uBC (3k) Le etichette delle camicie
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LE ETICHETTE DELLE CAMICIE
romanzo di Tiziano Sclavi
(157 pp.) Lire 22.000
Giunti Editore   1996

Due parole in principio. Terminata la lettura dell'ultima fatica extrafumettistica del prolifico Tiziano una domanda si fa strada: siamo qui nel campo della aristotelica mimesi (l'arte che imita la natura) o si scivola piuttosto nel paradosso di Oscar Wilde, secondo cui "la vita imita l'arte"? Insomma, che cos'è questo "Le etichette delle camicie"?

Copertina (6k)
(c)1996 Giunti Editore
Un romanzo in cui tutte le cose e persone NON sono rigorosamente casuali? Una sorta di autobiografia romanzata? Un saggio poetico sull'anarchia dei fumettisti? Uno spaccato di vita dell'editrice di Via Buonarroti? Oppure tutto questo messo insieme e altro ancora? Cercare di sviscerare questi dubbi al termine della lettura è spontaneo e legittimo, ma a conti fatti lascia il tempo che trova. Forse "Le etichette delle camicie" è solo un divertito rito catartico, il parto lungo (come una vita), faticoso (come la vita) e ironico (come certe vite) di un autore che cerca di scrollarsi di dosso gli incubi e le angosce. Un parto lungo una vita, dicevamo, come ben esprimono le date di stesura del libro, che Sclavi volontariamente infila alla fine del testo proprio per regalare una chiave di lettura. Gennaio-Luglio 1995: e fin qui nulla di strano, sono i mesi della stesura. Ma la riga sotto, tra parentesi: Aprile 1953-Luglio 1995. Cioè tutta la vita, visto che aprile '53 è la data di nascita di Sclavi. Un'impresa non da poco: sia raccontare la vita, sia scrollarsi di dosso gli incubi. Come ben illustrano le biografie dei più grandi raccontatori dell'angoscia: Poe, Lovecraft, Kafka, solo per citar tre nomi qualsiasi. Sclavi ne aveva un evidente bisogno e ci prova, prima di tutto staccando la spina da un figlio troppo ingombrante (il famoso "anno sabbatico", lontano da Dylan Dog) e ne approffitta per tentare una letteraria liberazione con questo lungo dialogo a più voci, quasi un testo teatrale. Pressochè privo di descrizioni, pressochè privo di ambienti esterni, pressoché privo di un protagonista dominante. Un lungo chiacchiriccio polifonico e policentrico. Anche a conoscere sommariamente la vita di Sclavi e il suo ambiente, non si può resistere alla tentazione di giocare a "Indovina chi?". Tommaso (Tom) Carta è Tiziano (Tiz) Sclavi, o meglio un pezzo di Sclavi; Cohan, forse, è sempre Sclavi, o meglio un altro pezzo di Sclavi, Mauro è Mauro Marcheselli, Ravasciò è Bonelli, Cesare è Decio Canzio, Renato è Renato Queirolo. Castelli è Castelli, l'unico chiamato col suo vero nome, probabilmente poiché (parole di Sclavi) "è il più sano del nostro giro di fumettari. Cioè, pazzo come un cavallo, ma un pazzo sano". E chissà se Sclavi ha davvero una colf come la signora Addolorata, e chissà se Sclavi compra davvero i libri alla libreria Milano Libri di Via Verdi, e chissà... Ci tocca restare nel dubbio, almeno finché un fortunato e temerario uomo di buona volontà costringerà Tiziano a un confronto serrato con i dettagli di questo romanzo, o fino a quando Sclavi stesso non darà alle stampe una vera autobiografia. E il dubbio ha più di una ragione di esistere, in ogni caso, dal momento che sempre di narrativa si tratta e non di saggistica, e in quanto Sclavi narra è legittimo aspettarsi che si ispiri alla vita (anche alla sua e a quelle dei suoi conoscenti), senza raccontarla pedissequamente, e prendendosi tutte le licenze fantastiche che servono a far funzionare un romanzo.

Tra Eric Rohmer e Woody Allen. <<"Ha spento gli incubi per accendere i sogni". Tra Eric Rohmer e Woody Allen una commedia romantica ridente e fuggitiva">>. Questo hanno scritto i tipi di Giunti sulla quarta di copertina (bella, tra l'altro, dipinta come un piccolo quadretto ad olio): sarà vero? In effetti è proprio così, è vero, è una graziosissima e verbosissima commedia, i cui ininterrrotti dialoghi parlano di vita e d'amore, le uniche magie capaci di dissovere gli incubi. Gli esempi cinematografici citati sono azzeccatissimi e sicuramente ben presenti nella prosa di Sclavi, fresca, parlata e antiletteraria, lontana dal linguaggio artefatto e fintamente gergale di certi profeti dei ggiovani in voga oggidì (Brizzi per tutti). Di che ci parla Sclavi? Di Tommaso, prima di tutto, fumettaro della casa Editrice Ravasciò, alle prese con tassisti leghisti, col governo Berlusconi, con la Signora Addolorata, solerte colf che dice supermarco per supermarket e mestulazioni per mestruazioni, con una storia del suo fumetto che non riesce più ad andare avanti, con tic e angoscie metropolitane mica da ridere (ha paura che il condizionatore gli cada sulla testa, ha attacchi bulimici in cui ingurgita e vomita kili di porcherie e si giustifica pure "E' un problema di digestione..."). E ancora alle prese, vanamente, con la ricerca di un essere umano che possa riscattarlo da quello stare "Così, medio..." con cui risponde quasi sempre a chi gli chiede come va, e che forse trova per sbaglio in Linda, solo che cercarsi e trovarsi non è poi così semplice. Parla anche di Mauro, che forse non andrà mai a vedere gli incubi dell'ultimo Nightmare, perché ha trovato la sua Vita, che è affetto da un'esilerante Sindrome Scottex, che combatte (a suo modo) per un'Italia migliore in cui si abolisca la parola tè scritta the, ché quello è l'articolo inglese "doeu". E ancora di Cohan, scrittore di successo la cui vena creativa è disseccata, che galleggia in una crisi di misantropia e nichilismo, che riceve una sua fan, Lucia, pensa "è un cesso" mentre già si sta innamorando di lei. E poi, di una quarta storia, una coppia anonima, lui-lei, un lungo dialogo imbarazzato e tenero da primo appuntamento, il 12 febbraio alla trattoria "da Armando" in Via Marghera che incornicia le altre storie e che sembra copiare battute ora a Tommaso ora a Cohan, ora a Mauro. E invece è in corsivo, come i discorsi diretti, come a dirci che questo è stato il vero dialogo, che è stato lui a prestare battute ai dialoghi di carta di Tommaso, di Cohan, di Mauro.

Striscia (15k)
(c)1988 SBE

Due parole in conclusione.. A me capita talvolta, non so a voi: ci sono certi film, certi libri, certe canzoni, certi fumetti che sanno sprigionare benessere. Ti fanno stare bene, ma proprio bene, non perché siano artisticamente eccelsi, non perché siano originali e innovativi, ma solo perché sanno sintonizzarsi sulle nostre medesime onde emotive, e sanno creare armonia. Ecco, "Le etichette delle camicie" mi ha fatto sentire bene, intrinsecamente bene. Sensazione personalissima e del tutto opinabile, non c'è dubbio. Ma se vi piace la vita e chi ne sa parlare con autoironia disillusa, ma non disperata, se vi piacciono personaggi strani ma non troppo (non più di ognuno di noi), se vi piace sentire parlare senza melassa di quel momento delicato e tremendo che è l'innamoramento dei primi appuntamenti (tutt'altra cosa dall'amore), allora date un occhio a questo lavoro di Sclavi. Se in in libro cercate colpi di scena, azione, personaggi perfetti e cromati, allora statene alla larga. Perché in fin dei conti qui non succende niente, come nella vita. Niente se non amore, depressione, discorsi, attimi di speranza e di terrore, paranoie. Proprio come nella vita. Beh, un altro ottimo motivo per darci un occhiata c'è: perché Sclavi ha staccato la spina da DyD? Cosa pensa Castelli del mangiare a casa da soli? Contro quale marca di acqua si batte Bonelli? Che dice Renato (Queirolo) a proposito della "coppia primordiale"? Scheggie impazzite del mondofumetto si agitano su queste pagine e se vi interessa conoscerle un po' di più è un'altra buona ragione per leggerle. Senza la presunzione di sapere le vere verità, trattandosi di romanzo... Ah, e gli incubi che hanno reso celebre Sclavi, sono davvero finiti in un angoletto buio? Chi voleva altri "Sogni di Sangue" deve restare alla larga? Beh, non preoccupatevi: dire che Tiziano ha "spento gli incubi" è un tantino eccesivo. Non sono forse incubi ad occhi aperti l'ossessione di un enorme condizionatore a muro pronto a cascarci in testa, la breve divagazione sul disegnatore autojettatorio (se pensa che qualcosa sta andando bene, comincerà necessariamente ad andar male), Tommaso che pensa di sè "Sono io, sono deforme, non ho nemmeno il diritto di essere disperato come la gente normale", o soprattutto il racconto, quasi un apocrifo kafkiano, di un gabinetto non autorizzato che diventa un terribile incubo burocratico-condominiale. Per tacer del terrore puro della prima telefonata alla ragazza di cui siamo innamorati...

Appendice: "Le frasi storiche". Il pepe del libro: le famose "frasi storiche" di cui Sclavi ha farcito Dylan Dog. La passione per l'aforisma qui rifulge ai massimi livelli, nei dialoghi di persone impegnate a colpire l'altro/a con amenità il più possibile originali. Ne volete qualcuna: Cohan e Lucia, dialogo: "Scrivo stupidaggini perché non voglio lasciare un segno, voglio essere dimenticato" "Ma allora perché NON scrivi e basta?" "Beh, non così TANTO dimenticato!". Dal dialogo al ristorante, l'anonimo lui: "L'umanità si divide in autorità e non-autorità. Le autorità sono tutti. La non autorità sono io.". E soprattutto la frase-totem del libro e del percorso rigenerativo di Sclavi/Tommaso/Cohan :"Ci vuole tutta la vita per vivere. O anche: ci si mette tutta la vita per imparare a vivere. Si può dire in tutt'e due i modi". E come si fa a non essere d'accordo...


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