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Cosa fareste se in pochi secondi, brutalmente, vi ritrovaste sbattuti fuori di casa, disconosciuti dai vostri cari e senza un soldo in tasca? Dylan Dog lo scopre a sue spese in questa storia scritta da un esordiente da seguire con attenzione...
Quando Dylan guardò l’incubo negli occhi
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Esordio interessante quello di Fabrizio Accatino, autore dei testi della terza - e sicuramente migliore - storia del maxi Dylan Dog di quest’anno. Benché, infatti, la storia non sia un capolavoro, ed anzi gli aspetti negativi - e di cui tener conto - non siano pochi, essa presenta diverse caratteristiche che la rendono superiore ai suoi difetti e che soprattutto fanno ben sperare per il futuro, quando l’autore abbia preso maggior confidenza con il personaggio e con le sue peculiarità di scrittura.
La storia di una persona che in modo misterioso riesca ad assumere per il mondo esterno le fattezze altrui, contemporaneamente facendo assumere le proprie all’individuo "sostituito" (unico, a parte il lettore, a vedere ancora l’usurpatore di identità come è), desta sicuramente echi sinistri dal profondo delle nostre anime evocando lo spettro della perdità d'identità; se poi la vittima di questo "scambio" finisce inevitabilmente per prendere il posto dell’usurpatore tra coloro che la società pone ai propri margini, i reietti, i barboni, ve ne è abbastanza per risvegliare davvero le paure del lettore medio, borghese, stressato ma soddisfatto, e pronto ad essere terrorizzato dalla prospettiva di perdere tutto quel che ha in un battere di ciglia. Un tema, ci sembra, ben in sintonia con il personaggio di Dylan. A questa trama se ne aggiunge una seconda, certamente più banale, che vede la polizia sulle tracce di un ennesimo serial killer, nell’occasione un uccisore di barboni; ed è curioso che questo stesso soggetto sia presente nell’ultima avventura di Julia, "Quest’urlo che tace" (un altro serial killer di barboni bonelliano lo troviamo in una vecchia storia di Nick Raider, il n.49, Discesa all’inferno). Ordinaria amministrazione, ma funzionale alla storia - perché in ultima analisi la presenza del killer servirà a Dylan per riappropriarsi della propria identità ingannando il "ladro di vite" - e che in fondo non disturba la buona architettura della storia.
Cos’è, dunque, che non funziona?
Perni della narrazione avrebbero dovuto essere - e sono - Dylan Dog e lo sconosciuto vagabondo che ne assume l’identita’. Alla giusta scelta di mantenere anonimo l’uomo - dettaglio che indubbiamente aggiunge spessore ad una figura che fosse inquietante - Accatino non ha saputo far seguire una adeguata caratterizzazione del personaggio. Una storia dai contenuti così fortemente angoscianti avrebbe avuto bisogno di un antagonista carismatico, una figura di grande impatto sulle emozioni del lettore; la figura del misterioso "ladro di vite" ben si prestava ad assumere i panni del Male: un male assoluto, cieco, irragionevole ed assolutamente maligno; una figura che avrebbe infuso alla storia il pathos necessario a far salire in superficie le paure nascoste di ognuno di noi.
Purtroppo l’autore non è riuscito nell’impresa, il suo personaggio non ha alcuna delle caratteristiche del vero malvagio, è lungi dall’incarnare il Male. Egli non è che un uomo squallido e patetico, che dalla sua incredibile facoltà si limita a lucrare brevi periodi della vita di altre persone; un opportunista di basso profilo che, trovatosi nei panni di Dylan, non fa altro che portarsi a letto le clienti e la ragazza dell’indagatore dell’incubo, approfittandosi pure economicamente delle clienti più bislacche.Oppure ne approfitta per quella che sembra troppo una vendetta di classe, spingendo al suicidio Louise Braverman. Accatino, che così sapientemente ha saputo tacere sull’identità dell’uomo, si lascia sfuggire una frase di troppo a pag.269, quando l’innominato "ladro di vite" dice a Dylan: "L’inferno? Che ne sai tu di che cos’è l’inferno?". Non il Male, dunque, ma l’ennesimo caso umano che appare sulle pagine della testata, pur se dotato di poteri eccezionali - quasi divini.
Accatino appesantisce inoltre la sceneggiatura verso la fine, con le due tavole delle pagg.284,285, in cui il ritmo della fuga disperata di Dylan è scandito dalle didascalie. Troppo teatrali, artefatte, queste non riescono a cogliere il dramma del momento, il punto terminale dell’incubo vissuto da un Dylan Dog arrivato al fondo delle risorse della sua anima, ma si limitano ad una stilizzata descrizione letteraria, senza farci partecipare la disperazione del personaggio. Vediamo scorrere le immagini di un Dylan emaciato, la barba lunga, sfinito e ferito, in fuga, un Dylan che forse sta meditando il suicidio.
Frasi fatte, che non comunicano la disperazione del momento culminante della narrazione.
Non convince molto neppure la soluzione adottata dall’autore per chiudere la storia: la citazione da Strindberg nell’ultima tavola, infatti, appesantisce ulteriormente una storia che si sarebbe giovata molto più dell’assenza di elementi estranei ad una lettura puramente ed immediatamente emotiva: era storia, questa, da far gustare ai lettori in tutta la sua forza d’impatto, in tutta la sua capacità di generare ansie e paure. Resta da dire che Accatino non è stato aiutato, in sede di sceneggiatura, dai disegni della coppia Montanari&Grassani, ma questo è materia della prossima sezione.
I prolifici disegnatori Montanari&Grassani hanno alcune innegabili virtù, ma anche altrettanti difetti, che, in questa occasione, paiono prevalere. Beniamini dei lettori, M&G hanno in genere uno stile netto e pulito, estremamente funzionale alla narrazione, che rende i loro disegni immediatamente comprensibili e di agevole lettura: i disegnatori ideali per una serie di largo successo come Dylan Dog, accoppiando alla facilità di lettura la rapidità di esecuzione. Il loro tratto permette al lettore di non distrarsi, seguendo il filo di quel che legge senza affaticarlo con dettagli o soluzioni grafiche che non siano all’esclusivo servizio della storia. Tali caratteristiche li rendono perfetti per storie semplici e lineari, senza complicazioni psicologiche. L’orrore delle loro tavole è orrore puramente fisico: coreografici schizzi di sangue, lingue penzolanti di impiccati, orbite vuote e cieche, prive di vita, volti trucidi che troppo spesso sembrano tagliati con l’accetta; un orrore elementare, dove il sangue è fatto di succo di pomodoro e si sa che è tutta una finzione.
Nelle varie scene della progressiva degradazione di Dylan, i due disegnatori non arrivano a dare alle vignette la giusta profondità che permettesse di trasmettere al lettore il senso profondo di disagio e sofferenza che prova il protagonista; i bianchi e i neri sono troppo nettamente contrapposti, disarmonicamente messi sulla pagina, per creare i giochi di luce adatti. Si vedano pag.252, così oscura, ma priva di pathos; pag.266, con un Dylan furioso, ma di una furia che non proviene - come dovrebbe - dalla profonda frustrazione di vedersi il proprio mondo crollato intorno, la sua è solo una rabbia cieca ed immediata; pag.271, dove certe soluzioni prospettiche, o il Dylan di schiena che cammina in dubbio equilibrio, vorrebbero forse creare una sensazione di ansia nel lettore, ma che prive di profondità finiscono invece per diminuire la leggibilità delle vignette e della tavola; le pagg.282-285, con il confronto finale tra Dylan e il suo persecutore, dove pure prevale un aspetto puramente materiale di questo confronto. "La vita rubata" avrebbe indubbiamente avuto bisogno di una lettura grafica più meditata ed attenta alla psicologia dei personaggi: Dylan, soprattutto, il cui percorso di dannazione era qualcosa di più del ridursi a un barbone; l’usurpatore della sua identità era già stato delineato da Accatino non come provvisto di una personalità che incarnasse l’essenza pura della malvagità, ma certo i due disegnatori hanno fatto di tutto per accentuare questa sua "normalizzazione". I volti di Montanari e Grassani sono generalmente piatti e scarsamente espressivi, e in una storia che avrebbe richiesto una grande capacità di rappresentare stati d’animo forti, emozioni devastanti, questo è un limite notevole. L’esordio di un nuovo autore su una serie di lungo corso come Dylan Dog è sempre un evento di rilievo, specie se la serie in questione è in crisi, e quindi si può sperare che l’esordiente in questione possa apportare nuova linfa e nuove idee.
L’augurio per Accatino, oltre che di rivederlo presto all’opera, è che la sua scrittura acquisti quelle qualità che qui gli hanno fatto difetto: fluidità, appunto, e capacità di adattare i personaggi al genere di storia che si racconta; ma anche di poterci risparmiare le consuete divagazioni politicamente corrette che hanno come unico risultato quello di rendere la lettura più disagevole, spezzando la tensione della storia e distraendo fatalmente il lettore. |
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