|
|
||
| ||||||||
|
Il "mad doctor"? C’è. Il moralismo dylaniano? C’è? Una donna per Dylan? C’è. Tutto regolare: allora è una storia di Dylan Dog? Mah, si, insomma... :-)
Non troverai Paradiso che non abbia Serpente; ovvero ogni mela ha il suo bravo baco
|
L’estate 2000 ci ha portato questo "Sopravvivere all’Eden", storia che vede Ugolino Cossu tornare a far coppia con quel Pasquale Ruju che è ormai diventato lo sceneggiatore principale della testata. In un arco di tempo di meno di due anni è la terza volta che ho l’occasione di parlare di una storia realizzata in coppia da questi due veterani della serie. Quanto a Cossu, non vi è molto da aggiungere a quanto dissi nella recensione del n.159 e - in parte minore - nella recensione del n.149. L’artista romano conferma la discreta prova fornita nell’albo più recente, pur continuando a mostrare le pecche denunciate in quello precedente nella resa dei volti umani, che in più di un’occasione cambiano nel corso della storia (un piccolo esempio: la Joanna ritratta nel vignettone di pag.14 potrebbe essere la nonna di sua figlia Doris, mentre nel primo piano della pag. seguente la donna ne sembra al più la sorella maggiore. In questo caso l’effetto è accentuato dalla postura "ingobbita" che Cossu fa assumere a Joanna a pag.14). Un po’ tutte le figure femminili "soffrono" dell’alterno, anche se quasi sempre leggero, arrotondarsi o restringersi dell’ovale del volto. Ma soprattutto, Cossu non riesce a scrollarsi di dosso quell’impressione di freddezza che i suoi disegni comunicano. Anche nelle scene più ricche di pathos (almeno a livello potenziale) come quelle oniriche alle pagg.42-44 e 52, e più ancora quella dell’accesso furioso di Sean O’Brian alle pagg.91-93, il tratto resta sostanzialmente statico e poco comunicativo (anche se il montaggio "in crescendo" delle prime tre vignette di pag.92, con il volto di O’Brian molto ben caratterizzato nel suo trasformarsi in una maschera di ferocia ossessiva, riesce a veicolare bene il senso dell’intera sequenza). Questo, ovviamente, si riflette sulla sceneggiatura, che non trova nerbo sufficiente a decollare in un disegno un po’ troppo rigido e scarsamente espressivo (ma è pur vero il contrario, ed una sceneggiatura molto lineare e scarna non riesce ad esaltare una ricerca grafica di espressività dei personaggi). E’ una storia "standard", questa, che mescola alcuni dei luoghi comuni della serie e rappresentativi del suo "buonismo". Abbiamo una comunità "ideale", con la sua - immancabile - magagna; e la magagna è rappresentata dall’ennesimo - inevitabile - esperimento di "chirurgia sociale" mal riuscito appoggiato dalle incombenti "Autorità" ed operato dal - ricorrente - mad doctor; per l’occasione il chimico Jason Westwood: figura un po’ fiacca e abbacchiata, come se il personaggio fosse cosciente della sua trita caratterizzazione e presago dell’inevitabile contrappasso che lo attende al termine della storia, quando Ruju gli fa incontrare il suo destino, sotto forma della morte autoinfilitta, seppure per mano delle vittime dei suoi fallimentari esperimenti. Abbiamo una donna per Dylan - ormai caratteristica genetica prima e più che leit-motiv della serie. Ci piace, però, che l’infermiera Mathilda Morris non sia, in fondo, l’ennesima di una serie di sciroccate tutte fatte con lo stampino e che i vari autori tendono a caratterizzare in modo sempre più marcato, nella logica dell’escalation. Mathilda è un normale essere umano e la sua dimensione di personaggio dimessa e priva di grande spessore assume paradossalmente carattere positivo. Ruju dipana onestamente la narrazione, accompagnando senza sussulti il lettore attraverso le varie fasi dell’indagine, fino a fargli scoprire l’identità di un assassino di cui forse al lettore stesso poco importava :-): uno valeva l’altro. A mancare è infatti è la capacità di suscitare l’aspettativa del lettore: da un thriller vorremmo che ci lasciasse con il cuore in gola e l’attesa spasmodica di voltare pagina su pagina alla sempre più frenetica rincorsa all’ultima scena, dove i nodi verranno al pettine e l’arcano sarà svelato. Ma questa storia manca degli elementi costitutivi per ottenere un simile risultato: la trama è prevedibile e abusata; dei personaggi, nessuno impone davvero la propria presenza sulla scena, neppure Standford, poco incisivo come "elemento stonato" all’interno dell’idilliaca pace della comunità di Serenity ma anche nella sua funzione di "pentito" che svela a Dylan i retroscena della faccenda: il suo tormento è superficiale e di maniera. Una storia come tante: un riempitivo, insomma, come troppe altre della serie, ormai; e tuttavia una storia che non ci sentiamo di non definire onesta; la quale ci propone un piccolo scatto d'orgoglio nel finale, dove, all'ultima tavola, Ruju ha positivamente rinunciato all’ennesimo e banale finalino a (non)sorpresa, preferendo ironizzarvi sopra!
Vedi anche la scheda della storia.
|
|