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" Il numero 200"

TESTI
Paola Barbato
DISEGNI
Bruno Brindisi

Arduo dilemma?

Pagine correlate:
Recensione 200

Un racconto che “normalizza” il passato, per una serie ripiegata sulla contemplazione del tempo che fu

Un ex rivoluzionario in doppiopetto
controrecensione di Vincenzo Oliva

Il numero 200 è una storia esente da pecche evidenti. Ed è del tutto inutile. Nulla aggiunge e nulla toglie al personaggio e alla serie.

Paola Barbato ha sicuramente compiuto il suo dovere, o più probabilmente il dovere che le è stato chiesto di compiere (e di certo lo ha eseguito al meglio date le condizioni), e abbiamo così un racconto che si fa specchio emblematico dello stato attuale della testata, del suo progressivo sfocarsi e decolorarsi - eccezion fatta per i guizzi personali degli autori, che ci sono, e Barbato per prima ne ha dato spesso esempio, ma hanno puro carattere incidentale. Dylan Dog è oggi privo di una cifra stilistica e ancor più ideale, di un filo coerente - narrativo e di pensiero - che proponga una sintesi di un modo di essere e sentire, come è certamente stato a cavallo degli anni ’80 e degli anni ‘90.

"Un albo che farà la gioia dei fan…"
   
L'albo contenterà sicuramente il palato dei fan, dei nostalgici, di coloro che amano rincorrere tra le pieghe di una serie lunga ormai migliaia di pagine le citazioni, i gadget, i particolari di colore. La storia è costruita con dolcezza e cura per loro, per i “feticisti” del personaggio. Ma è priva di nerbo.

L'orgia autocitazionistica si inscrive nella moda che ultimamente pare aver colpito soprattutto Martin Mystère, fuggito per questa tangente, ormai, come lo specialone Generazioni , non meno “inutile” di questo DD200 :-), ha ribadito bene.

A quasi diciassette anni dal suo esordio in edicola, Dylan Dog non aveva necessità di raccontarci analiticamente la storia del suo (a quanto pare blando) alcoolismo; il lettore sapeva che era parte della sua storia personale e tanto bastava, tanto serviva per fornire cifra narrativa e psicologica all'indagatore dell'incubo. Né vi era bisogno di fornire un retroterra alla malinconia di Bloch, splendido character di maniera. Generalmente amo l'umanizzazione dei personaggi, ma non di quelli strutturati come simboli ed effettivamente assurti a tali. E Dylan e Bloch (come anche Groucho, sperando che non venga mai narrata la storia delle sue tristi origini in una famiglia del proletariato operaio di Manchester o portuale di Liverpool) lo sono: il velo di malinconia dell’ispettore di Scotland Yard è la sua maschera umana di personaggio, dietro la quale non ha senso scoprire comuni squallori.

"Il numero 200 decostruisce i simboli Dylan e Bloch per farne due scialbe figure quotidiane"
   
Il voler necessariamente spiegare la "missione" di Bloch nei confronti di Dylan e il suo senso di paternità per lo spiantato detective ottiene l'effetto contrario di quello voluto: il disvelamento del mistero porta alla banalizzazione, alla normalizzazione del personaggio, ridotto a una dimensione quotidiana. Anche perché la strada scelta è tanto ovvia e infinitamente vista e rivista da imprimere un marchio decisivo di ordinarietà a una storia personale che si vorrebbe drammatica e coinvolgente. E’ uno Zanardi triste, bolso e inconcludente quello che recita la parte di Virgil Bloch, e riesce solo ad annoiare. Le espressioni di assoluta circostanza del "vecchio" e dell'"old boy" sono il miglior (peggior) sigillo.

(19k)
Devo proprio?
disegno di Bruno Brindisi (c) 2003 SBE

E' vero che troppo spesso i tre protagonisti sono, da anni, dei gusci vuoti, ma trovo che questa storia li svuoti ancora di più. Perché li celebra in modo piattamente agiografico. Sono tre santini: buoni (Dylan e Groucho), trasudanti compassione (ancora Dylan&Groucho e parzialmente Bloch) e dal passato sofferto (di Bloch e Dylan ci viene detto, di Groucho fortunatamente no). Ogni cosa è troppo scontata, da manuale di Dylan Dog (quello recente).

Generalmente, quando si parla di Dylan Dog e del suo “buonismo”, parte la bordata al bersaglio grosso: Johnny Freak ; ma il problema non è Johnny Freak, che a mio umilissimo parere resta il capolavoro perfetto del suo genere: il problema è la sindrome che ha scatenato, nel semicostante tentativo di ripetere una storia, in quanto perfetta, irripetibile. E questa mania ha progressivamente eroso il personaggio, perché indubbiamente è più facile clonare l'involucro di Johnny Freak che scavare nell'orrore quotidiano, mentale, come faceva Dylan Dog ai suoi inizi.

" Voler fondare retrospettivamente il fanciullesco, vitale, panico rapporto di Dylan Dog con le donne solo sul dolore della perdita di Lillie recide definitivamente ogni carattere eversivo e libertario che aveva caratterizzato la sua vita sessuale (…)"
   
Voler fondare retrospettivamente il fanciullesco, vitale, panico rapporto di Dylan Dog con le donne solo sul dolore della perdita di Lillie recide definitivamente ogni carattere eversivo e libertario che aveva caratterizzato la sua vita sessuale per riportarlo nei binari di una tranquillizzante correttezza politica ed emotiva. La ripetitività ossessiva del suo libertinaggio aveva già volto in macchietta questa caratteristica rivoluzionaria (per casa Bonelli), ora viene steso un velo soporifero. Questa assoluta centralità a posteriori toglie anche sapore alle principali storie d’amore di Dylan, in primis a quella con Lillie stessa - come narrata in Finché morte non vi separi della quale spezza il fragile equilibrio tra sogno e realtà – ed a quella “adulta” con Bree Daniels.

Bruno Brindisi si adegua, fornendo un lavoro corretto nella grammatica dei volti, degli sfondi, degli ambienti e di tavole traboccanti di memorabilia della serie, ma vuoto di brividi.
 

 


 
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