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Virtualmente, un incubo
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Non posso credere che la Sergio Bonelli Editore, nella persona di Giuseppe De Nardo, abbia voluto proporre un tema già trattato in decine di altri romanzi, fumetti, film e telefilm. Eppure è successo. Dylan Dog, personaggio nato nel segno di una dirompente carica innovativa, oggi arriva buon ultimo, e non dice proprio niente di nuovo. Il lettore sveglio può subodorare l'intera sostanza della storia, ampiamente risaputa, già da pag.44 (dodicesima tavola del fumetto), quando fanno capolino le parole "realtà virtuale"; io l'ho capito a pag.60, quando si dice che "qualcosa non quadra". Beh, sempre meglio di Dylan, che ci arriva solo a pag.85... un po' troppo tardi, in verità. Probabilmente Dylan ha dimenticato di aver letto romanzi come "Episodio temporale" ('Flow, my tears', the policeman said) o "Utopia andata e ritorno" (The unteleported man) di Philip K. Dick, oppure "Marziani andate a casa" (Martians, go home!) di Fredric Brown. Romanzi che trattano di temi tipici della fantascienza: la percezione della realtà e il solipsismo, qui ripresi da De Nardo in una salsa leggermente diversa e "modernizzata", ma senza aggiungere niente a quanto già detto da Dick, Brown e altri, risultando quindi facilmente prevedibile.
L'avventura nella realtà virtuale offre (ahinoi!) lo spunto per una moraleggiante parabola antirazzista, ovviamente nel nome della solita retorica buonista che vede la radice di tutti i mali del mondo nel maschio bianco occidentale e borghese. Alla fine Drummond entra nella simulazione, e lo società si ribalta portando al potere i negri. Sembra un bel colpo di scena, ma si tratta solo di un innocuo scherzo: è ovvio, i negri non possono essere cattivi, ci mancherebbe! E' un peccato che De Nardo sia così povero di idee (e qui evito di fare facile ironia sul titolo della storia), perché come sceneggiatore se la cava bene, e riesce a non annoiare il lettore, anche con un soggetto pedissequo come questo. La storia fila liscia, i dialoghi sono spesso incisivi e ricchi di verve, con la tipica ironia che è il marchio di fabbrica di Sclavi. Anche se poco presente, Groucho si ritaglia un piccolo spazio sufficiente a sparare una raffica delle sue tipiche battute, dimostrando di essere in piena forma, e la simpatica Lola è un personaggio tratteggiato con efficacia. Bene così, ma è opportuno che De Nardo si metta a cercare qualche buona idea, per il futuro.
Troppe sono le vignette piatte, prive di sfondo, imprecise, scarsamente rifinite con pochi tratti e un'ombreggiatura abbozzata. Il clone svolge il suo compitino con lo stesso spirito dello studente universitario che si presenta all'esame sperando di prendere 18. In sintesi, una prova deludente di un Piccatto svogliato. Per fortuna, la bella copertina doppia di Stano non racchiude solo un fumetto che spreca l'ottima carta su cui è stampato, ma anche un'istruttiva e interessante sezione redazionale. Oltre alla consueta rassegna sull'Annata Horror in carta stampata e in celluloide, troviamo un articolo sui maestri della narrativa di genere "ghost story", uno sul regista-culto John Carpenter e uno sui cosiddetti "mad doctors".
Quest'ultimo saggio è stato oggetto di un curioso episodio, come racconta Sergio Bonelli nell'introduzione: per errore sono state scritte, e poi tagliate, due pagine in più su Virus, il fumetto anni '40 di Pedrocchi&Molino. Non sarebbe stato meglio tagliare piuttosto la gigantesca illustrazione dal film "Opera"? E' anche strano che non siano state spese due parole sui mad doctors made in Bonelli, ovvero Xabaras e Hellingen.
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