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" Il fiume dell'oblio"

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recensione di Francesco Manetti



TESTI
Sog. e Sce. Michele Medda    

Terzo albo scritto in solitaria da Michele Medda per Dylan Dog (a parte la breve "C'era una volta..." ospitata nell'Almanacco della Paura 1994) dopo "La prigione di carta" DD 114 e "Il battito del tempo" DD 154, due storie fra le più belle e interessanti degli ultimi anni di vita editoriale della serie. Lecito quindi aspettarsi, data anche la qualità dei Nathan Never scritti da Medda da un anno e mezzo a questa parte, che anche questo "Il fiume dell'oblio" sia, se non l'ennesimo capolavoro, senz'altro un ottimo albo.

La prima metà dell'albo lascia invece perplessi, se non delusi. La storia e i suoi elementi (il serial killer; il cliente che, perseguitato da visioni, si rivolge a Dylan...) sono infatti decisamente convenzionali; manca, inoltre, a livello di dialoghi e di didascalie (sia narrative che introspettive), quel Medda touch capace di farci amare persino dei soggetti non eccelsi o, peggio ancora, pieni di incoerenze (com'è il caso, ad esempio, del recente "Le belve" NN 111). In breve, leggendo la prima metà dell'albo si ha l'impressione di trovarsi dinanzi a una storia sostanzialmente mediocre.

Le cose peggiorano nella seconda metà dell'albo, mano a mano che ci si avvicina al finale. Se per certi versi la storia conferma la propria mediocrità (ad esempio quando viene rivelato che il "tesoro" del serial killer è, banalmente, la collezione delle teste asportate alle vittime), per altri versi Medda, volendo probabilmente evitare una soluzione troppo prevedibile (l'ipotesi di una effettiva reincarnazione di Tod, il serial killer, in Simon), finisce col proporre una spiegazione talmente macchinosa e forzata da risultare ridicola.

Come altrimenti definire l'ipotesi che la "coscienza" di Tod, rimanendo nelle acque del Fairwater Creek, prenda sede in Simon nel momento stesso in cui i genitori di questi, immersi nel fiume, fanno l'amore? Tralasciando il fatto che la fecondazione di un ovulo può avvenire anche a 48 ore di distanza da un rapporto sessuale (che ha fatto, nel frattempo, la coscienza di Tod? Si è appostata nei pressi del punto G?), non si capisce perché non siano stati prescelti come "ospiti" il padre o la madre di Simon. Forse perché i genitori avevano già una coscienza, al contrario di una creatura non ancora nata? Ammessa questa ipotesi, non si capisce, di nuovo, perché la coscienza di Tod cominci a riemergere solo dopo un intervallo di 24 anni. Possibile che l'elemento scatenante - quello che fa riemergere, in Simon, la coscienza di Tod - sia un semplice orecchino (vedi pag.20-21)? Possibile che la coscienza di un serial killer abbia sonnecchiato per 24 anni senza mai disturbare Simon se non facendogli avere, da bambino, qualche incubo?

Ancora più improponibile la materializzazione delle chiavi. Un espediente, fra l'altro, narrativamente inutile, visto che Dylan non avrebbe certo avuto bisogno di ricorrere ad esse per aprire il baule dell'auto (vedi pag.86). Nella spiegazione finale, Dylan suppone che Tod abbia recuperato la memoria proprio nell'attimo in cui Simon, uscito dalle acque del fiume, rigettava le chiavi. Bischerata per bischerata, non ci si poteva limitare a far sì che Tod recuperasse la memoria, molto più semplicemente, nel momento stesso in cui Simon, tornato nel luogo esatto in cui fu conceptito, cade in trance? Come se non bastasse la discutibile soluzione del caso, ci sono poi altri punti poco convincenti nella trama e nella delineazione dei personaggi. La figura della psicanalista è ad esempio del tutto sballata, dal punto di vista deontologico: ipnotizza Simon prima ancora di scambiarci due parole, fa assistere Dylan alle sedute... Nessuno psicanalista serio si comporterebbe mai così.

"Il breve racconto col quale si chiude l'albo apre un'inaspettata finestra sul passato di Dylan..."
   
E' peraltro intrigante la vera e propria chiusura dell'albo, ovvero quella sorta di ricordo ancestrale nel quale un bambino col volto di Dylan uccide un druido, nelle stesse acque, anche in questo caso, del Fairwater Creeek, per vendicare la morte di sua sorella. Peccato, però, che questo "ricordo" sia abbastanza gratuito, non avendo praticamente alcun punto di contatto con la storia del serial killer e di Simon. A meno che non si voglia supporre che la coscienza di Tod abbia trovato, nelle acque del fiume, un elemento propizio (in ragione del fatto che in quelle stesse acque venivano compiuti sacrifici umani) per poter "sopravvivere" e trasmigrare in un altro essere. Ma mi sembrerebbe una spiegazione un po' forzata...



DISEGNI
Maurizio Di Vincenzo    

I disegni di Di Vincenzo presentano, in questo albo, un tratto più marcato del solito e un'inchiostrazione molto intensa, con forte prevalenza, in numerose vignette, di masse scure. Un tentativo, a più di due anni dall'ingresso di Di Vincenzo nello staff dei disegnatori di Dylan Dog, di aderire maggiormente alle atmosfere della serie? O sono le caratteristiche di questo specifico albo ad aver spinto questo disegnatore a modificare un poco il proprio stile?

Mi pare inoltre di notare, qua e là, una certa rassomiglianza con lo stile di Casertano... Senza, peraltro, che Di Vincenzo riesca ad eguagliarne i risultati: l'espressività dei personaggi è abbastanza monotona, le scene di violenza e di azione non sono mai coinvolgenti...

In ogni caso, la qualità complessiva dei disegni resta più che apprezzabile.



GLOBALE
 

"Il fiume dell'oblio" è un albo decisamente anomalo nell'ambito della produzione di Medda. Ben lontano dall'essere un capolavoro come gli altri due suoi albi realizzati per questa serie, non riesce neppure ad essere un albo mediocre, un albo "leggi-e-getta" al pari della maggior parte dei numeri di Dylan Dog pubblicati negli ultimi tempi.

Non c'e' però di che strapparsi le vesti. Con che faccia, infatti, si può criticare chi, nell'ultimo anno e mezzo, ci ha comunque regalato capolavori come "Il battito del tempo" e "Una canzone per Sara" NN 102 o albi in ogni caso godibili, già solo per la qualità della sceneggiatura, come "Il nemico nell'ombra" NN 104 o "Le belve"?

Neppure scrivendo un solo albo l'anno si potrebbe garantire il livello qualitativo che, dai suoi primi Martin Mystère realizzati con Serra e Vigna fino agli albi più recenti, Medda è riuscito a garantire. Metto quindi questo albo in una delle seconde file della mia libreria e aspetto fiducioso l'uscita di un prossimo Nathan Never o Dylan Dog firmato Medda, certo del fatto che ben difficilmente mi accadrà di rimanere nuovamente deluso...

 

 


 
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