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Uniche cavie: i lettori recensione di Emanuele De Sandre "Cavie umane" è un titolo che è tutto un programma: resta da stabilire chi siano le vere cavie, i drogati protagonisti dell'albo o bonellidipendenti che sotto il solleone, all'ombra dell'ombrellone, zuppi di un'acquazzone, sdraiati alla stazione, imprecando "maledizione!", mentre consumano la prima colazione, accettano la sfida del terzo malloppone?
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Il bravo De Nardo, che merita stima e gratitudine imperitura per averci regalato al tempo che fu lo spassosissimo Billitteri, s'impegola con le sue mani nel tema scomodo e sdruciolevole della droga. Parlare di droga significa rischiare di lasciarsi sfuggire fumose sparate cariche di retorica, di tracciare utopiche e semplicistiche soluzioni alla volemosebbene, quindi di cadere nel cattivo gusto o nella banalità. De Nardo riesce a liberarsi dalla ragnatela di qualunquismo in cui si stava cacciando, ma qualche buon metro di bava gli resta appiccicato. La droga è il motivo scatenante di tutto, ma poi i personaggi principali, tutti drogati e ladri, vengono divisi in due categorie: i drogati ladri buoni, che non uccidono, e i drogati ladri cattivi, che invece uccidono. La gerarchia dell'abominio prosegue poi, un gradino sopra, con gli spaccia, per poi giungere ai vertici, ossia ai manager e agli scienziati della casa farmaceutica. Questa scala dell'ignominia non è particolarmente interessante, anzi trita e ritrita soprattutto per i lettori di Dylan di vecchissima data. Per fortuna l'attenzione del lettore viene spostata sui rapporti interpersonali dei cinque protagonisti, unico elemento che susciti qualche emozione, grazie anche all'adozione delle didascalie di pensiero che permettono al lettore di sentire e vivere un po' di più la storia attraverso le ondivaghe, sofferenti, ma positive riflessioni di Irina.
Nè si può tacere dell'assenza praticamente totale di Groucho, che a volte è pedante, ma spessissimo come personaggio riesce a sollevare lo spirito della storia, che infatti in questo caso risulta globalmente seriosa e opprimente. Quasi nullo l'aspetto soprannaturale, limitato ai pochi spiriti che Irina vede grazie alla droga sperimentale che aumenta le percezioni, ma con i quali Dylan Dog non interagisce mai. Interessante la visione rasserenatrice che De Nardo ci offre degli spiriti dei defunti: non tesi a spaventare o uccidere, ma a rasserenare, aiutare o semplicemente a essere felici, come Ned e Vera, morti di morte violenta ma teneramente intenti in una ectoplasmatica sequenza di passi latino-americani. Provocazione conclusiva: perchè Dylan non va a letto con Irina, la drogata, pur avendola portata a dormire a casa sua? Narrativamente la cosa non avrebbe aggiunto niente, emotivamente invece moltissimo, ma soprattutto editorialmente la cosa sarebbe stata di difficilissima gestione. Capiamo quindi la scelta, ma ci resta la curiosità di immaginare cosa sarebbe successo se... Finale di avventura aperto, dylandoghiano nel senso deteriore del termine.
Certo, l'inseparabile duo non brilla per ricercatezza del tratto, non eccelle in tecnica, non indulge in preziosismi, anzi si nutre di segni rapidi, quasi mai curati. E allora perchè il Maxi estivo è uno dei Dylan Dog che vende di più ogni anno? Perchè il lettore silenzioso, che legge e non dileggia, che ha piacere di passare qualche oretta con Dylan in tutto relax, magari mentre attende che faccia effetto il Guttalax, senza grandi proclami "sente" che comunque la storia funziona.
Funziona per i disegni semplici ma efficaci, per quei neri sempre distribuiti con dovizia, così suggestivi nella loro pienezza. Per le inquadrature immediatamente comprensibili e che comunicano tutto quello che c'è da comunicare, non una virgola di più, non una di meno. Per le inquadrature sghembe, usate sempre e solo a proposito, per conferire il giusto movimento a vignette altrimenti troppo statiche. Per le ombre nelle scene madri, amplificatrici di gesti estremi, che riescono a infondere, pur nascendo da pochi tratti di pennello, grande drammaticità agli eventi in questione. E per la giacca di Dylan Dog, sempre comunque e ovunque un pozzo di china nera che accompagna e distingue l'indagatore dell'incubo quando sono Montanari e Grassani a rappresentarlo. Purtroppo l'ambientazione urbana non li aiuta, e chi li ha amati sin dal n. 3 "Le notti della luna piena", sa quanto se la cavino meglio nelle location medievaleggianti, gotiche e "forestali". "Cavie umane" è un'avventura che assomiglia a un esperimento, "se il lettore dylandoghiano resiste anche a questa siamo a cavallo", si staranno dicendo in redazione. Poco soprannaturale, poca detection, poco Groucho, niente sesso. Nonostante questo siamo sopravvissuti, anzi ci siamo caricati a molla per gustarci a pieno la terza storia di questo Maxi. I disegni del duo M & G rientrano alla perfezione nella filosofia del balenottero estivo: la gente è in vacanza, vuole leggere con un occhio chiuso e uno aperto, ha bisogno di cose semplici, immediate, che non diano problemi, che non suscitino particolari riflessioni, che non stanchino graficamente, e che se anche il malloppone ci cade sulla sabbia, da un dirupo, in mare, nella pasta e fagioli, beh... pazienza!
Nessun punto in più, quindi, ma nessun punto in meno: ci hanno fatto passare un'oretta senza pensieri, siamo stati delle brave cavie e possiamo continuare a stare serenamente fermi, camminando, nella ruota della nostra vita...
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