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" La vita rubata "

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Fuga solitaria


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Cosa fareste se in pochi secondi, brutalmente, vi ritrovaste sbattuti fuori di casa, disconosciuti dai vostri cari e senza un soldo in tasca? Dylan Dog lo scopre a sue spese in questa storia scritta da un esordiente da seguire con attenzione...

Quando Dylan guardò l’incubo negli occhi
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. e Sce. Fabrizio Accatino    

Esordio interessante quello di Fabrizio Accatino, autore dei testi della terza - e sicuramente migliore - storia del maxi Dylan Dog di quest’anno.

Benché, infatti, la storia non sia un capolavoro, ed anzi gli aspetti negativi - e di cui tener conto - non siano pochi, essa presenta diverse caratteristiche che la rendono superiore ai suoi difetti e che soprattutto fanno ben sperare per il futuro, quando l’autore abbia preso maggior confidenza con il personaggio e con le sue peculiarità di scrittura.

"Un soggetto di sicuro interesse, che fa appello a paure profonde dell'uomo, ma diminuito da alcuni difetti..."
   
Il soggetto, in particolare, contiene elementi di sicuro interesse.
La storia di una persona che in modo misterioso riesca ad assumere per il mondo esterno le fattezze altrui, contemporaneamente facendo assumere le proprie all’individuo "sostituito" (unico, a parte il lettore, a vedere ancora l’usurpatore di identità come è), desta sicuramente echi sinistri dal profondo delle nostre anime evocando lo spettro della perdità d'identità; se poi la vittima di questo "scambio" finisce inevitabilmente per prendere il posto dell’usurpatore tra coloro che la società pone ai propri margini, i reietti, i barboni, ve ne è abbastanza per risvegliare davvero le paure del lettore medio, borghese, stressato ma soddisfatto, e pronto ad essere terrorizzato dalla prospettiva di perdere tutto quel che ha in un battere di ciglia. Un tema, ci sembra, ben in sintonia con il personaggio di Dylan.
A questa trama se ne aggiunge una seconda, certamente più banale, che vede la polizia sulle tracce di un ennesimo serial killer, nell’occasione un uccisore di barboni; ed è curioso che questo stesso soggetto sia presente nell’ultima avventura di Julia, "Quest’urlo che tace" (un altro serial killer di barboni bonelliano lo troviamo in una vecchia storia di Nick Raider, il n.49, Discesa all’inferno).

Ordinaria amministrazione, ma funzionale alla storia - perché in ultima analisi la presenza del killer servirà a Dylan per riappropriarsi della propria identità ingannando il "ladro di vite" - e che in fondo non disturba la buona architettura della storia.

Cos’è, dunque, che non funziona?

"La storia è sempre sul punto di trasformarsi in una lettura realmente e compiutamente angosciante, ma non vi riesce mai (...)"
   
Sostanzialmente il fatto che un soggetto teoricamente così ansiogeno ed orrorifico non sia stato veramente sfruttato in tutte le sue potenzialità. La storia è sempre sul punto di trasformarsi in una lettura realmente e compiutamente angosciante, ma non vi riesce mai; le paure profonde che il tema avrebbe potuto e dovuto risvegliare restano sulla soglia della coscienza del lettore: intellettualmente le si riconosce, se ne percepisce l’esistenza ma non le si prova veramente.

Perni della narrazione avrebbero dovuto essere - e sono - Dylan Dog e lo sconosciuto vagabondo che ne assume l’identita’. Alla giusta scelta di mantenere anonimo l’uomo - dettaglio che indubbiamente aggiunge spessore ad una figura che fosse inquietante - Accatino non ha saputo far seguire una adeguata caratterizzazione del personaggio. Una storia dai contenuti così fortemente angoscianti avrebbe avuto bisogno di un antagonista carismatico, una figura di grande impatto sulle emozioni del lettore; la figura del misterioso "ladro di vite" ben si prestava ad assumere i panni del Male: un male assoluto, cieco, irragionevole ed assolutamente maligno; una figura che avrebbe infuso alla storia il pathos necessario a far salire in superficie le paure nascoste di ognuno di noi.

Purtroppo l’autore non è riuscito nell’impresa, il suo personaggio non ha alcuna delle caratteristiche del vero malvagio, è lungi dall’incarnare il Male. Egli non è che un uomo squallido e patetico, che dalla sua incredibile facoltà si limita a lucrare brevi periodi della vita di altre persone; un opportunista di basso profilo che, trovatosi nei panni di Dylan, non fa altro che portarsi a letto le clienti e la ragazza dell’indagatore dell’incubo, approfittandosi pure economicamente delle clienti più bislacche.Oppure ne approfitta per quella che sembra troppo una vendetta di classe, spingendo al suicidio Louise Braverman. Accatino, che così sapientemente ha saputo tacere sull’identità dell’uomo, si lascia sfuggire una frase di troppo a pag.269, quando l’innominato "ladro di vite" dice a Dylan: "L’inferno? Che ne sai tu di che cos’è l’inferno?". Non il Male, dunque, ma l’ennesimo caso umano che appare sulle pagine della testata, pur se dotato di poteri eccezionali - quasi divini.
Una scelta di realismo anche legittima, se vogliamo, ma nell’economia di una storia dal forte impianto fantastico - così diversa dai troppi gialli insipidi e realistici degli ultimi tempi - una scelta sbagliata, che finisce per negare in (non piccola) parte le premesse della storia.

"Il politically correct anche in questa occasione interviene a sviare e distrarre l'attenzione del lettore dal fluire della narrazione..."
   
A questo si aggiungono passi di sceneggiatura che francamente appesantiscono la narrazione; in primo luogo quegli incisi di carattere moralistico che sembrano davvero essere diventati la cifra caratteristica della serie, ed ai quali anche l’autore di "La vita rubata" non vuole, o forse non può sottrarsi: si va in crescendo dal Dylan senza un soldo che - all’inizio della sua personale "discesa agli inferi" - dà la sua penultima sterlina a un barbone, al Dylan che per aiutare un immigrato si fa massacrare di botte da un gruppo assolutamente stereotipo di giovinastri della upper class, all’ex chirurgo rovinato dall’artrite, che brontola brontola ma ha un cuore d’oro e non ha dimenticato la sua missione, fino all’emblematica tavola di pag.271, dove un Dylan in versione barbone, ferito e ormai giunto all’ultimo stadio della sua degradazione, viene evitato e scacciato da classici benpensanti che si abbandonano a commenti moralistici assolutamente convenzionali.

Accatino appesantisce inoltre la sceneggiatura verso la fine, con le due tavole delle pagg.284,285, in cui il ritmo della fuga disperata di Dylan è scandito dalle didascalie. Troppo teatrali, artefatte, queste non riescono a cogliere il dramma del momento, il punto terminale dell’incubo vissuto da un Dylan Dog arrivato al fondo delle risorse della sua anima, ma si limitano ad una stilizzata descrizione letteraria, senza farci partecipare la disperazione del personaggio. Vediamo scorrere le immagini di un Dylan emaciato, la barba lunga, sfinito e ferito, in fuga, un Dylan che forse sta meditando il suicidio.

(32k)
Ci sono fughe che non sono possibili...
disegno di Montanari & Grassani - (c) 2000 SBE

In sottofondo Accatino ci accompagna così:
  • Ci sono fughe che non sono possibili.
  • Momenti in cui cammini, cammini solo per ritornare al punto di partenza...
  • Ci sono fughe che non sono possibili.
  • Allora siediti e smetti di correre
  • Rimpiangi gli sbagli che hai fatto. Ripensa ai torti subiti. E attendi immobile che la fine arrivi.
  • Ma forse è destino. Forse sta scritto da qualche parte che ci sono inferni da cui non esiste uscita.
  • Forse
    Frasi fatte, che non comunicano la disperazione del momento culminante della narrazione.

    Non convince molto neppure la soluzione adottata dall’autore per chiudere la storia: la citazione da Strindberg nell’ultima tavola, infatti, appesantisce ulteriormente una storia che si sarebbe giovata molto più dell’assenza di elementi estranei ad una lettura puramente ed immediatamente emotiva: era storia, questa, da far gustare ai lettori in tutta la sua forza d’impatto, in tutta la sua capacità di generare ansie e paure.
    Tutti difetti, questi, che annacquano la buona idea di base da cui era partito l’autore. Tuttavia proprio la bontà dell’idea, oltre ad essere un elemento ben presente, rende ottimisti per le prove di questo esordiente che speriamo di vedere in futuro, come speriamo, in luogo delle ricorrenti scenette politically correct, di vedere più sequenze come quella - autenticamente splatter e decisamente umoristica - delle pagg.256/257, con il mefistofelico barbone che si mangia un ratto di fogna dopo averlo abbondantemente condito.

    Resta da dire che Accatino non è stato aiutato, in sede di sceneggiatura, dai disegni della coppia Montanari&Grassani, ma questo è materia della prossima sezione.



    DISEGNI
    Giuseppe Montanari ed
    Ernesto Grassani
       

    I prolifici disegnatori Montanari&Grassani hanno alcune innegabili virtù, ma anche altrettanti difetti, che, in questa occasione, paiono prevalere.

    Beniamini dei lettori, M&G hanno in genere uno stile netto e pulito, estremamente funzionale alla narrazione, che rende i loro disegni immediatamente comprensibili e di agevole lettura: i disegnatori ideali per una serie di largo successo come Dylan Dog, accoppiando alla facilità di lettura la rapidità di esecuzione. Il loro tratto permette al lettore di non distrarsi, seguendo il filo di quel che legge senza affaticarlo con dettagli o soluzioni grafiche che non siano all’esclusivo servizio della storia.

    Tali caratteristiche li rendono perfetti per storie semplici e lineari, senza complicazioni psicologiche. L’orrore delle loro tavole è orrore puramente fisico: coreografici schizzi di sangue, lingue penzolanti di impiccati, orbite vuote e cieche, prive di vita, volti trucidi che troppo spesso sembrano tagliati con l’accetta; un orrore elementare, dove il sangue è fatto di succo di pomodoro e si sa che è tutta una finzione.

    "Montanari e Grassani sanno ritrarre bene l'orrore fisico, ma la dimensione spirituale della degradazione di Dylan viene elusa dal loro segno semplice ed immediato"
       
    Alla prova su una storia dove l’incubo è mentale molto prima che fisico, dove l’incubo del protagonista deve suscitare l’incubo nel lettore, essi si affidano alla dimensione più materiale del testo, per altro rappresentando egregiamente il degrado fisico del personaggio: il Dylan lacero e macilento, dalla barba lunga, è molto realistico. E’ però nei passaggi cardine della storia che i due perdono contatto con il testo, che finisce con il parlare di una dimensione da incubo spirituale in cui i disegni di Montanari e Grassani non riescono ad entrare.

    Nelle varie scene della progressiva degradazione di Dylan, i due disegnatori non arrivano a dare alle vignette la giusta profondità che permettesse di trasmettere al lettore il senso profondo di disagio e sofferenza che prova il protagonista; i bianchi e i neri sono troppo nettamente contrapposti, disarmonicamente messi sulla pagina, per creare i giochi di luce adatti. Si vedano pag.252, così oscura, ma priva di pathos; pag.266, con un Dylan furioso, ma di una furia che non proviene - come dovrebbe - dalla profonda frustrazione di vedersi il proprio mondo crollato intorno, la sua è solo una rabbia cieca ed immediata; pag.271, dove certe soluzioni prospettiche, o il Dylan di schiena che cammina in dubbio equilibrio, vorrebbero forse creare una sensazione di ansia nel lettore, ma che prive di profondità finiscono invece per diminuire la leggibilità delle vignette e della tavola; le pagg.282-285, con il confronto finale tra Dylan e il suo persecutore, dove pure prevale un aspetto puramente materiale di questo confronto.
    Del resto la caratterizzazione grafica del "ladro di vite" non ha fatto nulla per affinare la sua figura e tentare di avvicinarlo a una statura di "grande malvagio".
    Anche nella scena alle pagg.256-257, Montanari e Grassani indulgono troppo nel dettaglio truculento, in una rappresentazione manierata e splatterosa che, se da un lato coglie bene l’aspetto ironico della sequenza, dall’altro non porta minimamente alla luce l’elemento di profonda disperazione contenutovi. La scena era forse intesa a mostrare il punto più basso di una discesa materiale e morale negli abissi del degrado e delle paure inconsce, oltre alla contemporanea sdrammatizzazione; la coppia M&G è riuscita a cogliere solo quest’ultimo carattere.

    "La vita rubata" avrebbe indubbiamente avuto bisogno di una lettura grafica più meditata ed attenta alla psicologia dei personaggi: Dylan, soprattutto, il cui percorso di dannazione era qualcosa di più del ridursi a un barbone; l’usurpatore della sua identità era già stato delineato da Accatino non come provvisto di una personalità che incarnasse l’essenza pura della malvagità, ma certo i due disegnatori hanno fatto di tutto per accentuare questa sua "normalizzazione". I volti di Montanari e Grassani sono generalmente piatti e scarsamente espressivi, e in una storia che avrebbe richiesto una grande capacità di rappresentare stati d’animo forti, emozioni devastanti, questo è un limite notevole.



    GLOBALE
     

    L’esordio di un nuovo autore su una serie di lungo corso come Dylan Dog è sempre un evento di rilievo, specie se la serie in questione è in crisi, e quindi si può sperare che l’esordiente in questione possa apportare nuova linfa e nuove idee.

    "Al di là dei difetti della storia - che ci sono - l'esordio di Accatino è certamente positivo"
       
    Benché questa opera prima dylaniata di Fabrizio Accatino non possa certo dirsi veramente riuscita, è possibile che questa nuova linfa e nuove idee siano state trovate: lo spunto alla base di "Vite rubate" è indubbiamente stimolante e valido, e con uno stile di scrittura più fluido e una miglior caratterizzazione dei personaggi principali, l’autore avrebbe fatto centro pieno.
    L’augurio per Accatino, oltre che di rivederlo presto all’opera, è che la sua scrittura acquisti quelle qualità che qui gli hanno fatto difetto: fluidità, appunto, e capacità di adattare i personaggi al genere di storia che si racconta; ma anche di poterci risparmiare le consuete divagazioni politicamente corrette che hanno come unico risultato quello di rendere la lettura più disagevole, spezzando la tensione della storia e distraendo fatalmente il lettore.
     
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