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DOPOLAVORO
GENNAIO 2000

La posta di uBC
Parola d'autore

In questa pagina:
Gea e lo stupro "naturale"
di Luca Enoch
Lettera aperta
a Spiritelli

di Michele Medda


Dopolavoro
Parola d'autore  

Questo mese ci hanno scritto Luca Enoch, in risposta alle polemiche nate in seguito al secondo numero di Gea (e delle quali ci siamo occupati il mese scorso) e Michele Medda, con una lettera aperta all'indirizzo di Franco Spiritelli, autore dell'articolo sulle origini della Storia del West incluso nello speciale pubblicato sempre nello scorso numero. Questi i loro interventi.

Gea e lo stupro "naturale"


intervento di Luca Enoch

Ho sentito la necessità di scrivere queste righe non tanto per difendere la mia storia, "Il Corteo di Dioniso", da alcune critiche apparse in rete, dato che ritengo un dovere per un autore non farsi coinvolgere in discussioni estemporanee, ma piuttosto per chiarirne la filosofia di fondo, che è poi quella che si ritroverà, più o meno esplicita, negli episodi successivi. Non che Gea possieda una sua filosofia; la cosa apparirebbe incongrua, data la sua giovane età, anche se il suo bagaglio di esperienze non è solo quelle di una quattordicenne; ma qui bisognerebbe far riferimento alla sua "ascendenza matrilineare", oltre che alla "memoria atavica" dei Baluardi, e trovo sia un po' presto per farlo, fuori dal contesto narrativo della serie.

Non voglio entrare nel merito dei commenti sui comportamenti delle vittime del rapimento. Le ragazze hanno esattamente le reazioni che io volevo avessero. Tutte reazioni appena accennate; non mi interessava fornire un quadro psicologico delle vittime di stupro (è aldilà delle mie forze!), ma solo abbozzare un ritratto di persone diverse che reagiscono differentemente. L'unica cosa che mi chiedo è perché stigmatizzare, quale specchio del mio pensiero, il comportamento della ragazza che dice "non è stato male" e non, ad esempio, quello della sua compagna che le fa da immediato ed energico contraltare?

Questa è comunque una strada sbagliata da battere. Per i nostri parametri morali l'episodio in questione, anche se scevro da sofferenza fisica e, per il momento, anche psicologica, è senza ombra di dubbio uno stupro. Questo viene ribadito dalla donna che Gea va a interrogare; essa, persona ormai adulta e matura, riesce a vedere la passata esperienza per quello che è stata, con la pacatezza e l'obiettività che la distanza temporale dagli avvenimenti concede. Lei ha rimosso l'accaduto e solo a tratti ricorda il figlio che non ha mai conosciuto; al contrario, una sua compagna di sventura non rinuncia ad esso e passa anni a tentare di riallacciare un legame. Se i rapitori fossero stati "semplici" umani, nessuna teoria avrebbe potuto giustificare un ritratto positivo o anche solo indulgente dei rapitori, come quello che indubbiamente emerge dal mio racconto.

Gea in una pinup inedita di Luca Enoch
Gea in una pinup inedita di Luca Enoch - (c) 2000 SBE

Ma non è questo il caso. Gea è un fumetto fantastico e fantastiche e disumane sono le creature protagoniste delle sue storie. Con il termine disumano non intendo privo di umanità, ferino o crudele; lo sforzo di fantasia che chiedo ai miei lettori è di immaginarsi delle specie intelligenti, non umane, dalla fisiologia aliena e la cui cultura filosofica e morale sia altra rispetto alla nostra. Nel multiverso di Gea, popolato da innumerevole specie aliene e intelligenti, quello che per una razza è immorale abominio, è invece perfettamente naturale e, quindi, morale per l'altra. Esse si spostano tra i vari piani di esistenza ed entrano in conflitto, fisicamente ed eticamente, con le specie indigene (ossia noi!). È un principio semplice, che è stato affrontato da tempo dalla letteratura fantastica, difficile però da accettare nella realtà dei nostri rapporti interculturali (es. io capisco la morale e la cultura che stanno dietro l'escissione e l'infibulazione delle bambine di certi paesi africani, ma non posso accettarla, neppure in nome del rispetto dell'Altro).

Il tema portante di ogni storia di Gea, anche se è difficile avere una visone d'insieme a causa della sua periodicità e delle poche storie edite, è proprio l'incontro con il diverso, con l'Alieno. Che sia appena abbozzato o invece approfondito, come nel secondo episodio, il tema è questo: l'interazione con entità con cui non condividiamo morfologia, fisiologia ed etica. Infatti la fisiologia, nell'ambito del reale come del fantastico, può dettare le norme morali; concetto più semplice di quanto possa sembrare di primo acchito. Faccio alcuni esempi: in una specie in cui i caratteri recessivi non causassero guai al nascituro, i rapporti tra consanguinei non sarebbero svantaggiosi e quindi non verrebbero proibiti nè esisterebbero tabù al riguardo; in una razza di ermafroditi non avrebbe senso parlare di rapporti eterosessuali e omosessuali, e neppure esisterebbero discriminazioni sessiste.

In un libro di SF che lessi tempo fa, i bambini di una razza extraterrestre attraversano uno stadio larvale in cui sono mostri feroci, dall'aspetto alieno, e devono essere confinati dagli adulti fuori dalla città, per scampare alla loro furia assassina; ecco che una specie come questa svilupperà una cultura dove l'infanticidio non verrà considerato un crimine ma semplice autodifesa. Tutti questi esempi solo per dire che giudicare una razza aliena con parametri morali umani è errore capitale in tutti i romanzi (e fumetti) di fantasia. Questo è stato il caso di Gea: i satiri del mio fumetto, aldilà delle interpretazioni del mito a cui accenno nell'editoriale, non sono simpatici e burloni animali antropomorfi, che nel tempo libero fanno eco-terrorismo e si spupazzano le umane per diletto, ma membri di una specie ben definita, le cui peculiarità fisiche creano precise norme etiche: il rapimento e lo stupro, condannati giustamente - ovvio dirlo - dalla nostra cultura perché elementi di sopraffazione e violenza, sono vissuti da questa razza come un fattore naturale e necessario, finalizzato alla propria sopravvivenza, come uccidere e mangiare altre specie per noi umani. Immaginatevi una razza vegetale intelligente, che vive di fotosintesi clorofilliana senza colpo ferire (semplifico, ovviamente; tra le piante, la competizione per lo spazio vitale è feroce e senza esclusione di colpi, esattamente come nel regno animale); quale considerazione avrebbe della nostra specie, che macella animali inermi e li divora con gusto?

Eppure per noi cibarsi non è una semplice necessità alimentare ma è divenuto, quale elemento culturale, anche occasione di festa, aggregazione sociale, rito religioso. Così i satiri vivono il rituale rapimento di femmine di razze "compatibili", necessarie al perpetuarsi della loro specie, in maniera naturale, gioiosa e anche rispettosa; lo dice lo stesso anziano quando definisce le "madri" come "il vero futuro della stirpe". E pertanto non possono essere dipinti in chiave negativa, come non devono subire, alla fine della storia, una giusta punizione per la loro "colpa". Alcuni commenti su Internet sembrano invece considerarli alla stregua di una combriccola di studenti universitari che si sono "lasciati un po' andare" durante un addio al celibato, e che io dipingo con colpevole, e maschilista, indulgenza. Sbagliato, come pure errato è affidarsi unicamente all'interpretazione mitica di queste figure; il loro tradizionale ruolo nel mito antico me li ha fatti preferire, a livello iconografico, ad altre creature fantastiche per l'argomento in questione, ma considerarli come una semplice modernizzazione della figura del satiro pagano è riduttivo e toglie loro la dignità di specie a sé.

Come vedete nessuna apologia dello stupro. Non è corretto leggere con la stessa chiave di interpretazione l'episodio "reale" di intolleranza nei confronti del gay e l'episodio "fantastico" del rapimento e dello stupro. Non vorrei però che si cadesse nell'errore opposto: quello di considerare la cosa come una fantasia senza fondamento. La vasta e clandestina comunità di "apolidi", che vive nella città di Gea, è la versione fantastica dei nostri sans papier e mi piacerebbe, in futuro, riuscire a delinearne usi e costumi e sottolinearne gli sforzi per adattare la loro esistenza alla nostra etica. L'accettazione o l'esclusione di etnie minoritarie, presenti nei nostri progrediti paesi, si gioca proprio sulla base dei loro comportamenti, che vengono di volta in volta giudicati compatibili con i nostri o rifiutati perché intollerabili. Dove sia lo spartiacque che determina i destini dei milioni di migranti che si spostano attraverso le nostre ricche contrade è per me spesso motivo di riflessione. Infruttuosa, per ora.
 

 




Lettera aperta a Spiritelli


intervento di Michele Medda

Caro Spiri,
ho molto apprezzato il tuo intervento sulla Storia del West di D'Antonio, un autore che apprezzo molto da lettore e da professionista, e che reputo un maestro. Tuttavia una tua affermazione mi ha lasciato molto, molto perplesso.

Parlando della narrazione di D'Antonio, scrivi: "È il vero punto di forza della serie. Nello spazio di un albo D'Antonio riesce a raccontare un intero "film" a fumetti e non, come la maggioranza dei suoi colleghi di allora e di oggi, un "telefilm"."

Potrei anche essere d'accordo sulla sostanza dell'affermazione che D'Antonio è un maestro della sintesi (gli episodi della SdW si articolano su archi temporali lunghi, a differenza, che so, delle storie di Dylan Dog), ma mi sembra che trapeli dalle tue parole un giudizio di valore, più che una constatazione di fatto. Come se fosse un merito, in sé, raccontare un film e non un telefilm.

Insomma, a prima vista i casi sono due:

a) Ne facciamo una questione temporale? Allora è più bravo chi "nello spazio di un albo" racconta una storia che in realtà si svolgerebbe in un mese anziché in una settimana? Ma nella prateria non c'erano le automobili e non c'erano i telefoni. Per spostarsi e per comunicare occorrevano giorni, mesi. C'erano i cavalli, e al massimo i treni. Mi sembra scontato che un'avventura nel West, almeno nella maggior parte dei casi, si svolga in un arco temporale più ampio rispetto a un'avventura in una metropoli di oggi. Se io condenso in un albo Bonelli una storia che dura un anno o due sono più bravo del mio collega che racconta un giallo che si svolge nell'arco di due ore?

b) Ne facciamo una questione di gerarchia estetica? Un film è migliore ipso facto di un telefilm? E perché mai? Tutti i telefilm sono prodotti subculturali, rozzi, plebei, in quanto telefilm? Un film è sempre bello solo perché è su pellicola e non su nastro magnetico? Se attingo a un film di John Ford faccio un fumetto necessariamente migliore del mio collega che attinge a un episodio di "Miami Vice"? E se io non mi ispiro a un telefilm ma a una situation-comedy, che posto occupo in questa gerarchia? Se scrivo una soap-opera sono relegato irrimediabilmente nei gironi più bassi della subcultura?

Sai, mi ricordo con orrore del tipo che aveva scritto che i disegni di un certo fumetto americano erano così belli che "sembravano quadri". E qui io sento puzza di razzismo culturale. Un fumetto è bello se somiglia a un quadro, eh? E allora un quadro per essere bello a che cosa deve assomigliare? E se un bravo sceneggiatore di fumetti è così bravo che "sembra che scriva un film", allora uno sceneggiatore di cinema a cosa deve assomigliare per essere bravo? Me lo chiedo perché, sai, non ho mai letto in una critica cinematografica che "David Mamet è così bravo che riesce a raccontare nei suoi film un intero albo Bonelli, anziché una graphic-novel di 48 pagine." E nemmeno: "Tom Stoppard è così bravo che riesce a raccontare un'intera opera lirica, e non un'operetta".

Ora, scusami i paradossi. Naturalmente penso di avere capito cosa realmente intendi dire: immagino che tu voglia dire che la SdW ha in sé le suggestioni di certo cinema "epico", di grandi spazi e forti sentimenti, che tutti amiamo; e che non ha -ma d'altronde non avrebbe potuto avere, viste le sue caratteristiche editoriali - la ripetitività, il kitsch e una certa beceraggine tipica di certa produzione seriale che è tipicamente televisiva (almeno, oggi. Negli anni 30 non c'era la tv, ma il kitsch e la ripetitività c'erano lo stesso, al cinema e nei libri…)

Con tutto ciò, credo che sia ugualmente sbagliato, fuorviante e criticamente "pericoloso" fare quello che tu fai implicitamente: cioè suggerire l'esistenza di graduatorie tra i vari mezzi espressivi e i vari generi.

Questo significa perpetuare l'errore di fondo di chi vedeva la tragedia automaticamente superiore alla commedia, l'opera teatrale superiore a quella cinematografica, la musica di Beethoven superiore a quella dei Beatles, la letteratura "scritta" superiore alla "letteratura disegnata", il fumetto delle riviste (o "d'autore") superiore a quello seriale (o "popolare")… e l'elenco potrebbe continuare, temo.

Se il nuovo millennio si deve portare via le cose vecchie, che si porti via anche questo stantio razzismo culturale, che ogni tanto fa capolino, inaspettatamente, anche nelle parole di un critico illuminato.

Un cordiale saluto da
Michele Medda

P.S.: A te, come a chiunque legga questa lettera aperta, consiglio la lettura di "Misery" di Stephen King: non tanto per la pur bella trama "thrilling", ma per il dibattito interno dello scrittore protagonista, culturalmente razzista nei confronti di se stesso e della sua opera.
 

 


 
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