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Il ritornante

ritorna Sclavi ma è difficile gioirne
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Il ritornante
Dylan Dog 240 "Ucronìa"


Il ritornante

Scheda IT-DD-240

Sclavi è tornato. Ok, sapevamo già da mesi prima che l'albo arrivasse in edicola che si trattava di una toccata e fuga (il ritorno della vena creativa è durato soltanto un romanzo breve, "Il tornado di Valle Scuropasso", e tre albi, questo e altri due post-ventennale) ma l'occasione costituisce pur sempre un evento nel piccolo mondo del fumetto. Evento per il quale è però difficile gioire, se a tanta aspettativa corrisponde uguale delusione: non è Sclavi quello che oggi ritorna, ma, per rimanere nei canoni della serie, il suo "ritornante".

Nella sostanza, Sclavi tenta un ritorno al passato senza riuscirvi e la vera domanda è però se riesca un eventuale ritorno al futuro. Sclavi è un geniale assemblatore e, soprattutto, uno sceneggiatore geniale: è la sua fantasia straripante, la sua mirabolante inventiva verbale e visiva, la sua capacità di cucire insieme i materiali più disparati, invecchiati e amorfi in un tutt'uno vivo e nuovo - è tutto questo - a sostenere e far dimenticare la sostanziale debolezza e relativa pochezza di tantissime sue trame. Oltre alla funzione di inesorabile filtro e interpretazione della realtà che le sue storie riescono ad assolvere. Se comincia, come in questa occasione, a fare il conformista, invece, naufraga. Come con il killer che veste firmato: non è tanto il retrogusto retorico a infastidire (il personaggio è una citazione evidente - e sottolineata nella posta - da "American Psycho") quanto il fatto che Sclavi non aggiunga nulla di suo a questa citazione. Le didascalie del personaggio, i suoi dialoghi, potrebbero essere tranquillamente presi di peso dal libro di Ellis.

Nella sostanza, Sclavi tenta un ritorno al passato senza riuscirvi e la vera domanda è però se riesca un eventuale ritorno al futuro.

Storia prevedibile

Per tutto l'albo Sclavi non fa lo Sclavi. Ci si può stare, o si poteva immaginarlo: non si torna dopo cinque anni uguali a se stessi. Il problema è che al posto di Sclavi c'è solo uno che firma, ma ha smarrito, almeno in questa storia, il filo del narrare: di qualunque narrare. L'albo gronda retorica (il killer che veste firmato)? Situazioni trite (il comunazismo), luoghi comuni (l'uomo in fuga ossessionato da oscuri complotti)? Non è che in Sclavi prima mancassero, è che erano i rottami sparsi, i materiali di risulta assemblabili e assemblati con maestria. C'è un quid impalpabile che manca. Impalpabile ma non necessariamente senza nome: imprevedibilità.

Il gatto di Schrodinger
disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog 240, pag.42

(c) 2006 SBE

Il gatto di Schrodinger<br>disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog 240, pag.42<br><i>(c) 2006 SBE</i>

La prevedibilità di questa storia sottrae a Sclavi i suoi tempi narrativi; i tempi narrativi percepiti come Suoi. Ucronìa non è una storia surreale come tante delle migliori di Sclavi, non è sostenuta dal fluire erratico, lunare e spasmodico delle epifanie che potevano mostrarsi a ogni blocco di sceneggiatura, a ogni tavola, a ogni vignetta. La gioiosa e folle anarchia sclaviana è irreggimentata, sotto una patina che ricalca soltanto l'antico modulo. Ma le sbavature si notano, la mania spiegazionista e il buonismo a buon mercato hanno contagiato anche Sclavi. O forse, più correttamente, non più armonicamente intessuti nella trama di una storia in grado di affascinare per come è, prima e comunque che per quel che dice, risaltano in maniera evidente, urlata, volgare. Nessuna follia, nessuna diversione laterale della ragione negli inserti di scimmioni senzienti, alieni piangenti, streghe zingare arse sul rogo o carri armati Comunazi; ma anzi una trama logica e coerente, e per questo inesorabilmente insapore. Si va da A a C passando per B.
La gioiosa e folle anarchia sclaviana è irreggimentata, sotto una patina che ricalca soltanto l'antico modulo.

Il ribaltamento di Dylan

Nel clone non ben riuscito di una classica storia dylaniata si muovono i fantasmi di Dylan Dog e di Groucho. Presenze inavvertite: del tutto ininfluente il primo - ininfluente quale personaggio dotato di certe caratteristiche - scialbo e sempre fuori contesto il secondo. Può essere comprensibile: riprendere il dialogo con dei vecchi amici dopo tanti anni non deve essere facile. E la caccia ad un killer che, contemporaneamente, esiste e non esiste (come qualsiasi altra cosa dell'universo), diventa anche una metafora dell'evoluzione di Dylan Dog.

All'inizio della serie Dylan Dog non esisteva; era un personaggio "estraneo" alla cultura, perché racchiudeva una serie di caratteristiche ancora poco diffuse, di cui tutti erano in qualche modo testimoni ma che la maggior parte dei lettori non aveva interiorizzato come modello comportamentale. Sclavi aveva concepito Dylan come un vero e proprio personaggio "inesistente": vegetariano, astemio, pochi scrupoli con le donne ma sentiment-driven in tutto, animalista, intollerante con gli intolleranti, antitecnologico; tutte caratteristiche che nel 1986 il lettore non sentiva come proprie. Proprio insieme al mutare della società, è cresciuto il successo di Dylan, perché è cresciuta l'identificazione (anche solo parziale) con il personaggio.

L'inesistente Brett Ellis
disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog 240, pag.87

(c) 2006 SBE

L'inesistente Brett Ellis<br>disegni di Franco Saudelli, Dylan Dog 240, pag.87<br><i>(c) 2006 SBE</i>

Oggi, il ribaltamento. Se all'epoca Dylan era un inesistente in un mondo estraniato, oggi il personaggio che non esiste è l'opposto: Brett Ellis non esiste e Dylan è invece il prototipo reale di ciò che è concreto. Oggi Dylan esiste perché Sclavi si dimostra non più in grado di usarlo come filtro doppio, delle proprie paure e della propria visione (allucinata) del mondo esterno. Dylan quindi prende corpo, ma non essendo un personaggio dotato di una propria esistenza, quel che prende corpo è un guscio, che attraversa passivamente gli eventi narrati senza più esserne attraversato, senza esserne la lente attraverso la quale li si interpretava. Ecco perché la retorica e il buonismo - che ci sono sempre stati, nella scrittura di Sclavi - si percepiscono: perché investono il lettore direttamente, senza la mediazione poetica del personaggio.

Se all'epoca Dylan era un inesistente in un mondo estraniato, oggi il personaggio che non esiste è l'opposto: Brett Ellis non esiste e Dylan è invece il prototipo reale di ciò che è concreto.
Sclavi stesso, in questo episodio, sembra frastornato di fronte a questa situazione: non capisce più da che parte stare, forse ammette inconsciamente a se stesso che il mondo di orrore quotidiano che tratteggiò negli anni '90 era solo frutto delle proprie ossessioni. E Dylan Dog, di fronte al proprio universo di valori così drammaticamente ribaltato, e ribaltato proprio perché Dylan stesso non ha più la scusa di sentirsi diverso dal mondo per rimanere adolescente, non può che soccombere sotto i colpi del proprio avversario. Cosa che in effetti, al termine dell'episodio, fa.

Una sola scena degna del nome di Sclavi: quella finale. L'ultima tavola ci rammenta le possibilità della scrittura sclaviana. Un guizzo, troppo poco: non basta a riscattare un racconto privo proprio di quel guizzare a-logico della fantasia.

Disegni efficaci ma inadeguati

I disegni di Saudelli conferiscono un ulteriore tocco di "materialismo" di cui non si sentiva la mancanza: all'entrata in scena di Viva per un attimo si immagina che la ragazza possa prodursi in contorsioni degne della Bionda. Efficace (forse la sua prova migliore sugli albi dell'indagatore) ma al contempo inadeguato, non è riuscito a cogliere gli aspetti più onirici della storia, dando fin troppo corpo al già fin troppo lucido incubo di Sclavi.

Dylan Dog 240, "Ucrònia", di Tiziano Sclavi e Franco Saudelli, Sergio Bonelli Editore, 100 pag., b/n, brossurato, in edicola dal 29 agosto 2006

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