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" Il gatto nero"


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L’avvocato Palmer è un mascalzone: ha preferito il lavoro nella sua Inghilterra alla storia d’amore in Italia; la sua Giulia ne ha tanto sofferto che il suo gatto, nero come quelli delle streghe, è riapparso in veste di fantasma per punirlo. Come se l’avvocato non si stesse già punendo da sé... Che orrore essere soli!

Forget Fiesole
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. e Sce. Tiziano Sclavi    

Ah! Look all the lonely people
Eleanor Rigby
picks up the rice in the church
where a wedding has been(...)

The Beatles, Eleanor Rigby

Quando ero piccolo, c’era una fiaba che odiavo: non la potevo sopportare, le concedevo la più terribile avversione che un bambino potesse offrire; era l’anderseniana Piccola Fiammiferaia: era insopportabile, per me, perché capivo che voleva a tutti i costi farmi piangere. Certo, da bimbo non possedevo parole quali patetismo o retorica, parole che svelavano l’artificiosità di quella operazione, parole che davvero identificavano l’intento dell’autore di destare commozione, forse in base ad un presunto compito educativo; non possedevo quelle parole, ma capivo che “quello lì lo faceva apposta, a farmi piangere”. E mi arrabbiavo. Mi arrabbiavo allora, che ero piccolo, figuriamoci adesso, che tanto piccolo non sono più. Difficile per il recensore raccontare la pateticissima trama di questa storia senza ironizzare.

Una triste storia d’amore e solitudine; la solita, triste, storia d’amore e solitudine. Il vecchio amore riappare nella memoria, e tornano i rimpianti, tornano i ricordi, tornano i rimorsi... E viene voglia di suicidarsi.

L’avvocato Palmer ha rinunciato all’amore per il lavoro, e si è ritrovato ad essere patetica figurina che pare uscita da quella stupenda canzone dei Beatles sulle persone sole; o da Il pensionato di Guccini: raccoglie il riso fuori dalle chiese dove si sono celebrati matrimoni, si perde nei suoi riti quotidiani: “lavare, sgomberare e poi lavare piatti e mani”... L’unica compagnia sono gli animali, di cui ha la casa piena; ma a un certo punto i cari animali gli si rivoltano contro, istigati da un gatto nero: i cani scappano, i gatti pure, il canarino si suicida piuttosto che lasciarsi toccare da lui, persino il vecchio Botolo lo aggredisce. Poi Dylan dice di non abbandonarli sulle strade, ‘sti animali... E Palmer buono buono, si lascia graffiare, si lascia mordere, e da ragione alle bestie, che bisogna perdonarle perché sono innocenti... Ma neanche Cicciolina vuole così bene agli animali...

E comunque il vero colpevole è lui, l’avvocato: anni prima ha abbandonato l’unica donna che abbia mai amato, preferendole il lavoro; è il fantasma del gatto della vecchia fiamma che lo perseguita e che gli allontana gli amici animali, per punirlo dell’insensibilità di un tempo. E toccherà a Dylan sussurrare parole di saggezza, per far capire a Palmer cosa ha perso... E l’insopportabile morale della favola è: non è mai troppo tardi, per ricominciare, e allora via col vento, domani è un altro giorno...

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Cosa fa un gatto nero quando un uomo bianco gli attraversa la strada?
Disegno di Angelo Stano
- (c) 1999 SBE

Insomma, risulterà chiaro che il soggetto è tutto giocato sul tema delle occasioni perdute; il problema è che non riesce ad affrancarsi dall’esteriorità, dal gioco formale, dunque dalla retorica: non riesce ad essere credibile nel messaggio che vuole mandare perché è eccessivo: i personaggi risultano caricature, risultano l’esagerazione di quello che vogliono rappresentare; manca la misura, e in alcuni punti questa mancanza di senso del limite scade nel ridicolo: il suicidio del canarino è forse il massimo, in questo senso.

"La storia non riesce ad affrancarsi dall’esteriorità, dal gioco formale, dunque dalla retorica"    

In questo contesto è persino inutile tirare in ballo Edgar Allan Poe: Il gatto nero è il titolo di uno dei suo racconti più famosi, e in esso si narra come la reincarnazione di un gatto, precedentemente seviziato e ucciso dal protagonista, faccia scoprire l’uxoricidio commesso dal protagonista stesso. Anche qui è il fantasma di un gatto che rivela al protagonista la sua colpa, l’aver cioè abbandonato l’antico amore, ma come si può capire si tratta di una somiglianza del tutto esteriore. Del resto, pur nel comune territorio della narrazione di genere, il rapporto tra Poe e Sclavi è intessuto più di differenze che di analogie: in Poe l’orrore è viaggio nell’inconscio, prefigurazione irrazionalistica di risultati freudiani, è descrizione del male dell’anima, del disagio esistenziale che sfocia nell’angoscia e nell’incubo. In Sclavi ci sembra che più spesso l’orrore nasca da un’osservazione del quotidiano e diventi denuncia di un male sociale: l’inferno, l’orrore, sono gli altri.

Anche la sceneggiatura si presenta come piuttosto esile: l’unica scena di orrore della storia si rivela essere un delirio di Dylan sotto gli effetti del terribile caldo fiorentino (!), e anche Dylan che piomba a Fiesole senza neanche avere accettato il caso, lui che ha spesso problemi economici, pare un po’ forzato. In definitiva il tutto non è perfettamente plausibile, e anche lo svolgimento dell’idea di fondo pare un po’ misera, priva come è di una logica stringente degli avvenimenti... Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.



DISEGNI
Angelo Stano    

Stano utilizza una tecnica mista, con frequente ricorso al carboncino, soprattutto per le ombreggiature, con effetti anche interessanti; non si può però chiedere a lui di salvare la trama dal generico patetismo che la riveste, e dunque le espressioni retoriche si ritrovano mestamente anche in certi ritratti: la tristezza di Palmer, Botolo a orecchie piegate che fa venire in mente la frase “solo come un cane”, la scialba Bardini abbandonata. Il tutto è ovviamente funzionale alla trama, ma l’impressione generale non può che essere come di qualcosa un po’ stucchevole.



GLOBALE
 

In definitiva, sembra una di quelle storie che scrivi quando ti senti triste, poi te ne vergogni un po’ e la ficchi in fondo a un cassetto. Ma perché a un certo punto tirarla fuori? Continuiamo a credere che le uscite speciali, gli almanacchi e i giganti non debbano essere l’occasione per smaltire le storie meno riuscite, che non potrebbero trovare collocazione sulla serie regolare, ma davvero questo racconto non ha niente di speciale, e globalmente lascia l’impressione di essere stato buttato lì... Se pensiamo che le altre quattro storie di questo gigante hanno ulteriori elementi di povertà o di incompletezza, non ci salviamo dall’impressione di aver compiuto un cattivo investimento.

 

 


 
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