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Un botolo per amico
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A volte Tiziano Sclavi sa veramente sorprendere il lettore, ed offrirgli una storia decisamente fuori dell’ordinario. Ecco dunque che lo scrittore spesso stanco e svogliato visto nelle sue ultime prove per Dylan - e ancor più lo Sclavi predicatorio (si veda un esempio per tutti: la recensione del n.156) - si trasforma e regala ai suoi ammiratori un autentico gioiellino del miglior Dylan. Quello che più colpisce e fa piacere, è il fatto che Sclavi abbia finalmente avuto la percezione del tono esageratamente moralista che troppo spesso assume, e con un brillante piglio ironico si sia dedicato a prendere in giro sé stesso e questo suo particolare registro; oltre tutto cogliendo in pieno - finalmente! - il carattere "fuoriserie" di un albo gigante, scrivendo una storia completamente sopra le righe, completamente al di fuori della natura della serie regolare: un divertissement in piena regola, con un Dylan Dog al di fuori della (sua) realtà (narrativa). Che questo breve racconto sia volutamente autoironico appare fin troppo evidente dalla sua comica assurdità, dal ruolo di mattatore assoluto che Sclavi assegna a Botolo il simpatico cagnone che spesso incrocia la strada di Dylan (e che in questo gigante ricorre anche ne "Il gatto nero"), dalla demenziale ricostruzione dell’omicidio - con il botolo star assoluta della performance - che assume i tratti di un brillante apologo teatrale e dalla scanzonata recitazione di Dylan, che si presta magistralmente al ruolo di spalla del suo amico canino. A tratti riaffiora qui e là lo Sclavi tardo-moralista, e certo la figura di Jo Beth ha tutte le stimmate del classico personaggio à la Johnny Freak, ma in questa occasione il creatore di Dylan Dog riesce a non perdere la misura, e mantiene il controllo della narrazione senza sviarlo, senza lasciarsi tentare dalla "deriva" moralistica. Sicuramente positivo il lavoro di Enea Riboldi; lavoro che sarebbe stato ancor più positivo se l’artista non denunciasse chiare difficoltà proprio con il personaggio eponimo. Il suo Dylan appare troppo mutevole (si vedano i due profili a pag.150, e soprattutto il netto contrasto tra certe raffigurazioni "femminee", come appare nel secondo profilo di pag.150 o nel profilo di pag.157 e le visioni frontali da macho, anzi, da pugile vero e proprio delle pagg.156, 158 e 159). A parte questo (che non è poco, trattandosi del protagonista della testata...), Riboldi svolge un lavoro egregio, in special modo nella perfetta caratterizzazione di Botolo, con la quale asseconda il testo sclaviano fornendogli l’interpretazione corretta e puntuale del carattere "umano" del cane, e dandogli una personalità grafica decisa. Molto buona anche la caratterizzazione di Jo Beth. Facile fare della povera prostituta un personaggio fortemente patetico; ma, sulla scorta anche dei testi, che hanno evitato questo pericolo, Riboldi le ha ritagliato una personalità dolente e disperata, sperduta; sfiorando appena l’aspetto più patetico della vicenda.
Vedi anche la scheda della storia.
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