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Alla sua quarta prova sulla serie regolare, Paola Barbato mostra tangibili segni di miglioramento e pare incamminarsi verso.... sarà la giusta direzione? Ai posteri l’ardua sentenza :-)
Il seme della follia
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Guardate l’ultima pagina. Affascinante. Evocativa. Ogni particolare è studiato con attenzione e cura estreme. L’architettura della tavola è costruita con amore, si direbbe; le vignette in successione armonica per catturare l’occhio, per lasciare un segno profondo nel lettore, coinvolgerlo ed ammaliarlo. Quell’ultima tavola riassume bene in sé senso e significato della storia; perché davvero è facile abbandonarsi alle emozioni immediate che l’albo trasmette, e alla seduzione del brivido. Nella storia (e nell’ultima tavola) c’è del buono e del meno buono. E c’è la speranza che la crescita dell’autrice, Paola Barbato, non si arresti qui.
Memorie dal sottosuolo è senza dubbio un racconto che si legge con piacere; l’autrice si affranca in parte dai verbosissimi balloons che avevano caratterizzato la sua scrittura, soffocante per il disegno ed eccessiva per l’occhio, così come dialoghi e descrizioni sono più agili. Tuttavia Barbato ha ancora molto da fare in questo senso: se una volta terminata la lettura si prende in mano l’albo e lo si sfoglia, lentamente ma senza soffermarsi, ci si rende conto di quanto sia ancora "pesante" il puro testo. La direzione intrapresa è quella giusta, ma non sempre l’autrice avrà a disposizione un Giampiero Casertano tanto in sintonia con la storia, i personaggi, le sensazioni e gli intenti del racconto, così da "coprire" all’occhio del lettore i difetti del testo. Testo cui, comunque, Barbato conferisce notevole spessore e solidità. I personaggi sono forti e vitali. Henna, sicuramente, che resta a lungo una figura ambigua e per questo affascinante. John Bannerman anche di più: ottimamente caratterizzato, debole e forte, infido: una figura laida, la cui facciata esteriore di simpatia è tratteggiata con cura e con mestiere sicuro. Meno riusciti i Pennycoat intesi come gruppo. Nelle intenzioni dell’autrice dovrebbero forse evocare il senso del Male, ma resta troppo evidente che in fondo si tratta di un gruppo di poveri pazzi, la cui follia è stata alimentata dalle infinite unioni tra consanguinei. Buoni per terrorizzare i sempliciotti del paesino avito, ma una volta entrati a far parte della società "reale" non possono che vivere una vita ai margini, tranne forse Egon, non a caso il ribelle. La scorrevolezza della sceneggiatura è invece merito del disegnatore. Casertano guida il lettore nei meandri del racconto, crea l’orrore che Barbato, a volte, si limita a descrivere pianamente, affogandolo nelle parole.
Si arriva così alla conclusione, nonostante 17 pagine di spiegazioni finali. E’ forse il maggior neo dell’albo. Non tanto il fatto in sé, ché i nodi del groviglio costruito dall’autrice andavano sciolti; ma l’aspetto meramente quantitativo. Il finale è veramente troppo lungo! Tante pagine - eccessive - dedicate al racconto di Henna-Donna; rispunta fuori, con maggiore evidenza, il tallone di Achille di questa autrice che per tanti versi sta dando un’impronta nuova e personale alla serie, ma alla quale sembra mancare completamente il dono della sintesi, così importante nel fumetto. E’ stato fatto notare che il consolatorio chiarirsi degli eventi viene compiuto da una bella ragazza e non dall’inevitabile "cattivo" con pistola spianata, ma questa è davvero l’unica nota positiva; persino l’ultima tavola, così affascinante dal punto di vista grafico, ripropone il cliché del finalino a sorpresa, così che una volta passato l’effetto della prima impressione visiva, non ci si può sottrarre al retrogusto un po’ amaro della cosa.
Per questa occasione, Giampiero Casertano ha mutato pelle. Anzi, ne ha indossata più d’una, alla ricerca e nell’elaborazione di un nuovo stile, esplorandone molti, cercando un personale punto di amalgama. Ed è certamente un merito che un artista di fama, con un tratto apprezzato e consolidato abbia voglia di rimettersi in gioco, di sperimentare. Come è naturale, non tutto é ancora al suo posto, e specie nella caratterizzazione di Dylan, Casertano denuncia diverse incertezze, come se fosse ancora alla ricerca di una nuova impostazione grafica univoca per il personaggio (e deve essere davvero così). Il confronto tra alcune immagini dell’indagatore dell’incubo mostra queste incertezze e una relativa "variabilità" grafica (per fare qualche esempio: i primi piani a pag.9, 16 e 19; Dylan che a volte sembra paffuto, come nel profilo a pag.25, altre volte emaciato, come nella quarta vignetta di pag.41), ma sono peccati veniali che scompaiono a fronte del lavoro di sperimentazione di Casertano e dei risultati di questo lavoro. Efficacia del disegno e magia scenica si fondono armoniosamente; l’artista non perde mai di vista l’obiettivo primario del fumetto - raccontare una storia e comunicarne al meglio il significato al lettore - ma senza rinunciare alla gradevolezza estetica, che qui non è "effetto speciale", ma parte integrante della narrazione (un velato "suggerimento" per una certa psicologa criminale?); qui l’abito fa il monaco: Donna, la piccola autostoppista randagia, si trasforma veramente in Henna sotto le mani - o meglio i pennelli - di Casertano.
Ma, più importante della "caccia" alla citazione è il risultato personale che sin da subito Casertano riesce a conseguire. E’ evidente che questo stile rinnovato sia ancora "grezzo" e lasci trasparire molto degli artisti sui quali si è soffermata la sua attenzione, e tuttavia la realizzazione è armonica e la sintesi appare già prossima ad essere raggiunta. La curiosità di seguire questa evoluzione è davvero forte, e aspettiamo con impazienza il prossimo albo firmato da Casertano. La storia in sé è elementare e non presenterebbe grandi motivi di interesse. I discendenti dei Celti e la loro associazione con rituali più o meno oscuri, sanguinari e magici sono un cliché largamente visto. Così come il topos della famiglia maledetta resta chiuso nel suo stereotipo (anche se in questa occasione, e nonostante la vendetta per interposta persona dei vari membri della famiglia sepolti vivi nel tempo, i Pennycoat non riescono a prendere davvero corpo come personificazione del Male e non vanno molto oltre ciò che sono: dei bestioni ignoranti e folli).
Molto bella scenograficamente e anche ben costruita, la copertina. Peccato che la fissità espressiva dei personaggi sottragga una parte del pathos che Stano aveva conferito alla cover.
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