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Il "Dopolavoro" di uBC Maggio 1997 |
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20.05 1997 |
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E' ormai evidente che serie come Mister No sono in continuo progress.
Ma i cambiamenti negli ultimi tempi hanno interessato tutte le testate bonelliane,
in maniera piú o meno evidente, piú o meno definitva.
Tutto cambia, nulla cambia! intervento di Marco Zucchi Vorrei fare qualche considerazione sul nuovo corso di Mister No, partendo dalle osservazioni fatte nella recensione del n.263. Sono perfettamente d'accordo con Paolo Ottolina che Mister No sta ancora cambiando e sta diventando sempre più Jerry Drake. Me ne compiaccio, perché il ritmo delle storie è sempre bene teso, però, però... io mi sono avvicinato a Mister No per l'Amazzonia, per l'ambientazione completamente nuova che tale fumetto proponeva e ora che l'Amazzonia, il verde, un certo tipo di avventura, non c'è più, sono in effetti dispiaciuto. Attenzione: il nuovo corso mi trova perfettamente soddisfatto, e quella certa immobilità in cui era finito il nostro antieroe negli ultimi tempi, prima del n.241, era in effetti da eliminare. Rimpiango che non si facciano i Bis Amazzonici, in quanto ritengo che almeno un annual di tale genere potesse starci tranquillamente: ma forse é anche vero che l’importante é restare a galla ed il pubblico che segue il personaggio creato nel 1975 da G.Nolitta é al momento sufficiente per la serie regolare. Credo che il lavoro svolto da Masiero sia più che lodevole e mi sembra di intuire che comunque anche in termini di vendite si comincino ad ottenere i primi risultati. É comunque innegabile che il personaggio sta evolvendosi, diventando comunque sempre meno protagonista di quando era in Amazzonia: merito anche degli sceneggiatori, tra i quali citerei Mignacco, unione tra il vecchio ed il nuovo, Colombo e Marzorati, autori di storie mai anonime. Se comunque allarghiamo il discorso possiamo notare come la maggior parte delle testate bonelliane siano o siano state soggette a cambiamenti nei contenuti negli ultimi anni: ne approfitto quindi per esporre alcune considerazioni e opinioni. Per Zagor gli effetti sono ormai consolidati ed ampiamente esaltanti; per Nathan Never con "La guerra senza tempo" si sono introdotte delle variazioni, che, a quanto si legge un po' dappertutto, non sono che una minima parte di quelle che vedremo: non so se queste sapranno essere così confortanti in termini di aumenti di lettori e personalmente non so se tutti le potranno apprezzare (io ad esempio, lettore bonelliano a 360o, seguace preferibilmente dei personaggi storici, faccio fatica a leggere ultimamente le storie di Nathan, con qualche eccezione come "Hadija"). Per Tex, le cui innovazioni devono essere tali da passare inosservate, con Boselli si nota l'introduzione di nuovi elementi (come il passato di Carson, che ritorna quando il "vecio" nell'ultimo albo ci racconta che è stato a trovare le sue "donne"); per Nick Raider non si può in effetti dire molto (anche perché non si può cambiare più di tanto), ma la lunga sequenza di storie di Manfredi qualche variazione, almeno in termini di impostazione delle medesime, l’ha sortita (si veda l’appunto sulla sceneggiatura nella recensione del n.107). Per due personaggi come Dylan Dog e Martin Mystérenon si possono fare grosse esternazioni, ma anche qui qualche novità forse la si può osservare: per l’"indagatore dell’incubo" si assiste al grande ritorno di Sclavi ed alla nuova linfa portata da Pasquale Ruju; per il "detective dell’impossibile" invece dopo qualche storia dignitosa, con l'apice del vecchio zio Paul, calerei un pietoso velo. Mi sembra di assistere ad uno dei frequenti cali, puntuali quasi ogni anno come le tasse, come direbbe lo stesso BVZM, che ormai caratterizzano la vita editoriale di questo mysterioso personaggio: ne abbiamo avuto prova durante i Mysteri Italiani, che raramente sono stati tali (ed i veri mysteri italiani esistono: sono quelli apparsi nelle storie brevi!) ed anche nel periodo successivo alla conclusione: una storia di Castelli, buona, qualcosa di Beretta, buono, e poi il vuoto, nonostante gli interventi di Recagno, come si evince dalla sua firma sempre nella seconda parte della sceneggiatura di almeno due storie. Che dire? Speriamo in un lavoro più costante di Castelli e dei suoi fidi. Arrivo ora alle ultime testate: Legs è troppo giovane per subire già dei cambiamenti (e poi li ha subiti ancora prima di essere testata indipendente), per la quale faccio comunque le stesse considerazioni scritte per Nathan, relativamente alla fatica di leggerne le storie, per il ritmo non sempre veloce. Non me ne voglia Piani, autore di bellissime avventure (cito almeno "Bauhaus Killer") ma la sua "Il trono di sangue" secondo me é stata veramente pesante, forse perché avevo in mente un paragone per il tipo di storia, che scorre tra presente e finzione, con "Un principe per Norma" di Ken Parker, difficilmente raggiungibile. Infine Zona X: ovviamente risente del passaggio alla mensilità e mi auguro che ciò possa essere positivo, soprattutto per quanto riguarda i classici, che salvo rare eccezioni, quasi tutte marcate Castelli, hanno sempre deluso le aspettative. A questo proposito mi vengono in mente diversi one-shot apparsi nella collana Rodeo, come la storia di fantascienza di Corteggi, e affermo senza paura di essere smentito, che quelle storie sarebbero state benissimo all'interno della collana, comunque ampiamente sostenuta dalle miniserie. Mi accorgo di avere messo molta carne al fuoco, ma d’altra parte é giusto che in una sede come questa se ne parli. Se volete fateci sapere la vostra. |
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Un commento-recensione sulla storia di Coccobill che inaugura
la nuova collana annuale dei "Grandi Comici del Fumetto"..
Di qua, di là, di su, di giù. . ci vogliamo decidere? intervento di Daniele Alfonso Una festa dell'assurdità più sfrenata: l'autore si mantiene fedele al suo stile di disegno, che nel corso degli anni si è fatto sempre più denso. Come ci si aspettava, le vignette sono infarcite di (in ordine alfabetico) api, cactus, calzini, dadi, lische, lombrichi, lumache, maiali, matite, ossa, pere, pesci, pettini, piedi, ragni, salami, tazze, uccelli... e di sicuro ho dimenticato qualcosa. Ogni pagina andrebbe studiata con attenzione, per individuare tutte le bislacche trovate che Jac distribuisce a piene mani, ma una seconda lettura fa scoprire sempre nuovi particolari a cui non si aveva fatto caso. Una piccola nota di demerito va alle chine, non sufficientemente chiare e nette. Giudizio in contumace per il soggetto, praticamente inesistente. La storia è una collezione di episodi estemporanei senza nessun aggancio, e il titolo dell'albo la dice lunga: Cocco Bill è sballottato diquaedilà per il Minnesòreta, e con lui i lettori, purtroppo. Anche un fumetto demenziale merita una trama che abbia un minimo di senso, un filo conduttore che possa essere seguito durante la lettura, altrimenti si rischia la noia. E' l'impostazione dell'albo da criticare: anche se divertenti (più o meno), 94 pagine di jacovittate a ruota libera sono troppe: troppe per l'autore, che sembra non sapere come riempirle, troppe per il lettore che rischia un' overdose di paradossale. Un albo più snello sarebbe stato senz'altro preferibile. Per chiudere, vogliamo dare un voto? 4/7. |
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