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" I peccatori di Hellborn"

TESTI
Tito Faraci
DISEGNI
Corrado Roi


Pagine correlate:

“Avete provato in prima persona cosa significhi essere malvagio. Le vostre visioni erano momenti delle vite di tre peccatori, che hanno espiato le loro colpe a Hellborn…”
”… Il Duca Barton Grindstone, un mostro assetato di sangue, come quelli che combattete e che vi ostinate a voler comprendere!…”
”… Chester Wilde, assassino per amore. Sì, l’amore, che nella vostra scala di valori ha un posto tanto importante… Ma che può provocare sofferenza e morte!...”
”… Infine Greg Muller, l’uomo contro il quale avevate appena scaricato la vostra rabbia e il vostro odio! Come ci si sente nei panni del proprio nemico?”

Sono queste le parole con le quali “Eddie” spiega a Dylan gli avvenimenti che lo hanno visto coinvolto, e che lo hanno posto…

Di fronte a se stesso
recensione flash di Vincenzo Oliva


E’ dirompente l’effetto delle parole di ”Eddie”, che spazzano ogni residuo dubbio sul significato degli eventi che coinvolgono Dylan dall’arrivo alla prigione di Hellborn. Tutta la complessa architettura delle citazioni da infiniti libri e film del filone carcerario, gli sproloqui sulla giustizia e sulla pietà, sulla rieducazione dei carcerati come sul peccato, i manierismi sclaviani con la Morte che appare qui e là o gli stralci di vita di personaggi che vengono alla ribalta per una o due tavole – tutto questo e altro, comprese le battute di Groucho, la vacanza di Bloch (completa dei gustosi siparietti con Cormac McFarren) o il parallelo Hellborn/Solaris - servono a riempire le pagine dell’albo e a mascherare la natura di questa storia. “I peccatori di Hellborn” è il percorso di conoscenza dell’autore Tito Faraci all’interno dell’universo dylandoghiano, e il suo modo di farlo proprio. Oltre a una riflessione spassionata sul personaggio e sui suoi pregi, difetti e caratteristiche.

A giudicare dalla risposta di Dylan a “Eddie” (e se nell’ottica sopra esposta è legittimo attribuire le parole dell’indagatore dell’incubo all’autore in prima persona) Faraci accetta il personaggio nella sua interezza, pregi e difetti, con la consapevolezza degli uni e degli altri.

"Quasi più un saggio critico che un racconto…"
   

Questo suo Dylan, fondato sugli stereotipi, rappresenta tuttavia una sorta di “viaggio” alle fonti, di ricerca degli archetipi. Ma al termine di questo “viaggio”, Faraci pare dirci che il tentativo è fallito; o quanto meno non è riuscito del tutto. Il tempo e la serialità hanno aggredito la struttura narrativa del personaggio, banalizzandone i contenuti: la continua, ossessiva ripetizione dei topoi ha portato all’erosione della loro capacità di impatto sul lettore. Anche perché lo schema portante del personaggio e della serie è semplice: in ultima analisi tutto è riconducibile alla capacità di amare l’altro-da-sè, condita da tic e accorgimenti narrativi che forniscono il necessario armamentario per costruire la personalità sopra al personaggio. Dopo quindici anni e oltre duecento storie è diventato sempre più difficile avere qualcosa da dire a partire da così poco (dove, chiaramente, poco si intende in senso meramente quantitativo).

"In sede di sceneggiatura c’è un eccesso di citazioni e un reiterato uso degli stereotipi della serie, che eccede le finalità del soggetto"
   
Accade allo stesso Faraci che si trova nell’impossibilità di sfuggire agli stereotipi. La brillante intuizione/riflessione alla base del soggetto – il vero soggetto della storia – è comunque insufficiente a sorreggere fino in fondo una sceneggiatura che poggia su troppi luoghi comuni ed è corredata di dialoghi e descrizioni scontati (dall’arrivo dei nuovi detenuti in carcere, ai vari pestaggi tra detenuti e tra secondini e detenuti, dallo scontro verbale tra Dylan e Salomon Luger alle reiterate citazioni dal film “Le ali della libertà” ecc.).

Troppo lo spazio da riempire e questo costringe Faraci ad annacquare il soggetto fondante: le duecentotrentasei pagine del volume risentono dell’ambientazione in uno spazio claustrofobico soprattutto dal punto di vista narrativo; il carcere è tra i luoghi (narrativi) privilegiati dell’immaginario dei nostri tempi, e la mente del lettore è già affollata di immagini troppo simili a quelle propostegli qui, tende a divagare e distrarsi; in poche parole il lettore finisce per annoiarsi.

Né la sceneggiatura riceve un grande aiuto da Corrado Roi. Maestro del chiaroscuro, evocatore di atmosfere rarefatte e magiche, Roi si trova in difficoltà con una storia che avrebbe probabilmente tratto giovamento da un disegno meno elegante ed artistico e più di nerbo. Manca anche di convinzione questa prova dell’artista: il suo tratto è sovente troppo sfarinato, troppo in punta di matita invece che graffiato, fino a farsi labile da nebbioso, impalpabile e fascinatorio qual è in genere. Molti, per questi motivi, i volti incerti, anche dello stesso Dylan, che vengono pertanto a perdere espressività.

"Un Roi scarsamente evocativo…"
   
Non mancano certo le sequenze di grande effetto né tavole o vignette dove risalta la sua abilità nel raccontare sensazioni e momenti tanto sottili e allusivi da parere inconoscibili (l’elegante mondo onirico di Roger Stipe, la vignettona di pag.97, molte vedute della prigione, gli incubi di Dylan).

Ciò che è mancato è la grazia estenuata, languida, che vena il modo di narrare di Corrado Roi. Le figure appaiono rozze (rozze per lo standard dell’artista, sia chiaro!), molti primi piani non lasciano l’impressione che dietro i volti disegnati vi siano emozioni, una storia da raccontare (a titolo di esempio: Darsell a pag.7; Kitson alle pagg.14-15, 30, 61; Bloch nella prima e nell’ultima vignetta di pag.26, a pag.150, 193-194; Dylan a pag.27, 77 o quello “paperinesco” a pag.75; Luger a pag.31, 55-56, 71, 138, 140, 171, 181; Vincent Quarry; Brood praticamente sempre). Anche le inquadrature di volta in volta scelte da Roi sono generalmente convenzionali e smorzano la tensione della storia invece di darle vigore.

Nonostante le ombre evidenziate, Tito Faraci mostra di avere qualcosa da dire su Dylan Dog e di avere voglia di farlo. Il vero e proprio lavoro di analisi che compie con questa storia testimonia la sua padronanza della grammatica del personaggio, mentre un albo come lo speciale di quest’anno mostra la capacità di adattarsi al suo mondo apportandovi il proprio contributo.

Vedi anche la scheda della storia.
 

 


 
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