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Ormai anche tra la bella e la bestia non si sa più chi sia l'una e chi sia l'altra…
Ciak, si uccide!
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Michele Medda continua la sua parabola dissacratoria sul mondo dei media; dopo aver preso di mira la televisione ne "La famiglia Milford" (n.203), chiaro omaggio alla famosissima "Famiglia Addams", ora dirige la sua attenzione al cinema ed al sofisticato bozzolo di luci ed ombre che gravita attorno ad esso. E come nella più classica tradizione della sceneggiata napoletana -tanto per rimanere in tema- in questa sede l'autore ripropone il sempreverde meccanismo sentimental-geometrico del "lui, lei, l'altro". Lui è Rick Samson, talentuoso quanto irruento attore di origine australiana, ben noto alle cronache per la sua bravura sul grande schermo così come per il suo focoso temperamento, convinto assertore della teoria della "bestia", secondo la quale l'attore deve scavare dentro di sé alla ricerca della propria animalità, al fine di connaturarsi con l'essenza del personaggio e raggiungere così l'apice dello spessore interpretativo. Lei è Julianne Labelle, truccatrice per la televisione e fidanzata di Lui, pronta come da copione a difendere e a giustificare a spada tratta le intemperanze del suo uomo, nel nome di quel "vero amore" in grado di esaltarne tutte le buone qualità, contrariamente a quanto appare invece al pubblico. L'altro è ovviamente Dylan Dog, che prima viene fotografato senza volerlo assieme a Julianne, e per questo deve difendersi dalla spropositata reazione di Rick (che tra l'altro gli sfascia mezzo maggiolino, dopo che questo aveva subito l'ennesima riparazione), e poi si cimenta nel ruolo del paladino che vuole salvare la bella dalla bestia, facendo però sino alla fine confusione su quale sia la vera identità della bestia.
La storia scorre via abbastanza piacevolmente, ben supportata da un soggetto nel quale vengono rielaborate in maniera originale alcune idee abbastanza "classiche", sebbene, come spesso accade, risultino meglio caratterizzati alcuni personaggi secondari rispetto ai componenti del triangolo principale; una fra tutte è la figura dell'agente di Rick, ovvero Kostas Stavros, perfetto esempio di quella combinazione di servilismo, cinismo e faccia tosta che è stata più volte portata sul grande schermo da attori come Joe Pesci (e che tra l'altro si presterebbe bene ad interpretare anche questo personaggio).
A tali questioni fa però da contraltare l'ultima sequenza, nella quale Medda si diverte come suo solito a dipingere le sorti dei suoi personaggi mescolando ironia e cinismo - e magari indulgendo un pò nel grottesco -, anche se in tono minore rispetto ad altri albi (basti pensare alle bellissime sequenze del n.154, "Il battito del tempo"). Un Medda un pò tirato via, volendo esprimere il tutto in poche battute, ma sempre capace di renderci una personale e credibile versione dell'Indagatore dell'Incubo, nonché autore di una tra le migliori performance di Groucho degli ultimi tempi, il quale si dimostra in questo albo davvero in buona forma pur nel limitato numero di vignette in cui è presente.
Casertano si conferma ancora come una delle colonne "storiche" della serie, ma il suo tratto appare stavolta un pò più spento rispetto ad altre sue precedenti prove. A farne le spese è spesso proprio il volto di Dylan, che a volte sembra assumere delle espressioni leggermente stranite (pag.22 seconda vignetta, o pag.24 ultima vignetta) o mostra un naso decisamente aquilino (pag.84 ultima vignetta). Sono invece rese abbastanza bene le espressioni di rabbia di Rick, anche se il personaggio forse meglio caratterizzato è ancora una volta quello di Kostas Stavros. Impressiona poi positivamente l'intera sequenza del finale del film "Uomini e topi" (pag.32-37), nella quale l'uso degli acquerelli conferisce particolare vigore ai personaggi ed alle ambientazioni. Una nota negativa va fatta, purtroppo, per la non sempre attenta cura degli sfondi (pag.22 prima vignetta, pag.57 ultima vignetta), cosa che impoverisce a volte la narrazione dando anche qui la sensazione di una storia poco "sentita". In definitiva una storia poco più che carina, ma che comunque si posiziona una spanna al di sopra del semplice "riempitivo". La bravura dell'autore sardo è indubbia, e dà origine ad azzeccate particolarizzazioni di alcuni tra i membri del cast (Stavros e Groucho su tutti). La copertina di Stano non brilla certo per ricchezza di particolari, ma il diverso uso delle tecniche (un tratto più definito per Dylan, un uso maggiore dei pennelli per la bestia) ben si presta a suggerire il contrasto tra i diversi piani di realtà, ricollegandosi così ad alcune delle atmosfere del racconto; per una volta, poi, la copertina riprende la medesima impostazione di una delle vignette dell'albo (per la precisione, la prima di pag.69). Un deciso progresso rispetto al numero precedente, nella speranza di veder migliorare il non eccelso trend degli ultimi tempi.
Vedere anche la scheda della storia
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