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Pasquale Ruju Giuseppe Montanari e Ernesto Grassani | ||
Pagine correlate: | ||
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C’è chi da bambino sogna la fatina dei dentini e chi, come Judith, l’orco delle bugie...
Lo stakanovista
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Senza dubbio, una storia onesta. Nonostante Pasquale Ruju non riesca proprio a rinunciare :-) a presentarci per l’ennesima volta l’equazione burocrazia=male e a caricarci sopra il politico forcaiolo e bugiardo di turno, il racconto scivola via facilmente e si lascia leggere. Dylan non tiene sermoni moraleggianti in modo esplicito, e questo è un punto a favore. Anche il collaudato duo Montanari&Grassani svolge il proprio compito con professionalità. Non si avrà mai da loro una storia che faccia gridare al miracolo, che indaghi, penetri e porti alla luce la dimensione più metafisica dell’orrore, ma finché si tratta di mostrare intestini squarciati, diluvi di sangue o l’aspetto vero e più meschino di un piccolo travet che abusando del potere che gli deriva dalla sua posizione si sente un dio – finché si tratta di questo – allora M&G sono gli uomini giusti. La chiarezza e leggibilità del loro tratto li rende ideali per storie semplici e chiare dove i piani di lettura sono immediatamente sotto l’occhio del lettore. E così se Chainjaw, l’orco delle bugie che perseguita la bella Judith, ci appare da subito come una figura un po’ patetica dietro la sua maschera di orrore, è perché una volta spogliato del potere che era tutta la sua vita ed al quale era aggrappato con tutta la forza della sua ossessione, di lui resta solo la realtà di un piccolo impiegato che non ha nulla oltre il lavoro e l’arida soddisfazione di tormentare le sue vittime; dunque i due disegnatori ne danno una fedele descrizione. Dialoghi freddini e personaggi un po’ stereotipati affollano le pagine della storia. Se Judith è una delle innumerevoli sciroccate che entrano come uragani nella vita di Dylan per poi uscirne con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua (tutte nipotine esangui di Anna Never), suo padre é la rappresentazione ultraclassica del militare da manuale, e sua madre la versione altrettanto classica della donnetta debole. E così Kenneth essendo bello non può essere altro che un figlio di… buona mamma ;-)), Megan Shue deve essere vuota, vanitosa e un bel po’ bastarda, altrimenti non sarebbe una star televisiva; regista e addetti vari della serie tv non possono che essere dei cinici. Intendiamoci, può anche essere realistico presentare così questi personaggi, ma sulle pagine di “Piccole bugie” recitano versioni standardizzate delle persone che si vorrebbe ritrarre, prive di un vero spessore umano. Infine il meccanismo con cui l’autore fa chiudere all’indagatore dell’incubo la “pratica” Chainjaw. Da un punto di vista logico non ha un gran senso, è un trucchetto banale. Perché Chainjaw dovrebbe ritenere di aver sbagliato per aver fatto una gentilezza a Judith? E perché mai dovrebbe farlo di fronte all’evidenza del fatto che si tratta di una maldestra trappola impostata da Dylan sul piano logico? Soprattutto pensando che una ventina di pagine prima aveva rigettato come puerile un giochetto molto simile. Ma in fondo... la storia doveva pur finire, e – chissà? – magari Chainjaw era giunto a capire che il suo comportamento era sbagliato ad un livello ben più profondo di quello prospettatogli da Dylan Dog. Per quanto non sembrasse particolarmente felice di essere richiamato a casa dai suoi capi. Ma si può capirlo, lui era innamorato del suo lavoro. Anzi, era un vero e proprio stakanovista ;-).
Vedi anche la scheda della storia.
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