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La moglie dell'astronauta è nubile, ma sostiene di essere posseduta; l'esorcista è un killer invasato, ma si ritiene un emissario divino; colui che sta in basso viene dall'alto e colui che voleva continuare a volare alto finisce nel buio gabbio: tutto linearmente sottosopra.
Sotto sotto . . . strapazzati da anomala possessione
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Chiaverotti torna alla penna e Dylan torna in sè stesso. Certo l'albo non sprizza originalità, è come leggere una ristampa a cui abbiano cambiato qualcosa qua e là, ma proprio questo gusto un po' antico ammanta l'albo di una piacevole familiarità. Come il vino troppo invecchiato rischia di andare in marsala così ciò che antico a volte si trascina dietro l'odore forte della muffa. E "Possessione diabolica" cammina serenamente sul sottile confine tra l'antico e il vecchio.
Che la possessione sia avvenuta tra le stelle non ci allontana dalla matrice di questo aspetto della storia: "L'esorcista". Al capolavoro di Friedkin e Blatty possiamo far tranquillamente risalire tutte le scene degli esami clinici dell'autosuggestionata Kay, pag. 2 e pag. 81, nonchè le "apparizioni" demoniache di pag. 27 e di pag. 85, utili a conferire un'atmosfera malata e maligna agli eventi, più che a indirizzare lo svolgimento.
Il collante che amalgama i due spunti e porta avanti la narrazione è però lo sfigatissimo Valus Grant, il killer con paranoie a sfondo religioso. Valus ammazza in modo tanto spietato quanto efferato, in nome di una retorica purificazione. In una situazione del genere cade a fagiolo lo stereotipo del serial killer dylandoghiano: il vero mostro non è il mostro ma chi lo ha messo al mondo e variazioni sul genere. Puntuale a pag. 61 inizia infatti il viaggio nel passato di Valus, un uomo sfortunato, con la carriera stroncata da un incidente stradale, il tutto impreziosito da un padre oppressivo e cattivo in modo... demoniaco!
Qui entra in gioco l'esperienza di Chiaverotti nello scrivere Dylan Dog: l'autore descrive degli eventi concreti, ce ne dà una lettura soprannaturale ma dal solo punto di vista del protagonista dei fatti (Kay afferma di essere indemoniata ma la cosa è indimostrabile, così come Valus sostiene di sè stesso di essere "benedetto", ma la cosa è altrettanto indimostrabile), ma ci fornisce anche la versione "illuministica" degli stessi avvenimenti, fatta di spiegazioni concrete e poco fantasiose, poliziesche insomma, quando non assenti. In base a queste premesse l'investigazione di Dylan Dog si snoda, anche se in modo piuttosto meccanico, in un'atmosfera di delicatissimo equilibrio tra realtà e irrealtà, e tutto l'albo è pervaso dal dubbio "Kay e Valus sono realmente pervasi da spiriti che si combattono o la loro è 'normale' follia?"
La struttura della sceneggiatura, la scansione degli eventi, il ritmo, sono tutti elementi resi molto efficacemente in quest'albo. Purtroppo il voto ai testi è pesantemente penalizzato dai dialoghi un po' troppo banali, dalle battute di Groucho per lo più stravecchie (eccetto forse quella segnalata nella scheda, ma non ne siamo sicuri), e dal finale, che possiamo accettare come aperto, ma di difficile digestione per la sua disarmante piattezza. In genere il finale aperto è fatto per sorprendere, per regalare un'ultimo brivido che ci perseguiti anche a lettura finita, qui invece ci viene riproposto l'unico dubbio che avevamo avuto durante tutta la lettura, ma che lo svolgimento stesso della storia aveva lasciato spesso in secondo piano per dare risalto alla sfortunata vicenda di Valus: Kay è indemoniata o no? Alla fine ce ne importa ben poco, eppure è proprio questo il quesito con cui il lettore viene congedato. Allora anche noi, per non essere da meno, ci lasciamo con questo inquietante dubbio: e se l'albo fosse finito a pag. 97?
Quest'albo è uscito in contemporanea al Dylandogone n. 9, e riteniamo che la differenza dell'operato di Freghieri da un albo all'altro sia nettamente percepibile. "Possessione diabolica" è indubbiamente un gradino sotto, soprattutto per la resa delle atmosfere che sono il punto di forza del tratto "freghieriano". Spesso il tratteggio con cui viene dissolta e rarefatta la presenza del diavolo appare tirato via, così come molti volti qua e là nell'albo. Infatti il diavolo c'è ma si "sente" poco, anche graficamente: non solo cioè la presenza del demonio è centellinata a livello di sceneggiatura, ma anche la sua resa grafica è piuttosto sobria e scarsamente accattivante.
In sintesi, un albo che per il disegnatore non presentava particolari difficoltà è stato gestito dallo stesso artista senza particolari guizzi di immaginazione. Leggibile, quindi, ma nulla più, anche se ci viene spontaneo chiederci se con una sceneggiatura così classica si potesse realmente fare di più.
Gradito ritorno sulle pagine di Dylan Dog di Chiaverotti, serie per la quale il babbo di Brendon ha certamente dato il meglio di sè. Globalmente l'albo si rivela godibile, anche se una parte del merito va forse ascritta alle cadute di tono della serie, causata dalle storie apparse nei mesi precedenti, che non hanno registrato un eccesso di consenso tra i lettori, almeno a leggere i commenti telematici. Unitamente alla fluidità di lettura e a un sano ritorno all'antico, l'albo è impreziosito da una copertina bellissima: non ricordiamo che Stano abbia mai disegnato un demone così maligno e insano, almeno sulle copertine del sempre basito indagatore dell'incubo.
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