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" Il tocco del diavolo"


Pagine correlate:

Diavoli angelici assieme ad angeli infernali (e che nessuno citi Dan Brown, please).
Un Dylan Dog fragile ago di una ancor più fragile bilancia, costretto, come forse mai prima d'ora, a confrontarsi con se stesso!

Polvere e Cenere. . .
recensione di Oscar Tamburis

...ovvero ciò che si cela dietro i nomi dei due protagonisti di questa storia...
...ovvero tutto ciò che rimane dopo aver assaporato l’amaro calice di una “condanna a vagare sulla Terra per l’eternità, con l’obbligo di non interferire, costretti ad agire in senso contrario alla propria natura, e immortali”...
...ovvero quanto sembra rimanere, da un certo punto di vista, dei caratteri e del mondo dell’Indagatore dell'Incubo.

Prima domanda: La storia ha un inizio ed una fine?
Risposta: No. La struttura dell’albo è concepita in modo da presentare un’apparente sequenza del tipo “Prologo – Svolgimento – Epilogo”, mentre in realtà la sensazione dominante (che si protrae lungo tutto l’arco narrativo) è che il lettore sia chiamato in causa in medias res, e da qui immediatamente incalzato con un ritmo al cardiopalma che, pur aumentando il senso di “densità” della storia, non riesce comunque ad indulgere su alcune discrepanze in termini di sceneggiatura, dialoghi in alcuni casi talmente serrati (cfr. ad es. pag.56) che richiedono più di una rilettura, alterando così un’immediata comprensione del tessuto connettivo nel suo insieme.

La “vera” storia inizia chissà dove e chissà quando, proseguendo in maniera (forse volutamente) affannata attraverso la ricostruzione degli eventi precedenti, fino alla sua naturale conclusione, a pag.57.
Nelle restanti pagine va in scena un’ulteriore ricostruzione degli stessi eventi, stavolta secondo una prospettiva “laterale”, che di necessità si incanala nelle pagine finali dando origine a ciò che, a prima vista, appare come un classico “finale aperto” (o forse più propriamente tronco, spezzato, amputato).

Nota: La Barbato non è nuova all’utilizzo di un’architettura del genere: esempio analogo è da ricercarsi nel n.189, laddove però la presenza di un poderoso “spiegone” finale – caratteristica ricorrente nella prima fase produttiva dell’autrice – presenta quantomeno il merito di stabilizzare il binario della narrazione entro una conclusione tutto sommato “ad effetto”, ma in definitiva compiuta.

Seconda domanda: E’ ancora possibile parlare della cosiddetta “Triangolazione della Barbato” (cfr. l’omonimo articolo)?
Risposta: In linea di massima sì. La nuova variazione introdotta in questo albo è però la presenza di un doppio duello: il primo è a cavallo della pagina 50 (quindi perfettamente a metà albo) ed il secondo a fine albo.

Nel primo scontro abbiamo Dylan-Bello, Dust-Brutto e Ash-Cattivo. Il bello ed il brutto sconfiggono il cattivo. Nel secondo si aggiunge Leslie-Brutta (che va a rafforzare non solo Dylan), ma compare anche un Ash che da Cattivo si trasforma in un alleato del Bello, contro un Dust che invece da Brutto si è convertito a Cattivo.

La domanda quindi è: l’autrice ha questa volta volutamente aggrovigliato lo schema della triangolazione (perché, consciamente oppure inconsciamente, è indubbio che l'abbia fatto), oppure è nuovamente un caso? E' intanto da notare che la copertina (che richiama una vignetta dell'albo) ripropone esattamente la scena del duello. Cambia insomma ancora la caratterizzazione dei personaggi, ma resta comunque "il duello" quella costante narrativa che per Paola Barbato rappresenta il culmine della narrazione in una storia di Dylan.

Terza domanda: Ash e Dust sono semplicemente le due facce di una stessa medaglia?
Risposta: No. O almeno appaiono tali solo se considerati, iconograficamente parlando, in maniera “assoluta”.
Una medaglia che finalmente si spezza all’atto del confronto con l’Uomo che, in quanto essere cacciato dall’Eden (come l’uno) ed incapace da sé di redimersi dal Male (come l’altro), è in grado di incarnare compiutamente la loro torbida ambivalenza e così dimostrare, in virtù del libero arbitrio, l’originale superiorità della propria natura rispetto alla loro.

Dust è la polvere che deriva dalla consunzione, Ash è la cenere vomitata dalle fiamme.

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Comunione d'anime tra Dust e Ash
di Fabio Celoni (c) SBE 2005
   
 
Dust, come polvere, trascina la propria illimitata esistenza nella speranza di trovare un ordine, un ipotetico iniziale meccanismo di causa–effetto all’interno di un sistema (il reale) che non può interpretare. Il suo aspetto ed il suo atteggiamento sono gli elementi principali di cui si serve per mettere alla prova chi ha dinanzi (compreso Dylan), nel recondito desiderio di comprendere.
Un desiderio corrottosi nel tempo, innervatosi lungo una spirale di autoreferenzialità, ed arenatosi infine nell’impossibile sillogismo di un comprendere PER il comprendere.
Un infinito e logorante gioco di rimandi. Logorante, appunto. Fino all’estremo disfacimento. Fino alla polvere.

Ash, come cenere, ha dalla sua l’apparente lucentezza di ciò che, per un attimo, sopravvive all’abbraccio del fuoco. L’apparente grazia di un aspetto androgino che racchiude il veleno del serpente, contrapposta alla rude ma più sincera trasandatezza del suo “duale”. L’apparente conoscenza del reale e degli uomini, propria di chi ha abitato una dimensione a questa inferiore, prendendola così come immediata e necessaria coordinata di riferimento.
Ash appare l’opposto di ciò che Dust è, ed è per questo che anche la loro comunione d’anime nel finale non ha l’effetto di bilanciare le loro due nature, quanto invece di acuirne il divario.
Non era nella natura di Dust comprendere.
Non è nella natura di Ash capire.

Quarta domanda: A cosa è realmente predestinato Dylan Dog?
Risposta: La Barbato si è introdotta nel meccanismo logoro dylaniano con un ingranaggio forse volutamente diverso dagli altri e quindi potenzialmente (ma non necessariamente) distruttivo, vale a dire la (possibile? probabile?) progettazione di una continuity semi-serrata per Dylan Dog, attraverso l'introduzione e il ritorno di alcuni personaggi, e anche attraverso una certa evoluzione caratteriale che è effettivamente uno snaturare il personaggio.
La si può anche vedere come una cosa positiva, tutto sommato.
Ci aveva provato anche Ruju, ma con minore spessore narrativo, e la cosa si è esaurita in due-tre storie collegate e amen (n.141, n.184, Maxi 4c, tanto per fare alcuni esempi).

Volendo partire da più lontano, il successo di Dylan è stato dovuto prevalentemente al fatto che egli incarnava tutta una quantità di ansie giovanili tipiche della seconda metà degli anni ‘80. Vegetariano, salutista, animalista, un conflitto ansioso e irrisolto con le donne; idealismo di quegli anni, rifiuto del dramma (culturale, dopo gli anni ‘70 in Italia) in favore dell'ironia. Piaceva semplicemente perché incarnava quello che molti avrebbero voluto essere, era semplicemente lo specchio di una visione sociale ancora non realizzata, slegata da un modello morale e sociale che appariva "vecchio".
Tiziano Sclavi è stato soltanto il "tramite" di una generazione, ha incanalato tutte le aspettative dell'epoca, come peraltro analizza brillantemente Medda ne "I figli della notte" (NN 38), dove il cantante Tadeusz è esattamente Sclavi, nella sua ascesa e nel suo declino.

Sclavi ha poi tentato di "rimodulare" Dylan con i tempi, che però sono cambiati più velocemente di lui. Negli anni '90 Dylan non è più stato "altro" dal lettore, ma è diventato icona della contestazione, in quanto incarnazione non più di un idealismo teorico, ma di stili di vita concreti e non accettati da tutto il panorama giovanile. Anzi, la dicotomia tra due diversi modi ("impegnato" e "leggero") di vivere la gioventù ha fatto sì che Sclavi si perdesse nella rimodulazione del personaggio, abbandonando quello che di nuovo Dylan aveva apportato a livello culturale e toccando invece temi sociali, politici e sconfinando in una retorica che ovviamente non funzionava più.

Palese conseguenza di ciò è stato il fatto che Dylan, da un certo punto in poi, ha (necessariamente) iniziato a campare di rendita, ritrovandosi per certi versi arroccato su uno stereotipo di avventura horroreggiante che però non aveva più niente di realmente innovativo. Medda ha fatto probabilmente il miglior Dylan del periodo, perché aveva cose da dire nonostante il personaggio, che nel suo caso ha recuperato il ruolo di "spettatore" di vicende non sue.

L'extrema ratio della Barbato, perpetrata attraverso il già citato tentativo di dare a Dylan una struttura nuova, più legata alla continuity e più personale nell'evoluzione caratteriale, sancisce definitivamente l'umanizzazione di Dylan, togliendolo dal limbo ideale in cui è rimasto per un decennio a rappresentare uno stereotipo che non esisteva più; una prospettiva complementare del medesimo fenomeno si manifesta d'altronde anche nell'intenzione di attribuire, probabilmente in un futuro neanche troppo remoto, un passato a Groucho (anche qui, citazione en passant nell'albo di una situazione ancora irrisolta).
Il fatto che Groucho non si chiami davvero Groucho, per esempio, è una novità barbatesca, ma con ogni probabilità avallata da Sclavi, che già dal n.121 aveva tentato di accennare al fatto che Groucho si "travestisse" da Groucho Marx, cosa che in tutti gli albi precedenti era parsa assolutamente normale e di cui non si era mai sentito il bisogno di dare una spiegazione (sebbene in realtà anche in "Marionette" [Gigante 3a] il burattinaio Stromboli, chiamando Groucho con il nome di Julius – che era poi il vero nome di Groucho Marx – lo faccia cadere, anche se leggermente, in una sorta di crisi di identità).

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Verità taciute
di Fabio Celoni (c) SBE 2005
   
 
Tornando alla storia, le due sequenze di pag.32 e 46-47 mettono a nudo, in assoluto per la prima volta, quanto di più “umano” vi sia nel “personaggio” Dylan. Un fiume in piena di considerazioni che sono andate naturalmente consolidandosi nel corso degli anni nell’immaginario di ogni lettore, assurte (e da qui contemplate) quale imprescindibile background di DYLAN IN QUANTO DYLAN, e null’altro. Verità nascoste, verità taciute, ben lungi quindi da un qualsiasi imperativo kantiano di chiarezza.
È quindi a questo proposito significativo che ad evidenziare tale necessità (ma lo era poi davvero?) sia stata un’autrice con un passato da lettrice che, una volta passata dall’altra parte della “barricata”, ha sostanzialmente operato un’evoluzione di questo modus interpretativo, basato su una non meglio specificata necessità di restituire Dylan (sia esso icona, uomo o personaggio) ad una dimensione soggettivamente più reale.

Quello che esce quindi da questa storia è un personaggio stravolto, piegato nelle sue caratteristiche costitutive alle necessità di confessione pubblica dell'autrice. Sclavi usava le storie per farlo, per denudarsi, la Barbato fa uso del personaggio, dandogli in tal modo una dimensione umana che non aveva, e che lo banalizza, svuotandolo di significato simbolico.

Cenni conclusivi: Dylan Dog è nato e si è strutturato come specchio dei tempi, riflessione sui tempi, filtro dei tempi. La sua formula si è rivelata vincente per questo motivo, e naturalmente si tratta di una formula gravosa, perchè i tempi mutano, si evolvono, triturano i propri simboli. Quanto meno quelli che non sanno reinventarsi. Come accade a Dylan nelle mani della Barbato che, appunto, NON lo reinventa - che ciò sia conscio o meno - ma lo trasmuta, da simbolo in persona. L'attribuirgli un passato, a lui come - chissà - a Groucho, l'attribuirgli dei possibili futuri, una continuity, questo significa: trapassare dall'icona all'essere umano.
Vuol dire rinuncia all'universalità potenziale, all'interpretare lo spirito dei tempi. Questo Dylan Dog non solo è - programmaticamente - snaturato, ma è anche anacronistico: un qualunque antieroe, come tanti.
Come troppi.
La qual cosa non è che non vada bene in sè: non va bene per un personaggio con la storia di Dylan Dog (e a questo punto può sembrare doveroso aggiungere “chiunque esso sia, adesso”).

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Angeli e Demoni
di Fabio Celoni (c) SBE 2005
   
 
Note sui disegni: Da un diretto confronto con la sua precedente prova sulla serie regolare (nel n.197), salta direttamente all'occhio come Celoni abbia intrapreso la strada verso uno stile più personale, sebbene ancora non propriamente scevro da influenze esterne (si nota ad esempio un'ascendenza "venturiniana" nell'ultima vignetta di pag.12, o nella seconda vignetta di pag.39). Il suo è, purtroppo per questa storia, un tratto a volte più "sporcato" che "sporco". Se questo era l'intento iniziale, la caratterizzazione di Dust ne testimonia la riuscita.
Il resto ne esce invece quasi come "maltrattato", con un accostamento tra bianchi e neri dagli esiti altalenanti, ed una galleria di fisionomie non sempre coerenti tra loro (tra cui alcuni visi di Dylan e - molti - di Leslie).
Dall'altro lato, l'apparente androgina purezza di Ash spicca (e per fortuna!) come un pugno nell'occhio, permettendo all'autore di raggiungere i 4/7 della valutazione finale (ovviamente, unitamente ad una non celata ricerca dell'effetto e dell'inquadratura spettacolare: basti pensare alle pag.53, 72 ed 87).

E' quindi d'obbligo aspettarsi ulteriori passi in avanti verso una più compiuta maturazione stilistica.

Vedere anche la scheda della storia
 

 


 
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