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" Il Padrone della Luce "

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Pagine correlate:

- "Ancora un mad doctor?!"
- "Sì."

- "Ma quanti ne abbiamo visti, ormai?!"
- "Troppi!"

La fisica ci ha il fisico, il fisico ci ha il cervello bacato! :-)
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. e Sce. Pasquale Ruju    

Lo scienziato pazzo, il "mad doctor", ha una notevole tradizione all’interno della fantascienza.

Quella dei primordi.

Poi - con il maturare del genere, l’innalzarsi delle trame, e con la presa di consapevolezza del medium da parti di scrittori e lettori - gli autori principali hanno progressivamente accantonato questa figura, e quando l’hanno tirata nuovamente fuori è stato solitamente per parodiarla.

Pasquale Ruju sembra non pensarla così, e continua a proporci a ogni piè sospinto questi personaggi che, francamente, sanno troppo di vecchio e, ancora peggio, sanno davvero troppo poco di Dylan Dog.

Gialli, thriller, intrighi più o meno internazionali. Queste le storie di cui sono in genere protagonisti i suoi folli uomini di scienza; ma di orrore ve n’è poco. E sulle pagine di Dylan Dog, il character che ha "inventato" lo splatter nel fumetto italiano, questo è un elemento di peso notevole.

Abbiamo appena fatto in tempo a parlare del Jason Westwood apparso nel n.166 "Sopravvivere all’Eden", che Ruju ci fa fare la conoscenza del dottor Arnon Vadim. Quello un chimico, questo un fisico, ma non cambia nulla: entrambi i personaggi sono macchiette unidimensionali (o poco più). E Vadim più di Westwood, ché quest’ultimo aveva un abbozzo di personalità autonoma e non esclusivamente funzionale alla sua figura "istituzionale" di scienziato pazzo.

"Vadim, ennesimo scienziato pazzo, e il suo delirio di onnipotenza..."
   
Entrambi persi nei loro sogni più o meno irrealistici - e Vadim di più, con il suo delirio supereroistico di acquisire poteri semidivini - entrambi trattati troppo piattamente dall’autore per poter evadere dal cliché.

Eppure non è impossibile, anche oggi, dare vita a figure credibili di uomini (o donne) di scienza dalla virtù, per così dire, non proprio specchiata. Lo ha dimostrato Marco Deplano nell’economia di una storia apparsa qualche mese fa su Martin Mystère (si veda la nel recensione di MM n.214 "Minaccia dalle stelle"). Storia lungi dall’essere riuscita, ma che presentava un personaggio davvero degno di nota: il professor Phillip Forsyth.

E oltre a questo? Ben poco.

La scrittura di Ruju si è ormai fatta stereotipata, i personaggi si assomigliano sempre di più, le situazioni sono prevedibili e si replicano. Gli uomini e le donne che descrive non prendono vita e parlano tra loro come... sulle pagine di un fumetto, appunto. Non c’è modo di sbagliarsi neppure per un secondo: quella che si legge, è una semplice storia inventata.

Come immedesimarsi, infatti, in questo Dylan Dog sempre più stanco, sempre più comune investigatore, e sempre meno figura-chiave delle nostre paure? Come seguire con il fiato in gola racconti tutti uguali, che parlano una volta sì e l’altra pure dei complotti dello scienziato pazzo di turno? Come emozionarsi per le avventure dei tre spioni doppiogiochisti e assolutamente stereotipati? Come palpitare per la sorte di Frances Scott, improbabile figura di donna di scienza, ennesima bellona finita sotto le lenzuola insieme a Dylan? Per darle una parvenza di spessore umano, Ruju la fa freddolosa e ce la mostra che va a letto talmente coperta di panni e pannucci da sembrare pronta per un’escursione invernale su una vetta alpina: "Frances Scott... Frances Scott...?" "Ah, quella che sentiva freddo!".

"Figure femminili sfocate per un autore che in passato ne descrisse di affascinanti..."
   
Persino la bella Sherazade, nonostante le sue arie da femme fatale, resta figura sfocata: l’ennesima spia che si intrufola nei letti giusti per corrompere, estorcere segreti, ecc.. Nulla più di questo. Il solo momento in cui pare acquistare un certo rilievo è durante la scena di seduzione nell’ufficio di Roland Lindengold: è un attimo, e finisce presto.

Cosa resta? Restano sprazzi di Groucho e resta un personaggio, lo sceicco Yasser Al-Khafji, che avrebbe potuto essere approfondito, ma che è stato lasciato nell’ombra quasi senza abbozzarlo. Peccato, si sarebbe potuto farne una bella figura di cinico amorale. E legata a Yasser, ci resta l’unica sequenza degna di nota dell’albo, quella dell’arrivo dello sceicco all’Imperial Hotel alle pagg.32-36. Irriverente e macchiettistica, indubbiamente, ma anche vitale e inevitabilmente comica.

Troppo poco in una storia di 160 pagine.



DISEGNI
Luigi Piccatto    

E’ davvero Piccatto questo?

Lo straordinario artista che disegnò magistralmente il n.154 "Il battito del tempo", interpretando al meglio il testo di Medda, fornisce qui una prova approssimativa, affrettata, deludente.

Sembra volersi adeguare a un testo tanto ordinario; di certo non fa nulla per migliorarlo, per apportarvi un’interpretazione personale.

In particolare, la prima parte della storia, fin verso pag.65, è a tal punto disseminata di vignette raffazzonate, di figure e volti umani precariamente abbozzati, di intere tavole sciatte e tirate via, con sfondi appena schizzati, da far pensare che Piccatto abbia dovuto ridisegnare in tutta fretta e in tempi ristretti quella sessantina abbondante di tavole. Rapidi esempi di quanto detto si possono trovare a pag.6, 10-13, 16, 20, 24-25, 26 (con un Dylan "pinocchiesco"), 29-31, 38-39, 42, 46 (con un’improbabile Sherazade simil-Barbie), 49-50, 58, 63.

"Un Piccatto davvero fuori forma"
   
Latita l’uso sapiente che Piccatto sa fare dei bianchi e dei neri, qui troppo spesso masse disarmoniche che invece di equilibrarsi nella vignetta e nella tavola le riempiono in modo approssimativo (si vedano, ad esempio, le tavole alle pagg.55-59, quando Boris si introduce in casa di Dylan, con quelle pennellate dure, i neri aggressivi ed eccessivi, talmente netti da sembrare separati con l’accetta, o la sequenza dell’incidente iniziale nel laboratorio di Vadim, con quelle "creature di luce", così schematiche e minimali da togliere ogni pathos alla vicenda, da risultare insufficienti perché l’occhio del lettore veicoli al suo cervello un’immagine atta a figurarsi quell’esplosione di luce).

Visi e volti appena abbozzati, come dicevo, e una gestualità corporea ingessata e inespressiva: basti vedere le scene di azione alle pagg.14-15, 25, 58-59 (mentre è invece ottima la caratterizzazione della fuga di Frances a alle pagg.18-19: forse tavole non ridisegnate? Sempre che sia corretta la mia ipotesi!), dove più efficace dovrebbe essere l’espressività della figura umana, e che invece risultano scarsamente dinamiche, anzi: statiche.

Recupera, Piccatto, nel prosieguo della storia, tornando a una maggior cura dei volti e degli sfondi. Il tratto si fa più pieno, morbido, espressivo: difficile, ad esempio, trattenere un fremito quando Sherazade seduce Lindengold alle pagg.93-94; qui Piccatto rende giustizia alle potenzialità della donna, e la sequenza comunica un’aura di irresistibile sensualità.

In generale, comunque, si nota la scarsa convinzione dell’artista, che in questa storia non ha impegnato (e poco) che la sua mano, mentre evidentemente l’anima era altrove.



GLOBALE
 

Da un albo speciale, francamente, ci si aspetta qualcosa di meglio. Ci si aspettano rivelazioni, storie con una marcia in più, magari riflessioni sul personaggio, narrazioni "particolari" (è la formula, quasi mai tradita, delle pubblicazioni fuori serie di Martin Mystère).

Le 160 pagine di questa storia davvero non aggiungono nulla al personaggio; il racconto è un classico riempitivo, un esercizio di scrittura a memoria, i disegni sono chiaramente al di sotto delle possibiltà di uno dei pennelli migliori della Bonelli.

"Uno speciale molto poco speciale"
   
Che senso ha, allora, fare di questa storia un albo speciale?

Ai suoi esordi Ruju scrisse ottime storie, creando alcuni personaggi femminili umanissimi e che restano nella memoria (si pensi, per dirne uno, a India), ma è da troppo tempo, ormai, che sembra aver smarrito il filo della sua creatività. Forse il personaggio non è più (o magari non è mai stato veramente) nelle sue corde.
 

 


 
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