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" Lettere dall'Inferno"

TESTI
Pasquale Ruju
DISEGNI
Ugolino Cossu

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Cannibal, sì . . . ma un po’ all’acqua di rose
recensione flash di Vincenzo Oliva


Nonostante venga ritratto egregiamente da un Cossu in buona forma, Aaron Jethro, perno e motore di questo centosettantottesimo albo della serie regolare di Dylan Dog non riesce a decollare davvero come personaggio. Il folle santone resta fisso sulla carta, senza prendere vita, come sarebbe stato necessario per conferire adeguato spessore ad una storia che aveva buone carte di partenza.

Ruju evoca esplicitamente il parallelo con il dottor Lecter del celebre film “Il silenzio degli innocenti”, ma il suo Jethro non può usufruire delle straordinarie capacità recitative di un Anthony Hopkins in stato di grazia, che fornì del personaggio di Hannibal “the Cannibal” una lettura impressionante per l’impatto emotivo con il quale il suo formidabile istrionismo colpiva lo spettatore. Lecter/Hopkins era il Male: puro e lontano da ogni traccia di umanità; Jethro è solo un folle come tanti altri visti nei fumetti, nei film, nei libri e, purtroppo, anche nella vita reale. Da dove nasca la sua follia resta un mistero: a pag.91 Jethro stesso ci fornisce un resoconto storico del dove e come, ma nulla ci è dato sapere del perché più vero e profondo. Ma intendiamoci, non è una spiegazione meccanica a mancare al lettore (faccio quel che faccio perché a 9 anni mi è successo questo, questo e quest’altro ancora) - di quelle, anzi, troppo spesso soffrono gli albi bonelliani - ma la percezione che una motivazione esista, che vi sia qualcosa nel profondo della sua anima che spinge Aaron Jethro ad agire: quando Hannibal Lecter irrompe per la prima volta sulla scena lo spettatore non ha bisogno di sapere nulla, perché tutto ha già compreso da quella presenza capace di calamitare su di sé attenzione e pensieri: Lecter è il Male, e in esso trovano ragione e causa le sue azioni. Jethro è uno schermo oscurato, la sua anima è chiusa all’indagine conoscitiva del lettore. Forse perché al di là dell’inquietante presenza grafica con cui lo riveste Cossu (e Stano in copertina), il personaggio è effettivamente privo di sostanza; ovvero di presenza scenica. Ruju ce lo racconta con mestiere, ma con troppo poca passione.

Venendo a mancare nella sua figura “strategica”, l’albo perde per strada una parte consistente del suo fascino. Il soggetto si appiattisce in una rivisitazione di luoghi comuni su sette e santoni, e la sceneggiatura perde coesione, pur presentando pregevoli bozzetti nella caratterizzazione degli altri attori e comprimari. Groucho e Bloch sono ben delineati, così come una signora Trelkovski che tiene la scena con autorità e ironia. Perfino la “sciroccata” del mese (Geraldine, già vista in DD152 “Morte a domicilio”) tiene botta grazie ad una rappresentazione caricaturale ma non stucchevole.

Punto di forza del soggetto è però il finale, con un Dylan che, una volta tanto, deve smettere i panni del santo patrono della correttezza politica e piegarsi alle esigenze del reale, riuscendo anche a farsi perdonare il fatto che il finale è affrettato (e il trucchetto con cui Dylan sistema Jethro, banale e usurato).

Buono il lavoro di Cossu, che oltre all’eccellente interpretazione di Jethro di cui dicevo, ci mostra una carismatica Trelkovski (e d’effetto è la scena dell’esorcismo dove è protagonista principale, a fornire un contrasto affascinante con le tavole della sequenza del camionista, pulite, nette, che racchiudono in mezzo l’oscura scena a casa di Dylan).

Il disegnatore si produce qui e là (le donne a pag.6 e 28 ad esempio) nelle consuete anatomie rigide e volti fissi, ma la pulizia del tratto conferisce a tutta la storia una patina di fredda eleganza che rende più accettabile la relativa mancanza di pathos e sentimenti forti determinata dalla debolezza del personaggio di Jethro.

Vedi anche la scheda della storia.
 

 


 
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