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" Sul filo dei ricordi"

TESTI
Pasquale Ruju
DISEGNI
Giovanni Freghieri

Esplosione in technicolor

Pagine correlate:

Volevamo stupirvi con effetti speciali... Il risultato?

Una prova incolore
recensione di Oscar Tamburis

Ogni storia abbisogna dei suoi colori.
Delle sue ombre e delle sue luci.
Di attraversare a volo radente le infinite sfumature di cui si compone la gamma dei colori che l'occhio umano è in grado di percepire, cavalcando le infinitesimali lunghezze d'onda che la tavola riflette, strappandole al bianco che ne sancisce l'iniziale e superba olocromia.

O magari abbisogna di una manicheistica contrapposizione tra bianchi e neri, gli uni contro gli altri armati, accostati, amalgamati, eppure singolarmente, puntualmente discernibili.

La forza (nonché il tallone d'Achille) di questa storia, in buona sostanza, risiede qui. L'elargizione "una tantum" del colore, presentata al lettore quasi come un "furto" ai danni di non meglio specificate sfere superne, è ben lungi in questo caso dal paragonarsi al sacro fuoco rubato agli dei da Prometeo.
Una confezione elegante e di sicuro richiamo per un prodotto di levatura mediocre, un po' come accade a non pochi pseudo-kolossal hollywoodiani. Uno spunto carino, bruciato nell'arco di una manciata di vignette, nelle prime pagine, quindi l'esaurimento della spinta propulsiva.

"Il pur interessante leitmotiv della memoria a breve termine viene gestito con troppa leggerezza"    

Ciò che rimane è un pervasivo senso di lentezza, che accompagna lo svolgersi della vicenda su binari in fondo abbastanza oliati (da intendere nel senso di già spesse volte battuti); la successione delle fermate segue uno schema privo di particolari varianti, salvo addentrarsi in una (poco) inaspettata diramazione nella parte finale, allo scopo di salvaguardare l'anularità del percorso, anche al costo di forzare alcuni cambi (o di ignorare altrettanti semafori), riportando il lettore esattamente al punto iniziale, entro il limite delle 94 pagine. Un percorso, ovviamente, alieno da qualsiasi nodo di congiunzione con l'esterno, come a dire che la continuity non rientra nel programma di viaggio del conducente.

Il pur interessante leitmotiv della memoria a breve termine viene gestito con troppa leggerezza; la sequenza al ristorante tra Dylan ed Eva, così come l'espediente dei taccuini (o dei post-it e del registratore digitale) svolgono solo una mera funzione di descrizione di una situazione che però non viene mai realmente approfondita.
La frustrazione infinita di una vita da recuperare continuamente, il disagio dovuto alla perdita dell'identità propria e di chi sta intorno, sono soltanto alcuni degli aspetti di un incubo così viscerale, così intimo e radicato da annichilire una persona altrimenti "normale".

Un circolo vizioso, vischioso, purtroppo eterno, sul quale però Ruju getta una bella passata di spugna per imbastire un meccanismo classico del tipo "ne rimarrà solo uno".
La stesura dei testi è inoltre costellata (come mai prima d'ora Ruju aveva fatto) da espressioni e situazioni tipicamente "chiaverottiane" (si vedano ad esempio le riflessioni di fine giornata di Matt Towland, nella sequenza delle pag.35-38, i promemoria ultrasofisticati di Orson Dust a pag.46, o il modo lapalissianamente lombrosiano in cui viene rappresentato il killer Andrew Scarfield), e tra l'altro non è neanche esente da lievi incongruenze nella parte finale - dove compare ad arte anche l'elemento paranormale; sulla necessità narrativa "uroborica" si è però già detto: qui il serpente si morde la coda e si fa semplicemente male.

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Una rara rottura della "gabbia" bonelliana
disegni di Giovanni Freghieri
(c) 2005 SBE
   
 
I disegni, questi disegni di Freghieri non abbisognavano di colori. La cosa salta immediatamente all'occhio anche solo facendo un confronto con la sua ultima prova sulla serie regolare (risalente ad appena due numeri fa). Il sostanziale ricorso alle campiture priva le singole vignette di quasi ogni sorta di dinamismo, essendo tra l'altro aiutato in ciò da una strutturazione delle tavole abbastanza lineare, al più caratterizzata da una certa preferenza per una suddivisione in sei vignette verticali (come a pag.23, dove la terza e l'ultima vignetta spezzano la sequenza di campi lunghi, o a pag.94, in cui la successione delle inquadrature obbedisce a due momenti contrapposti di allontanamento e successivo avvicinamento del soggetto).
Ed è proprio quest'ultima tavola, assieme a quelle delle pag.80 e 84, a dimostrare come l'uso del colore avrebbe non poco giovato qualora si fosse accompagnato ad una più decisa volontà di infrangere i limiti della "gabbia" bonelliana (così come testimoniano le prove d'esordio di Freghieri sulla testata: basti pensare ai n.40 e 54)
In questo caso, purtroppo, tre tavole su 94 non bastano a migliorare la valutazione in sede di giudizio.

Se è dunque vero che ogni storia abbisogna dei suoi colori, in una storia quale questa la sottile linea di demarcazione tra il bianco e il nero avrebbe avuto facilmente ragione di un monumentale quanto traballante castello di cromie solo ordinatamente giustapposte.

Vedere anche la scheda della storia
 

 


 
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