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" Memorie dal sottosuolo"

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Alla sua quarta prova sulla serie regolare, Paola Barbato mostra tangibili segni di miglioramento e pare incamminarsi verso.... sarà la giusta direzione? Ai posteri l’ardua sentenza :-)

Il seme della follia
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. e Sce. Paola Barbato    

Guardate l’ultima pagina. Affascinante. Evocativa. Ogni particolare è studiato con attenzione e cura estreme. L’architettura della tavola è costruita con amore, si direbbe; le vignette in successione armonica per catturare l’occhio, per lasciare un segno profondo nel lettore, coinvolgerlo ed ammaliarlo.

Quell’ultima tavola riassume bene in sé senso e significato della storia; perché davvero è facile abbandonarsi alle emozioni immediate che l’albo trasmette, e alla seduzione del brivido.

Nella storia (e nell’ultima tavola) c’è del buono e del meno buono. E c’è la speranza che la crescita dell’autrice, Paola Barbato, non si arresti qui.

"A Paola Barbato l’augurio di continuare sulla via di una narrazione - che qui si intravede - più sintetica ed incisiva"
   
Barbato firma con Memorie dal sottosuolo il suo quarto albo di Dylan Dog (al suo attivo c’è anche l’albetto di Groucho Il cavaliere di sventura, allegato allo speciale n.12 "La preda umana"), e si libera - anche se non del tutto - di molti degli impacci che avevano reso le precedenti prove farraginose, talvolta fumose e certamente faticose alla lettura.

Memorie dal sottosuolo è senza dubbio un racconto che si legge con piacere; l’autrice si affranca in parte dai verbosissimi balloons che avevano caratterizzato la sua scrittura, soffocante per il disegno ed eccessiva per l’occhio, così come dialoghi e descrizioni sono più agili. Tuttavia Barbato ha ancora molto da fare in questo senso: se una volta terminata la lettura si prende in mano l’albo e lo si sfoglia, lentamente ma senza soffermarsi, ci si rende conto di quanto sia ancora "pesante" il puro testo. La direzione intrapresa è quella giusta, ma non sempre l’autrice avrà a disposizione un Giampiero Casertano tanto in sintonia con la storia, i personaggi, le sensazioni e gli intenti del racconto, così da "coprire" all’occhio del lettore i difetti del testo. Testo cui, comunque, Barbato conferisce notevole spessore e solidità. I personaggi sono forti e vitali. Henna, sicuramente, che resta a lungo una figura ambigua e per questo affascinante. John Bannerman anche di più: ottimamente caratterizzato, debole e forte, infido: una figura laida, la cui facciata esteriore di simpatia è tratteggiata con cura e con mestiere sicuro. Meno riusciti i Pennycoat intesi come gruppo. Nelle intenzioni dell’autrice dovrebbero forse evocare il senso del Male, ma resta troppo evidente che in fondo si tratta di un gruppo di poveri pazzi, la cui follia è stata alimentata dalle infinite unioni tra consanguinei. Buoni per terrorizzare i sempliciotti del paesino avito, ma una volta entrati a far parte della società "reale" non possono che vivere una vita ai margini, tranne forse Egon, non a caso il ribelle.

La scorrevolezza della sceneggiatura è invece merito del disegnatore. Casertano guida il lettore nei meandri del racconto, crea l’orrore che Barbato, a volte, si limita a descrivere pianamente, affogandolo nelle parole.

"Casertano dona alla sceneggiatura velocità e ritmo"
   
Conferisce ad Henna il suo carisma, trasformandola da piccola vagabonda sbandata nello strumento di vendetta di Hezel Pennycoat e degli altri, nonostante la semplicità e "povertà" della sua caratterizzazione grafica. Scorrevolezza che si mantiene fino a pag.82, quando ha inizio la "maratona" finale. Qui Casertano si trova a fare gli "straordinari" e le tavole passano una dopo l’altra, vivide, con quei contrasti violenti di luce ed ombra, l’effetto straniante di inquadrature di grande efficacia oltre che di effetto.

Si arriva così alla conclusione, nonostante 17 pagine di spiegazioni finali. E’ forse il maggior neo dell’albo. Non tanto il fatto in sé, ché i nodi del groviglio costruito dall’autrice andavano sciolti; ma l’aspetto meramente quantitativo. Il finale è veramente troppo lungo! Tante pagine - eccessive - dedicate al racconto di Henna-Donna; rispunta fuori, con maggiore evidenza, il tallone di Achille di questa autrice che per tanti versi sta dando un’impronta nuova e personale alla serie, ma alla quale sembra mancare completamente il dono della sintesi, così importante nel fumetto. E’ stato fatto notare che il consolatorio chiarirsi degli eventi viene compiuto da una bella ragazza e non dall’inevitabile "cattivo" con pistola spianata, ma questa è davvero l’unica nota positiva; persino l’ultima tavola, così affascinante dal punto di vista grafico, ripropone il cliché del finalino a sorpresa, così che una volta passato l’effetto della prima impressione visiva, non ci si può sottrarre al retrogusto un po’ amaro della cosa.



DISEGNI
Giampiero Casertano    

Per questa occasione, Giampiero Casertano ha mutato pelle. Anzi, ne ha indossata più d’una, alla ricerca e nell’elaborazione di un nuovo stile, esplorandone molti, cercando un personale punto di amalgama. Ed è certamente un merito che un artista di fama, con un tratto apprezzato e consolidato abbia voglia di rimettersi in gioco, di sperimentare.

Come è naturale, non tutto é ancora al suo posto, e specie nella caratterizzazione di Dylan, Casertano denuncia diverse incertezze, come se fosse ancora alla ricerca di una nuova impostazione grafica univoca per il personaggio (e deve essere davvero così). Il confronto tra alcune immagini dell’indagatore dell’incubo mostra queste incertezze e una relativa "variabilità" grafica (per fare qualche esempio: i primi piani a pag.9, 16 e 19; Dylan che a volte sembra paffuto, come nel profilo a pag.25, altre volte emaciato, come nella quarta vignetta di pag.41), ma sono peccati veniali che scompaiono a fronte del lavoro di sperimentazione di Casertano e dei risultati di questo lavoro.

Efficacia del disegno e magia scenica si fondono armoniosamente; l’artista non perde mai di vista l’obiettivo primario del fumetto - raccontare una storia e comunicarne al meglio il significato al lettore - ma senza rinunciare alla gradevolezza estetica, che qui non è "effetto speciale", ma parte integrante della narrazione (un velato "suggerimento" per una certa psicologa criminale?); qui l’abito fa il monaco: Donna, la piccola autostoppista randagia, si trasforma veramente in Henna sotto le mani - o meglio i pennelli - di Casertano.

"Più importante delle fonti a cui Casertano si è ispirato, è lo stile personale che già raggiunge e ancor più potrà elaborare in futuro"
   
Ricercare le fonti alle quali ha attinto Casertano per l’opera di innovazione è esercizio piacevole. Di volta in volta - ora emergendo in superficie con prepotenza, ora in modo meno evidente, più sommesso - si colgono richiami a Paolo Bacilieri, forse l’artista il cui ingresso nell’ambito delle produzioni bonelliani è stato il più dirompente negli ultimi anni (i Pennycoat e ancor più John Bannerman gli debbono molto); a Magnus e - a me sembra - a Georges Pichard, rintracciabile in alcuni volti di Dylan e anche di Henna.

Ma, più importante della "caccia" alla citazione è il risultato personale che sin da subito Casertano riesce a conseguire. E’ evidente che questo stile rinnovato sia ancora "grezzo" e lasci trasparire molto degli artisti sui quali si è soffermata la sua attenzione, e tuttavia la realizzazione è armonica e la sintesi appare già prossima ad essere raggiunta. La curiosità di seguire questa evoluzione è davvero forte, e aspettiamo con impazienza il prossimo albo firmato da Casertano.



GLOBALE
 

La storia in sé è elementare e non presenterebbe grandi motivi di interesse. I discendenti dei Celti e la loro associazione con rituali più o meno oscuri, sanguinari e magici sono un cliché largamente visto. Così come il topos della famiglia maledetta resta chiuso nel suo stereotipo (anche se in questa occasione, e nonostante la vendetta per interposta persona dei vari membri della famiglia sepolti vivi nel tempo, i Pennycoat non riescono a prendere davvero corpo come personificazione del Male e non vanno molto oltre ciò che sono: dei bestioni ignoranti e folli).

"Una storia elementare, ma con molto valore aggiunto"
   
A questa ossatura di base si sommano, però, gli elementi di sicuro interesse che ho descritto sopra. Molto del merito va certamente ascritto a Casertano, alle soluzioni grafiche da lui adottate che hanno conferito ritmo, chiarezza e velocità alla sceneggiatura, e vita vera ai protagonisti, ma va sottolineato che Paola Barbato pare avviata ad emanciparsi dalla sua prolissità eccessiva, che indubbiamente inficia ancora questa storia, ma in modo meno invasivo. E c’è da dire ancora che anche nell’economia di un racconto tutto sommato banale come quello di questo albo l’autrice conferma di saper creare una trama che reca un’impronta non solo personale, ma in grado di suscitare l’interesse del lettore.

Molto bella scenograficamente e anche ben costruita, la copertina. Peccato che la fissità espressiva dei personaggi sottragga una parte del pathos che Stano aveva conferito alla cover.
 

 


 
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