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InteractiveDopolavoro




DOPOLAVORO
SETTEMBRE 1999

La posta di uBC
Parola d'autore
Dialoghi nella rete

In questa pagina:
Filosofia bonelliana
parte prima

di Michele Medda

Dopolavoro
Parola d'autore  

Durante l'estate appena trascorsa, Michele Medda, si è concesso una occasionale incursione sul newsgroup it.arti.fumetti, evidentemente stimolato dai messaggi di molti "nostalgici" che si auspicavano, a gran voce, una ripresa di Hammer, sfortunata ma interessante serie di fantascienza, edita qualche anno fa dalla Star Comics, da parte della Sergio Bonelli Editore.

La discussione è montata fino a riguardare il significato di cosa Medda intenda per "filosofia bonelliana". Vista la quantità di materiale interessante, il dopolavoro di questo mese tenta una specie di "crossover" fra due delle sue sezioni: "Parola d'autore" ospita gli interventi integrali di Medda, mentre "Dialoghi nella rete" prosegue la discussione con alcune delle repliche dei frequentatori del newsgroup.

Filosofia bonelliana
Parte prima


interventi di Michele Medda dal newsgroup it.arti.fumetti.

07-08-1999:
Sono abbastanza stupito del fatto che alcuni lettori si chiedano "Ma perche' Bonelli non ristampa Hammer?" In particolare, Neural cita un intervento, credo di Tomah, che dice: "Inoltre: siamo propio sicuri che in Bonelli - preso come assurdo che sia possibile riprendere (Hammer, ndr) - ci sia l'ambiente e la liberta' creativa necessari a continuare un titolo del genere senza imbrigliarlo nei soliti canoni made in via Buonarroti?"

Una domanda del genere mi sembra un tantino mistificante: tradotta "fuori dai denti", alle mie orecchie suona cosi', e correggetemi se sbaglio: "Siamo sicuri che quei cattivacci della Sergio Bonelli siano capaci di pubblicare un capolavoro come Hammer, prodotto in totale liberta' creativa, senza farne una schifezzuola come Tex, Dylan Dog, Martin Mystere, Nathan Never, e tutti quei fumettacci prodotti secondo i soliti biechi canoni bonelliani, cioe' nel totale abbrutimento di sceneggiatori e disegnatori, incatenati ai tavoli nelle segrete di via Buonarroti"?

Vorrei rispondere a questa domanda che e', ribadisco, mistificante. Approfitto di un attimo di liberta' (in agosto i biechi redattori bonelliani allentano le catene, aggiungono qualche pezzo di carne di ratto alla broda di cui ci nutrono, e ci lasciano uscire a turno per un quarto d'ora d'aria)e rispondo, riepilogando...

LE RAGIONI PER CUI BONELLI NON RISTAMPA HAMMER:

a) perche' Bonelli ha gia' una serie di fantascienza e ne ha un'altra in cantiere (Gregory Hunter). Non avrebbe senso proporre una terza serie di FS e "cannibalizzare" il pubblico di altre testate.

b) perché Hammer vendeva mediamente sulle 15.000 copie quando era una novita' assoluta, in un buon momento per il mercato fumettistico. Ora sono passati sei anni, e la situazione del mercato, perdipiu', e' cambiata in peggio. Anche considerando che si tratterebbe di semplice ristampa, anche ipotizzando una vendita maggiore per via della capacita' di "spinta" della Bonelli, si potrebbe arrivare forse a 20/30.000 copie vendute. Troppo poche.

c) il vero motivo per cui Bonelli non puo' ristampare Hammer, pero', e' questo: perche' Hammer in realta' aveva poco o nulla a che fare con la "filosofia" bonelliana, qualunque fosse l'intenzione dell'editore o degli autori. Hammer era una serie "popolare" solo nel formato (94 pagine b/n), non certo nei contenuti e tantomeno nello stile narrativo. Un aspetto, questo, fondamentale; e che mi sembra sia ignorato -o, peggio, mistificato- ogni volta che si parla della serie del gruppo bresciano.

Il mio quarto d'ora e' finito. Sento il supervisore che fa schioccare la frusta, e il cigolio dei cancelli che si riaprono: devo tornare nel mio loculo bonelliano. Salutero' per voi Stefano Vietti e Giancarlo Olivares. La loro cella e' vicino alla mia, e ogni tanto ci scambiamo sigarette e riviste porno. Mario Rossi e' nel braccio nord, e con lui non ci vediamo mai. Gigi Simeoni, ieri, ha rubato il cucchiaio della zuppa. Ora il problema e' trovare uno strumento per affilarlo. Dopo cominceremo a scavare....


10-08-1999:
Mamma mia, quanta carne al fuoco... non immaginavo di dare vita a un thread. Comunque ne sono contento, perche' questo mi da' modo di dire delle cose che nessuno dice...

Innanzitutto, caro Brunori, non penso di essere maleducato perche' interpreto in maniera "cattiva" la domanda di Tomah. A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca... :-) poi, avanti, basta chiedere a Tomah cosa pensava realmente...

Allora, cominciamo da Zeno, che scrive:

Perche' prendersela se qualcuno osserva che la SF non e' certo il settore in cui Bonelli riesce a dare il meglio di se'?

Beh, io non me la prendo. Mi limito a non essere d'accordo. Probabilmente nemmeno Sergio Bonelli e' d'accordo. Altrimenti avrebbe ristampato Hammer al volo, appena la Star ha chiuso la serie... :-)

Insomma, sara' consentito osservare che Hammer in pochi episodi ha dato ai lettori molto di piu' di quanto NN sia riuscito a fare in cento albi?

Si', si', ci mancherebbe, e' consentito. Spero sia consentito anche dissentire, a me, ai miei soci e a tutti i lettori che preferiscono Nathan Never a Hammer. Ma temo che stiamo parlando di cose diverse, Zeno, perche' tu dici:

Certo, capisco che scrivere una storia al mese sia faticoso - e che probabilmente anche gli autori di Hammer avrebbero faticato a mantenere, sul lungo periodo, uno standard qualitativo elevato -

Io non parlo affatto di qualita' della serie. Assolutamente no. Il mio discorso prescinde da qualsiasi considerazione sulla qualita' di Hammer.

Qui non ti seguo.In sostanza dici:"che c'entra Hammer con NN? Non e' mica una serie popolare!". Come se gli autori Hammer scrivessero in modo diverso da voi, in una diversa dimensione narrativa.

Diamine, si'. E' esattamente quello che sto dicendo.

Ecco il grande errore di fondo, se mi permetti: ritenere che gli "altri" facciano qualcosa di diverso per essere "non-bonelliani", "non-popolari", mentre - piu' verosimilmente - queste cose stanno solo nella vostra testa.

Ecco il grande errore di fondo: l'errore (scusabile)dei lettori, l'errore (meno scusabile) dei critici, ma soprattutto l'errore (imperdonabile) di certi editori e di certi autori. Pensare che se si pubblica una serie d'avventura di 94 pagine b/n in formato bonelli si faccia ipso facto una serie "bonelliana". "Andiamo, Medda... Hammer, Nathan Never, Goccia Nera, Bad Moon, e' la stessa cosa, no? A parte che Hammer e' piu' bello, naturalmente...". E' proprio questo il punto. NON E' LA STESSA COSA.

Allora, siccome qui il discorso minaccia di diventare maledettamente lungo, facciamo cosi': ora dico perche' Hammer non poteva essere una serie Bonelli, e poi - prometto- "posterò" (orrido verbo) una dissertazione sulla "filosofia bonelliana", okay?

Ladies and gentlemen, ecco a voi....
I MOTIVI PER CUI HAMMER NON ERA "BONELLIANO"

Cominciamo dal motivo piu' "futile": il titolo.
a) Hammer non porta il nome di un personaggio. E' il nome dell'astronave. Impensabile per una serie bonelliana, dove le serie sono intitolate al personaggio protagonista (salvo Zona X, essendo uno spin-off di Martin Mystere... e guardate che fortuna che ha avuto...) :-(
Non solo: nel n.1 leggiamo una storia di una serie che si intitola "Hammer"... e arrivati a pag. 94 non sappiamo chi o cosa sia Hammer!!! Pensate che una "licenza narrativa" cosi' vistosa sarebbe stata possibile su una serie bonelli?

Motivo un po' meno futile:
b) Hammer era una storia "collettiva", con tre protagonisti tutti sullo stesso piano. Difficilmente un'idea del genere sarebbe potuta passare in Bonelli, dove vige la regola del protagonista unico, in genere affiancato da una "spalla" piu' o meno comica. Forse (sottolineo: forse) un'idea del genere potrebbe passare ora, certo non cinque anni fa.

Motivo sostanziale:
c) I personaggi di Hammer erano personaggi "negativi", prendendo il termine con le doverose molle. Inammissibile per una serie bonelliana, dove gli eroi devono essere dalla parte della legge. Sergio Bonelli legge e apprezza Torpedo e Diabolik, ma ha scelto di non pubblicare mai storie con protagonisti criminali o comunque "negativi". Vedi anche Gea, ben diversa da Sprayliz. E questo da CINQUANT'ANNI. Dico, ma ci sara' pure qualcuno che ci ha fatto caso?????

Motivo molto molto sostanziale:
d) La "filosofia" di fondo di Hammer differiva completamente da quella delle serie bonelliane: Hammer era una serie specificamente "di fantascienza" per lettori "di fantascienza". E non solo: era fantascienza d'azione, visto che praticamente in ogni albo Helena, Swan e Colter sono inseguiti e devono fuggire, con abbondanza di lunghe sequenze d'azione. Nei 13 numeri usciti non emergono strutture narrative diverse da quelle della fantascienza d'azione, con particolare riferimento a certi manga dal ritmo cinematografico. Per intenderci, non c'e' una storia di cui si possa dire: "Beh, in fondo questo e' un mystery, o un noir" o "Questa e' una storia d'amore" o "Questa e' una storia psicologica di impianto teatrale". In parole povere, Hammer non presenta quel lavoro sui "generi attraverso il genere" che e' una delle caratteristiche salienti delle serie Bonelli.

Hammer era una serie in un certo senso "specialistica", che presumeva nel lettore una conoscenza di base del genere fantascientifico, del suo gergo e delle sue convenzioni. In parole povere, raggiungeva di fatto un pubblico di soli appassionati del genere, quindi un pubblico "di nicchia" (per quanto piu' ampio di quello della contemporanea "Cyborg", ancora piu' "hard" in questa direzione). Ribadendo, naturalmente, che di "nicchia" si parla perche' si fa il paragone con le tirature di Bonelli. Per me 15.000 lettori sono una cifra di tutto rispetto. Comunque sia, raggiungere un pubblico "di nicchia" non e' certo quanto si propongono le serie bonelliane, concepite per essere dirette a un pubblico vasto quanto piu' possibile.

e) Il modo di raccontare di Hammer non era "bonelliano", checche'se ne dica. Se le sceneggiature di "Hammer" fossero passate per le maglie della revisione bonelliana, sarebbero state ampiamente riscritte e ridisegnate nella maggior parte dei casi, allo scopo di renderle piu' "leggibili" e piu' "immediate". Ribadisco, perche' non si sa mai: tutto cio' non ha niente a che fare con considerazioni di "qualità". Stiamo parlando di STILE, di MODO DI RACCONTARE.

Ma riguardo a quest'ultimo punto, mi riservo di continuare prossimamente. Per ora concludo qui. Si puo' essere d'accordo o no con la filosofia dei fumetti Bonelli, ma non si puo' chiedere la luna, cioe' pretendere da Bonelli la ristampa di un fumetto che -lo ribadisco- di bonelliano aveva solo il formato.

E spero sia chiara la mia stima per gli autori di Hammer, che seguo fin dai tempi di Full Moon, e che ho il piacere di avere come collaboratori per Nathan Never e Legs.

Al mio prossimo quarto d'ora d'aria... :-)


14-08-1999:
Ogni promessa e' debito.

MailMaster ha scritto:
vorrei sapere cosa si intende per i canoni bonelli con l'espressione "fumetto popolare".

Definire il "fumetto popolare secondo la Sergio Bonelli Editore" richiederebbe una conferenza... anche perche' la "filosofia" bonelliana non e' scolpita nel marmo come le tavole dei comandamenti. Se lo fosse, sai quante discussioni ci risparmieremmo, io e il Serra... ma ho promesso di accettare la sfida. Quindi provo a definire il "popolare" bonelliano, conscio del fatto che nessuno si e' mai preoccupato di farlo. La formula vincente di Bonelli e' stata naturalmente oggetto di innumerevoli tentativi di imitazione. Nessuno dei quali, pero', e' mai riuscito, nemmeno lontanamente, a fare realmente CONCORRENZA alla SBE. Insomma, questa alchimia bonelliana resta misteriosa, un po' come la formula della Coca Cola.

Personalmente, da anni mi chiedo perche' gli editori si ostinano a scimmiottare il FORMATO bonelliano, senza chiedersi:

a) quale organizzazione comporti una programmazione editoriale simile, 94 pagine mensili (tradotto brutalmente: quale sforzo economico comporti PRODURRE e soprattutto RETRIBUIRE EQUAMENTE 94 pagine mensili senza pubblicita')...

b) che cosa ci sia DENTRO quegli albi bonelliani da imitare. Cioe' cosa ci sia di speciale, quale sia quel quid che li fa diventare realmente POPOLARI... e vendere decine, quando non centinaia, di migliaia di copie.

Il problema quindi non e' il formato, e nemmeno il tipo di storie proposte, tutto sommato, ma il MODO di proporle. Un certo stile.

Ripeto: definire questo stile e' un'impresa ardua, perche' si parla spesso di "bonelliano", intendendo magari una "griglia" regolare nell'impaginazione, o un certo schema narrativo con l'eroe e la "spalla" comica... ma questa e' la superficie. Nella sostanza, di cosa stiamo parlando? Che cos'e' il famoso "bonelliano"?

Bene, io identifico il "bonelliano" essenzialmente con quella che possiamo chiamare "immediatezza". Cioe' con una "leggibilita' " estrema degli albi, che col tempo e' diventata uno stile: il modo "bonelliano", appunto, di fare i fumetti.

Mi piace pensare ai fumetti Bonelli come al rock'n'roll. Una combinazione elementare, basso + chitarra + batteria, estremamente semplice, ma anche molto duttile: in parole povere, una musica che chiunque puo' ascoltare, ma che non per questo e' necessariamente "banale". Un sound semplice ma che puo' dire cose molto complesse, far vibrare corde molto profonde. Questo tipo di "semplicita'" di scrittura, naturalmente, e' tutt'altro che facile da ottenere. Per restare in ambito musicale, "Knocking On Heaven's Door" e' fatta di quattro accordi. Qualunque imbecille - me compreso - puo' suonarla. Pero' scriverla e' un altro paio di maniche.

Ma torniamo al fumetto e prendiamo Nick Raider, che e' un albo notoriamente poco considerato dalla critica. Non se ne parla tanto, perche' magari sulle fanzines si preferisce disquisire sulla visione del mondo sclaviana, o piangere su come era bello Ken Parker, o parlare male di Nathan Never :-) ...

Ora, Nick Raider e' "bonelliano" quanto Dylan Dog, anche se non gli viene riconosciuto lo status di "arte". E' quel tipo di "prodotto medio", con storie strutturalmente solide, con protagonisti ben caratterizzati anche se dentro i confini dello stereotipo, e con la giusta miscela di dialogo e azione. Insomma, ha tutte le caratteristiche della lettura "popolare": facile, gradevole, ma non per questo sciatta ne' offensiva per l'intelligenza del lettore.

Ma attenzione: le stesse cose possono essere dette di Dylan Dog, che e' considerato generalmente il prodotto "artistico" della Sergio Bonelli Editore. Nel senso che, lasciando da parte ogni discorso sui contenuti, Dylan Dog si presenta al primo impatto come una lettura "facile", scorrevole, gradevole. Si converra' che non presenta particolari difficolta' di lettura, ne' una struttura narrativa particolarmente ostica. E' un fumetto d'avventura con i suoi colpi di scena, con scene horror, umorismo, malinconiche storie d'amore. E' una "musica semplice" di cui il rocker Tiziano si serve per dire cose molto profonde, per trasmettere una sua personale visione del mondo, per dire delle cose sulla societa' e sulla natura umana in generale.

Il fumetto come il rock'n'roll, appunto. Musica popolare. Che resta tale, anche quando decidi se ci vuoi ballare (e allora ascolti, che so, "Let's Twist Again" di Chubby Checker) o sei in cerca di sensazioni piu' profonde (e allora ascolti "Just Like a Woman" di Bob Dylan, o quello che volete voi). Infatti Allen Ginsberg disse di Bob Dylan che Dylan era "il primo poeta dei juke-box", e la definizione mi sembra davvero eccellente. Dylan porto' significato, spessore e profondita' alla canzone usando la forma musicale "popolare" per eccellenza, il rock (anzi, il folk-rock, per essere precisi).

Fatte le dovute proporzioni, e' un po' quello che si dice di Tiziano, no? Non si dice - usando una terminologia un po' stantia - che Sclavi ha creato il "popolare d'autore"? Okay, forse ho un po' divagato da Dylan Dog a Dylan Bob. Ma era per ribadire il concetto: una forma semplice puo' essere usata per molte cose, e non necessariamente semplici (Ma quand'anche dicesse cose semplici, che ci sarebbe di male? Perche' parlare male dei Beach Boys e di Legs Weaver? :-))))

Semplicita', quindi, e' la parola chiave. La "semplicita'" bonelliana, pero', e' frutto di un lavoro che semplice non e'. Anzi, e' molto complicato. Richiede una conoscenza molto approfondita dei "ferri del mestiere" dello scrittore. Non basta dire: "Okay, ora scrivo una cosa semplice e propongo una serie a Bonelli, che ci vuole?" Chiedete a Renato Queirolo quanti scrittori professionisti sono caduti sul campo proponendosi per Nick Raider. (Una serie considerata appunto "facile").

Alla base, questa "conoscenza approfondita" richiesta agli autori e' innanzitutto un'adesione - in primis ideologica - a un certo modo "classico" di fare fumetto d'avventura: una disposizione a giocare dentro i confini del "genere" del racconto, a cercare un terreno comune fra autore e lettore senza partire per la tangente della sperimentazione fine a se stessa o voler "epater le bourgeois" a tutti i costi.

Ancora, e' tipica - direi quasi essenziale - per il fumetto bonelliano la rivisitazione dei "generi attraverso il genere", a cominciare dal capostipite Tex Willer, che certo non e' solo un western (pensate semplicemente alle storie con Mefisto). E Zagor? Che dire di un fumetto che ha veramente frequentato tutti i generi d'avventura? Provate a pensare a tutti gli eroi bonelliani, da Tex a Legs, e vedrete che ognuno di loro ha avuto la sua avventura "gialla", il suo incontro con un vampiro, con un extraterrestre, etc...

Scrivere Bonelli, quindi, non significa scrivere UN "genere", ma I "generi". Oppure, affrontando il genere nei suoi stereotipi piu' triti, significa trovare un guizzo particolare, un'angolazione di lettura diversa, un "quid", insomma la variante che giustifichi l'uso reiterato delle costanti.

Poi, scendendo sul terreno pratico, scrivere una serie Bonelli significa anche STRUTTURARE una serie. Significa stendere una scaletta di programmazione che deve tenere conto delle esigenze di una ventina di persone tra sceneggiatori e disegnatori sparsi in tutta Italia, che si vedono raramente e comunicano per fax (e si pensi invece ad Hammer, nato tra i bresciani che lavoravano gomito a gomito ). Significa gestire contemporaneamente la lavorazione di almeno 15 storie. Significa alternare i disegnatori, ma anche alternare le storie, in modo che a una storia "di atmosfera" succeda una storia "d'azione", a un plot "col mostro" succeda un plot "poliziesco", a un disegnatore "grafico" si alterni il mese successivo un disegnatore "realistico", e cosi' via. E' un lavoro dato per scontato, ma che scontato non e' affatto.

Insomma, si richiede agli autori una serie di alchimie editoriali che al lettore possono sembrare insignificanti, ma che invece hanno un loro peso, configurano l'identita' della serie, e in ultima analisi incidono nel rapporto con i lettori stessi. Pensiamo, per esempio, all'iterazione ferrea di certe situazioni nei primi anni di Dylan Dog: succede qualcosa di sanguinoso tanti anni fa, passiamo al presente, arriva una ragazza a cercare Dylan, Groucho fa le battute, Dylan si innamora di lei, etc... in Nathan Never, invece, i meccanismi di innesco dell'avventura non seguono mai lo stesso iter, la storia puo' iniziare "in medias res".

Dal punto di vista del lavoro quotidiano, scrivere per Bonelli significa anche conoscere una serie di regole empiriche: i personaggi devono chiamarsi subito per nome, i dialoghi non devono accavallarsi con le didascalie, l'impaginazione non deve essere caotica, gli stacchi di tempo devono essere a inizio pagina, la storia deve avere un giusto dosaggio di scene di dialogo e d'azione, ogni scena deve essere funzionale ai fini del plot, le vignette non possono essere sovraccariche di testo, i balloon non possono uscire dai margini della vignetta, etc...

In Bonelli, perfino le copertine sono realizzate in base a criteri precisi, e perfino le presentazioni del "prossimo numero" su ogni albo: le vignette di presentazione sono scelte in base a certi criteri, e idem dicasi per i titoli degli albi. Per fare un esempio banalissimo, un titolo come MIRAGGIO CORAGGIO (un titolo di un albo di Hammer) non sarebbe mai passato su un albo Bonelli, perche' suona bizzarro e poco evocativo. Per dare il titolo a ogni albo Bonelli sono proposte ogni volta cinque possibilita', cinque titoli alternativi fra cui viene scelto il titolo definitivo (che non e' quasi mai il titolo di lavorazione). Vi sembra uno scrupolo eccessivo? Forse lo e': ma anche questo e' Bonelli.

La "bonellità" e' conseguenza dell'applicazione di queste regole che, prese tutte insieme, costituiscono l'essenza degli albi Bonelli. Ne fanno dei prodotti "riconoscibili", danno loro una precisa IDENTITA'. Nel bene e nel male, costituiscono un MODELLO preciso a cui fare riferimento, e che vale per tutte le serie, da Tex a Jonathan Steele. Un buon autore "bonelliano" deve tener conto di tutto questo. Sia che scriva, sia che disegni.

Paradossalmente, le "infrazioni" a queste regole, se ben dosate, contribuiscono non a indebolire, ma a RINFORZARE l'identita' bonelliana. La storia del passato di Nathan Never viene percepita dai lettori come "momento forte" della saga proprio perche' Nathan rompe il tabu' della fedelta' coniugale degli eroi bonelliani. Se i protagonisti degli albi Bonelli fossero stati simili a quelli della linea Vertigo della DC Comics, una storia del genere non avrebbe avuto molto senso, o comunque sarebbe stata solo una storia fra le tante.

Proprio il rapporto tra "infrazioni" e "regole" e' il punto piu' delicato della struttura bonelliana. Se ci si allontana troppo dal modello i lettori protestano (potrei citare come esempio lo sfortunatissimo albo di Nathan Never "Cacciatori di virus", con la sua impaginazione insolita). Se ci si allontana troppo poco, i lettori protestano lo stesso, perche' "è sempre la solita minestra". La "tenuta" di ogni serie bonelliana sul mercato si basa su questo gioco d'equilibrio tra iterazione e novita', tra schemi ferrei e scarti di percorso, tra somiglianze e differenze. E restare in equilibrio non e' facile.

La conclusione di tutto questo discorso e' che non ci si improvvisa autori "popolari", tantomeno popolari "bonelliani". E che il "facile da leggere" non vuol dire "facile da scrivere". Perche' poi non va dimenticato che non stiamo applicando formule matematiche. Attenersi alle regole non significa automaticamente avere successo, ne' garantire la qualita' del risultato finale.

E NON esiste una ricetta per il successo "popolare", come la diversa riuscita delle varie serie bonelliane sta a dimostrare. Ma per ogni testata che resta in edicola significa che si e' raggiunto un certo numero di lettori, almeno il numero sufficiente per tenere la serie in vita. E questo dimostra che il modello, alla fine, funziona. Ed e' questo che conta.

Naturalmente, se e' vero che non esiste una ricetta, qualche indicazione su cosa e' la "bonellità" - quel quid che ti fa essere "popolare" e vendere di conseguenza - si potrebbe comunque trarre da una lettura attenta degli albi Bonelli. Una lettura che, evidentemente, nessun editore concorrente si e' mai preso la briga di fare, e i risultati stanno li' a dimostrarlo: una pletora di serie bonelliane nel formato ma non nella sostanza... e fallimentari. Non mi sembra casuale che l'unica testata "pseudobonelliana" ancora in vita sia Lazarus Ledd, creata da un autore che si e' formato all'interno della Bonelli, e che evidentemente ha saputo trarre frutto dalla sua esperienza.

Altre considerazioni, poi, si potrebbero fare sul perche' gli editori tentino di scimmiottare Bonelli e non di proporre UN'ALTERNATIVA a Bonelli, coprendo spazi che il nostro grande capo non puo' o non intende coprire. Ma questo ci porterebbe troppo lontano, e penso di essermi gia' "allungato" molto. Spero di avere suggerito due o tre cose da discutere tra un gelato e una coca ghiacciata...

Buon ferragosto a tutti.
 

 


 
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