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| La posta di uBC/1 |
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Potete partecipare al dopolavoro sia utilizzando l'apposito form, sia scrivendo direttamente al sottoscritto, curatore della rubrica. Anche per questo mese, buona lettura.
Sono un lettore "della prima ora" di NN ed apprezzo molto questo personaggio, che ritengo uno dei più umani tra quelli della Bonelli. Ma sono anche un appassionato di fantascienza ed ho iniziato a leggere NN proprio in quanto era una serie di fantascienza. Uso il passato in modo provocatorio, perché secondo me attualmente in NN è rimasto poco di fantascientifico. Prendiamo per esempio il numero 117 "L'anima della città", oppure il numero 118 "Il territorio": cosa c'è di fantascientifico in queste storie? Il modo in cui un serial killer uccide le sue vittime? Il braccio meccanico del cattivo di turno? Troppo poco. Forse queste storie sarebbero riuscite meglio se ambientate nel mondo di Nick Raider o di Tex. Io posso capire che un fumetto seriale e popolare viva anche di storie che attraversano generi diversi. Posso capire che in NN possano esserci storie mystery, o noir. In parole povere capisco benissimo che sia necessario il lavoro sui "generi attraverso il genere" di cui Medda parlava in un suo intervento su uBC; però c'è una grossa differenza, per esempio, tra scrivere una storia noir e scrivere una storia di fantascienza in stile noir. Per lo meno c'è una grossa differenza nel leggerle. Ho la sensazione che gli autori di NN abbiano perso di vista il significato del termine "fantascientifico". Non basta ambientare una storia nel 2178 (o giù di li) ed introdurre qualche elemento "futuribile" (come gli innesti bionici) per scrivere una storia di fantascienza. La fantascienza è una cosa diversa, con delle caratteristiche ben precise. Per spiegare meglio cosa intendo vorrei citare un articolo di Kathryn Cramer dal titolo "Scienza e fantascienza" che ho letto in rete qualche tempo fa. In questo articolo la Cramer scrive: "Nel suo saggio "L'impossibile", M.C. Escher sottolineava che "Chiunque volesse ritrarre qualcosa che non esiste dovrebbe obbedire a delle regole". La maggior parte dei racconti di fantascienza non sono estrapolazioni plausibili della nostra situazione corrente che fanno uso delle informazioni di cui si dispone ma, piuttosto, sono degli oggetti impossibili escheriani che usano i principi della scienza suppergiù allo stesso modo in cui Escher usava le regole della simmetria geometrica: le regole danno forma al contenuto immaginario e impossibile. Tutta la SF che si interessa del futuro (non ha importanza quanto sia costruita rigorosamente) deve montare il proprio futuro da frammenti del passato e del presente, i futuri che costruiamo sono parte del presente allo stesso modo in cui lo siamo noi stessi; anche se non saranno mai realmente il futuro possono comunque rappresentarlo. La SF ci permette di comprendere e fare l'esperienza del nostro passato, presente e futuro, in termini di un futuro immaginato. Come le convenzioni della prospettiva nella pittura che ci permettono di estrapolare una strada ferrata da due linee convergenti attraversate da una serie di segmenti paralleli, le convenzioni della fantascienza ci permettono di immaginare un mondo fisico al di là dello schema delle scene descritte". Questo articolo secondo me individua alla perfezione le caratteristiche fondamentali della letteratura di fantascienza. L'esistenza di regole ben precise, e la possibilità di "fare l'esperienza" del nostro passato e del nostro presente. È intuibile quali siano le regole da rispettare. La fantascienza è un genere di speculazione, in cui l'autore cerca di rispondere in modo originale e fantasioso a domande del tipo "Cosa succederebbe... se nascessero le agenzie di vigilanza; ... se uno scienziato lanciasse un missile nucleare verso il centro della terra; ... se venissero create delle macchine pensanti;... se fosse possibile viaggiare nel tempo; ... se venisse creata una razza di uomini artificiali; ... se esistessero infiniti universi alternativi al nostro; ... ecc... ecc...". Per rispondere a queste domande l'autore può usare lo stile che preferisce e ricorre, ovviamente, a soluzioni di fantasia ma sempre tenendo conto che tutte le soluzioni ipotizzate devono essere plausibili sul piano scientifico. Tanto per fare un esempio l'autore ipotizza che l'ingegneria genetica sia in grado di manipolare il DNA umano fino a creare i mutati e non si sogna nemmeno di ricorrere a incantesimi o tecniche alchemiche. È una regola talmente basilare per la fantascienza da apparire quasi scontata. Cosa si intende invece quando si parla di fare esperienza del passato e del presente? Secondo me significa che una storia di fantascienza dovrebbe portarci a riflettere sulla nostra condizione presente attraverso una "metafora", rappresentata dal mondo futuro che l'autore immagina. Mi posso spiegare con un esempio, anche se non è tratto dai fumetti ma dal cinema, e più precisamente dal film "The Matrix". La storia di Neo pone un dubbio atroce sulla condizione umana, mostrandoci che spesso viviamo una vita di costrizioni senza rendercene conto, dato che tali costrizioni sono quasi invisibili. Inoltre in Matrix assistiamo ad un vero e proprio dibattito "filosofico": dobbiamo interpretare il mondo che ci circonda solo sulla base dei nostri sensi (teoria seguita dal traditore Cypher)? Oppure dobbiamo cercare di trascendere dai nostri sensi se davvero vogliamo cogliere l'essenza della realtà intorno a noi (come ci propone Morpheus)? Ho usato il termine "filosofico" non a caso: queste problematiche erano alla base del pensiero di Aristotele e Platone. Non li sto citando per fare sfoggio di cultura, ma per dimostrare che non è necessario leggere un trattato universitario per trovarsi di fronte alle domande che giravano per la testa di questi filosofi. Nel delineare l'universo di NN gli autori hanno tenuto bene a mente la regola della plausibilità scientifica, per esempio nel descrivere le stazioni spaziali, che ruotano su se stesse per creare una gravità artificiale. I disegnatori hanno raffigurato le scene nelle navi spaziali con i personaggi che fluttuano, tenendo quindi in considerazione l'assenza di gravità. Eppure, come uBC fa notare, nel numero 118 la zona del Territorio ha un tasso radioattivo talmente elevato da mettere fuori uso i robot, eppure vi sopravvivono esseri umani che non mostrano alcun segno visibile di mutazione. Cos'è successo? Spesso poi le storie di NN mi hanno portato a riflettere su problemi come, ad esempio la tendenza degli uomini a dimenticare le lezioni della storia, il razzismo, l'inquinamento e l'ecologia, gli intrecci tra criminalità e organizzazioni apparentemente lecite. Ma il massimo di riflessione che mi spinge a fare il numero 117 è che a volte l'apparato giudiziario commette degli errori (ma và?!?), che a volte i giudici sono più carogne di quelli che dovrebbero essere giudicati (però!) e che anche i killer professionisti hanno dei figli (urca!). Io non pretendo che in una serie a fumetti come NN (in cui esce, solo per la serie regolare, un albo al mese) tutte le storie siano eccellenti dal punto di vista della plausibilità scientifica, né pretendo che gli autori si spingano sempre in chissà quali riflessioni filosofiche. Mi rendo conto che non può uscire un capolavoro tutti i santi mesi e che una serie a fumetti ha degli alti e dei bassi. Chiedo solo che NN torni ad essere quello che era una volta. Un fumetto di fantascienza.
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Ricordo quando, ormai 10 anni fa, un amico mi fece leggere il primo numero appena uscito. Mi piacque subito. Era il mio primo contatto con i fumetti di casa Bonelli, ed e' ancora l'unico fumetto che compero regolarmente. Sfogliando adesso quei primi numeri ancora mi sovviene quel senso di meraviglia per la scoperta di un nuovo affascinante universo. Ogni numero riservava nuovi dettagli del mondo di Nathan, nuovi scorci sul suo passato, un caleidoscopio di impressioni. Il "mio" Nathan Never e' ancora quello che Castellini ha disegnato sul primo numero e sulle copertine. A distanza di tanto tempo, cosa e' rimasto? Siamo cambiati, lui ed io. Finita l'adolescenza, io sono sicuramente piu' disincantato e cinico, lui e' forse piu' stanco, piu' perso dietro le sue cose. Anche le belle amicizie finiscono. Senza colpa di nessuno, la vita allontana. O forse sono io fatalista. Insomma, continuero' a leggere Nathan Never, in nome dei bei vecchi tempi. Ma non so ancora per quanto. Qualcosa si e' rotto. Peccato.
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L'unica cosa che rimpiango di quest'albo è la mancanza del colore (vedi sempre il precedente di Dylan Dog) o meglio della splendida colorazione sfoggiata nell'indimenticato albo numero 100 del nostro agente Alfa preferito. Colgo l'occasione per porvi distinti saluti.
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Grazie per lo spazio che mi avete concesso e congratulazioni per il sito che seguo sempre con interesse.
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