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Dylan Dog e il mystero della Gorgone recensione di Francesco Manetti
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Ricordate "Il sonno della ragione" DD 157? Sì, quell'albo con, in copertina, un curioso Dylan "munchesco" e, all'interno, da pag.4 a pag.98, una delle storie più insolite e complesse che siano mai state pubblicate nella serie dedicata all'indagatore dell'incubo. Artefice di quell'albo era Paola Barbato, autrice che, sino a quel momento, aveva scritto soltanto un "Grouchino", e che dunque poteva essere considerata una sorta di esordiente assoluta. Dinanzi ad un albo così particolare, i lettori si divisero in tre nette fazioni: alcuni si entusiasmarono per l'inventività, per l'originalità della storia, per la forza con la quale essa si imponeva nei confronti delle mediocri storie pubblicate negli ultimi anni; altri lettori, passando al setaccio quella storia così intricata e rinvenendo in essa troppe incongruenze e, peggio ancora, fantascemenze, optarono decisamente per il pollice verso; altri lettori ancora, infine, non sapendo decidere se avesse più importanza il tentativo di creare qualcosa di diverso o l'incommensurabile corbelleria che era, di fatto, venuta fuori, preferirono sospendere il giudizio, in attesa di ulteriori storie di questa autrice. "Il mondo perfetto" DD 163, albo pubblicato pochi mesi dopo e per il quale la Barbato aveva concepito unicamente il soggetto (rielaborato, fra l'altro, da Sclavi), non suscitò identico scalpore: in quell'albo, infatti, l'idea di base, certamente suggestiva, ma già di per se stessa tutt'altro che originale, era risolta in maniera estremamente semplicistica. La vera e propria seconda prova della Barbato è dunque questa "Medusa"; una storia che, benché meno dirompente di quella presentata ne "Il sonno della ragione", ha comunque mantenuto le stesse caratteristiche della precedente, dividendo così ancora una volta i lettori in tre fazioni :-). Anche in questo caso è palese il desiderio, da parte dell'autrice, di scrivere qualcosa che lasci il segno. Tutto si potrà dire di questa storia, tranne che essa sia banale (se non , magari, in qualche passaggio, in alcune soluzioni, come ad esempio nel caso delle due scene in cui i "cattivi", prima Meyers e poi Stenno e Euriale, si mettono a raccontare prolissamente a Dylan vari retroscena tenendolo sotto il tiro di una pistola...). Aldilà del valore dell'idea in se stessa, risalta inoltre, a livello di sceneggiatura, un'indubbia capacità dell'autrice di avvincere il lettore.
In definitiva, questo secondo albo mi lascia più o meno le stesse perplessità che mi aveva fatto nascere "Il sonno della ragione" (già, caso mai non si fosse capito, io faccio parte della terza fazione :-)). Entrambi gli albi possono infatti essere considerati sia dei capolavori mancati che delle corbellerie vestite a festa. In altre parole, la Barbato ha talento, ma non riesce ancora a gestire questo talento nel migliore dei modi. I suoi due albi (tralasciamo pure "Il mondo perfetto") sono in ogni caso i più interessanti degli ultimi anni, assieme a due o tre albi di Sclavi, a "Il battito del tempo" di Medda e, in parte, a "L'isola dei cani" di Boselli. Presumibilmente, la Barbato è anzi, allo stato attuale (in attesa, voglio dire, che Robin Wood e Tito Faraci ci offrano le loro versioni di Dylan Dog), l'unica autrice che potrebbe dimostrarsi capace di mettere in luce e di sfruttare nuove potenzialità della serie, ovvero l'unica autrice che potrebbe effettivamente risollevare questa serie dalla mediocrità che, fatte le già dette eccezioni, la caratterizza da troppi anni a questa parte. Credo che potrebbe bastare ben poco, insomma, per far sì che la Barbato diventi per Dylan Dog quello che Paolo Morales è, grazie a storie come "Il sarcofago di pietra" MM 187/189 e "D'improvviso una notte" MM 217/218, per Martin Mystère. Per il momento, però, sono costretto a usare, come ho fatto, il condizionale...
Ancora una volta è Bruno Brindisi, uno dei migliori disegnatori della serie, a concretizzare graficamente il testo della Barbati. E ancora una volta Brindisi non si esprime al meglio delle proprie possibilità. Nel caso dell'altro albo, si poteva supporre che la qualità non particolarmente eccelsa dei disegni fosse da imputare alla monotonia dell'ambientazione ("Il sonno della ragione" si svolgeva in gran parte all'interno di un ospedale). Leggendo quest'albo, penso si possa aggiungere che è la stessa densità del testo a penalizzare i disegni, togliendo loro spazio (nel senso letterale del termine: i balloons sono molto "gonfi", le didascalie occupano talbvolta persino metà vignetta...). Anche per questa ragione mi pare quindi necessario che la Barbato si sforzi di calibrare meglio le proprie sceneggiature.
Mai come in questi casi diventa complesso dover sintetizzare la propria opinione in un voto. Da un lato un'idea suggestiva, un'ottima suspence, personaggi intriganti... Dall'altro lato un'eccessiva verbosità, qualche luogo comune, varie incongruenze, un finale deludente... Scelgo, giusto perché non posso fare altrimenti, dei voti intermedi, come già fece Michela Savoldi recensendo "Il sonno della ragione"; ma aggiungendo però, stavolta, il massimo del punteggio possibile (+7) al voto globale in centesimi, per esprimere la mia fiducia nelle potenzialità di questa autrice.
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