latina di “compiutezza”) con la quale si era presentato nel n.1.

1) La struttura

(Di dove si discute degli input e dell’organizzazione del lavoro)

I titoli riportati in precedenza fanno tutti capo al cosiddetto “Sclavi di allora” (e a tal proposito si consiglia la lettura dell'articolo "Venti anni con Dylan Dog", per una argomentata, efficace e brillante analisi delle diverse “epoche stilistiche” di Sclavi, e delle ricadute sui rispettivi Dylan Dog), che non avvertiva assolutamente l’esigenza di inficiare la libertà del suo personaggio introducendolo in un continuum editoriale di equilibrio dinamico – del resto assolutamente esente da critiche, quando pensato come metodologia di approccio e pianificazione, indipendente dal medium, ad un qualsivoglia universo fantastico (da Nathan Never a Harry Potter a Star Wars).

Dovendo parlare di Xabaras...è innegabile che tutte le sue potenzialità di personaggio vengano rese note sin dalla sua prima apparizione: affascinante paradosso di negromante e scienziato, votato alla ricerca di un siero che dia fine alla Morte, padre sterile di infiniti zombies – che, appunto, vedono in lui poco più di un burattinaio – e figura tanto importante che Sclavi si permette di calare relativamente presto l’asso nella manica del “Dylan, io sono tuo padre!”.
Le sue successive apparizioni sono state così diradate (volutamente, per esigenze narrative), da ingenerare nei lettori “di allora” un prevedibile e crescente senso di attesa.

Xabaras, un personaggio che da solo potrebbe sostenere un’intera serie. Si rende “a solo” protagonista di trame marcatamente metafumettistiche, ma appunto non trascende i confini legati al suo essere (pur potente) creatura di fantasia.
È in grado di bucare lo schermo cartaceo, esaltando il suo ruolo e la sua influenza di personaggio vivo su quel percorso narrativo all’interno del quale contempla da lontano le impronte lasciate da suo figlio.

L'infanzia di Dylan
disegni di Bruno Brindisi

(c) 2006 SBE

L'infanzia di Dylan<br>disegni di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2006 SBE</i>

2) Il processo

(Di dove si discute delle modalità con cui vengono gestiti cambiamenti e/o innovazioni, e delle decisioni prese per la loro esecuzione)

Il confronto Sclavi/Barbato è materia su cui qualunque critico (ovverosia chi non sa né fare, né insegnare, parafrasando l’aforisma di G.B. Shaw) si ritiene invitato a versare i canonici fiumi di inchiostro e, a dirla tutta, anche chi scrive ha già avuto l’aggio di dire la sua (cfr. la recensione di DD 221).

Ripartiamo allora dal principio.
C’era una volta la storia di un personaggio che di mestiere dava la caccia agli incubi, forse perché discendente da un’intera stirpe di cacciatori di incubi, o forse no.
C’era una volta la storia di un bambino che si diceva fosse nato nel 1666, ma che viveva nella Londra dei nostri giorni.
C’erano tante storie autoconclusive, tra le quali saltuariamente emergevano quelle legate ad una diradata “mitologia” interna alla serie. Tra queste, quella che fu presentata come la storia di Dylan Dog, quella che si sarebbe fatta carico di rispondere in maniera definitiva ad ogni domanda passata, presente e futura.
Un numero da tenere sempre in coda alla propria collezione, fu detto.

Il dilemma sorge di fronte alla parola “futura”. Come si può ritenere di aver già risposto a domande che sono ancora di là da venire? L’unica soluzione è di “piegare” narrativamente ciò che verrà dopo, dilatando all’infinito lo spazio compreso tra il n.99 e il n.100.
La “vera” storia di Dylan Dog è tutta qui, in una struttura ad anelli concentrici, di dimensioni via via maggiori allo scorrere del tempo, forzati in un ipotetico imbuto che li ritorce su se stessi all’interno di un vuoto plausibilmente semi–infinito (perché ha comunque una fine).
Una sorta di entità topologica dotata di un’elevata elasticità, in quanto in grado di accogliere fino ad ora l’abbondanza di idee dei diversi autori della testata, ma che è stata messa alla prova dalla Barbato, che ha fatto suo l’intento di “far crescere” Dylan.
Un intento che, al di là delle semplici accezioni di “positivo” o “negativo”, ha rappresentato di fatto un’innovazione.

Come si può ritenere di aver già risposto (nel n.100) a domande che sono ancora di là da venire? L’unica soluzione è di “piegare” narrativamente ciò che verrà dopo...
Il personaggio Dylan ha iniziato a sviluppare coscienza di un percorso evolutivo interiore, in una maniera abbastanza continuativa, voltandosi per la prima volta indietro per ricongiungersi a frammenti di se stesso appartenenti ad epoche precedenti, non più scollegate dalla transeunte dimensione presente, e ponendosi domande su un possibile futuro, di cui ancora una volta il n.100 aveva già delineato precise linee guida.
Tutto ciò ha indotto un cambiamento nella percezione della figura dell’indagatore dell’incubo da parte del suo stesso mondo, prima che da parte di noi stessi lettori.
In questo sta fondamentalmente l’innovazione di cui prima, che nella sua forma più superficiale si traduce nell’abilità chirurgica che la Barbato ha mostrato (in questa storia come, ad esempio, nel n.200) nell’incastonare domande e risposte “future” (secondo l’accezione suggerita in precedenza) in un impianto dalla conclusione preordinata.

E dovendo parlare di Xabaras...complici in buona parte i disegni di Bruno Brindisi ed i colori di Nardo Conforti, il suo cammino giunge finalmente ad un punto di svolta.
Su due livelli.

Laddove lo scienziato Xabaras riesce ad individuare l’ottimale combinazione tra la composizione del siero e la tempistica di somministrazione (anche se sarebbe ragionevole chiedersi come mai non ci sia arrivato prima :-)), il personaggio Xabaras abbandona del tutto la dimensione cartacea e viene anch’egli indotto, dalla Barbato, a crescere.
Come Dylan.

Il cammino di Xabaras giunge ad un punto di svolta su due livelli.
La nota di riflessione nasce dalla constatazione che la metànoia di Xabaras viene condensata in due soli albi.

La Barbato, dal canto suo, registra un passo in avanti nel suo personale percorso di tessitrice di tele, dimostrando ampiamente di essere assurta da un’iniziale densità di contenuti (e pur mantenendola) ad un’intensità nell’intrecciare sentimenti ed emozioni.
È dolore reale quello che si respira in quelle 188 pagine (a prescindere di come si voglia intendere tutto ciò). È un rivo agrodolce, penetrante, malsano, orpello necessario che si rende lacrima (perché racchiude un’insostenibile potenza) attraverso la presenza catalizzatrice di Cagliostro e la doppia morte (?) che Xabaras preferisce darsi, quale terza via di fuga, una volta esaurite le facce della medaglia a disposizione (va comunque specificato che la morte di Xabaras è stato in pratica l'unico paletto definito da Sclavi in sede di lavorazione, così come più volte ribadito dagli autori in occasione di interviste ed incontri con il pubblico).

La furia di Cagliostro

(c) 2006 SBE

La furia di Cagliostro<br><i>(c) 2006 SBE</i>

3) Gli esiti

(Di dove si discute degli effetti a breve e a lungo termine)

“Nulla sarà più come prima”.

Ma sarà vero?
Ciò che rimane, voltata l’ultima pagina, è l’esigenza di rileggere il tutto a mente più fredda, per meglio comprendere come Cagliostro, ritratto quale catalizzatore degli eventi, si sia prestato ad una prima interpretazione di “deus–ex–machina”, salvo poi far comprendere la sua funzione, in maniera estremamente sottile, di “filo di sutura” tra i diversi Dylan raccontati nel corso di questi primi vent’anni.

Cagliostro come la principale tra quelle domande e risposte “future” di cui si è detto in precedenza.
Cagliostro che fa e disfa gli universi come gomitoli di lana.
Cagliostro che traghetta padre e figlio tra le pieghe del tempo (e alla fine una spiegazione del perché, ancora non esiste).
Cagliostro che ha disperatamente bisogno di legarsi a qualcuno, per affermare la propria indipendenza (altro affascinante paradosso), e che per questo priva ancora una volta Dylan della sua memoria storica. Solo che stavolta si tratta (si tratterebbe?) di una eradicazione definitiva, che apporterà come ulteriore conseguenza una nuova, saltuaria, presenza felina in quel di Craven Road n.7.

“Nulla sarà più come prima”.

Tutto è cambiato…e non è cambiato niente.
Il critico diligente riterrebbe allora opportuno a questo punto spendere un doveroso commento sulla veste grafica di questo ventennale, a partire dall’accattivante copertina doppia che Angelo Stano ha composto su un azzeccato sfondo dorato.
Brindisi e Conforti hanno fornito un mastodontico contributo a questo speciale anniversario, che al di là di quanto detto fino ad ora è una vera gioia per gli occhi (e in alcuni momenti – cfr. la terza vignetta di pag. 8 nel n.241 – la fisionomia del volto di Dylan si avvicina pericolosamente a quella di Hugh Grant :-)).
Al di sopra di tutto, è sorprendente notare la delicatezza dei tocchi di luce, creati da Conforti, nell’impalpabile passaggio dalla vita alla non–vita, dipinti sui volti di Xabaras e di Steve.
L’essere abituati ad esprimere una valutazione su un manicheistico bianco/nero rende a volte quasi impreparati ad esprimere un giudizio “acritico” su un risultato di così alto livello come questo, e non tanto per il timore di ripetere i “soliti” giudizi più che positivi su uno dei disegnatori di punta della testata, quanto per l’entusiasmo di semplice lettore che inevitabilmente affiora dinanzi ad una così evidente capacità (e volontà) di migliorarsi, in un connubio tanto fecondo che verrebbe voglia di vedere disegnati (e colorati) così tutti gli albi dell’ultimo ventennio.

Figlio e Padre
disegni di Bruno Brindisi

(c) 2006 SBE

Figlio e Padre<br>disegni di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2006 SBE</i>
Tutto è cambiato...e non è cambiato niente
Detto questo, quel vuoto semi–infinito che scorre tra i n.99 e 100 può dirsi in buona sostanza riempito.
In quanto vuoto geometrico, però, è altrettanto corretto affermare che non può contemplare precisi confini, per cui…nulla sarà più come prima, perché tutto rimarrà come prima.
Non ci sarà, come neanche adesso c’è stata, una continuity o una saga nella Londra dylaniana.
E il fattore X del titolo in definitiva non è altro che un grosso, sostanziale, pareggio tra Dylan e noi lettori (anche noi cresciuti, particolare non trascurabile, come lo stesso Sclavi ha dichiarato nel suo messaggio del n.241).

Un gatto in casa Dog?
disegni di Bruno Brindisi

(c) 2006 SBE

Un gatto in casa Dog?<br>disegni di Bruno Brindisi<br><i>(c) 2006 SBE</i>
Aspettando a questo punto un ipotetico sblocco del risultato (fra 100 numeri, o tra altri venti anni).

Dylan Dog 241-242, "Xabaras!"-"In nome del padre", di Paola Barbato e Bruno Brindisi, Sergio Bonelli Editore, 188 pag., colore, brossurato, settembre/ottobre 2006

Vedere anche...

Scheda IT-DD-241-242

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