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Ricordo come se fosse ieri quando il Capitano Moore arrivò arrancando alla porta della locanda: era alto, forte e imponente, il viso cotto dal sole, e un codino incatramato gli cadeva sulle spalle della sudicia giubba blu; le mani erano rovinate e coperte di cicatrici, le unghie annerite, spezzate, e la guancia era attraversata dalla livida cicatrice color bianco sporco di una sciabolata. Ricordo che si volse ad esaminare l'insenatura fischiettando tra sé, poi, d'un tratto, proruppe in quella vecchia canzone di mare che in seguito avrebbe cantato così spesso:
« Quindici uomini sulla cassa del morto . . .
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Spero vivamente che il compianto Stevenson possa perdonarmi questo azzardato "prestito" dalla sua opera più nota, ma l'occasione era veramente troppo ghiotta: per il suo esordio sulla testata dell'indagatore dell'incubo, Mauro Boselli, una delle firme più apprezzate dell'attuale panorama bonelliano, ha pescato infatti a piene mani fra gli elementi più classici della narrazione avventurosa.
Fra pirati, mappe e isole del tesoro, la parentesi Boselli sembra interrompere in qualche modo la noiosa routine da "impiegato dell'incubo" che la serie ha assunto negli ultimi anni. Peccato che lo stesso sceneggiatore non sembri credere troppo all'intera operazione (e che comunque gli elementi di novità introdotti siano veramente esigui), risultato: la magia "rivitalizzatrice", che aveva già dimostrato la sua efficacia nel ridare smalto a Tex e Zagor, non riesce a sortire gli stessi effetti sul personaggio di Sclavi. Se, da un lato, la trama architettata da Boselli offre intriganti ed inedite suggestioni che si rifanno direttamente alla migliore tradizione del romanzo d'appendice, dall'altro, è proprio l'inserimento forzato di questa robusta matrice avventurosa a distogliere l'attenzione dell'autore (e con lui dei lettori) dalla psicologia del protagonista. Boselli, come in passato anche Medda nella sua prova più recente (cfr. DD154 "Il battito del tempo"), sceglie infatti di avvicinarsi al personaggio filtrandolo secondo la sua personale visione, evitando di seguire il solco di una scialba caricatura della troppo complessa personalità sclaviana; ma se l'accorgimento era efficacissimo nel caso della storia citata (con un Dylan fragile e indifeso, metafora vivente della sua condizione di "eterno ragazzo" e, proprio questo, perfetto bersaglio della pragmatica ironia di Medda), non lo è affatto in questa occasione: la massiccia iniezione di dinamismo che Boselli infonde al personaggio (non compensata da un adeguato contrappasso introspettivo) non ottiene altro risultato che quello di allontanarlo dal modello originario, verso una monocorde personalità da "eroe" qualsiasi. E, se è realmente un Dylan irriconoscibile quello che una volta liquidata fin troppo rapidamente la bella di turno si getta a capofitto nell'indagine e porta subito a buon fine la sua prima ricerca su Internet, altrettanto irriconoscibile è il Boselli che raffazzona alla bell'e meglio il solito finale-confessione del cattivone, e, per buona misura, ci aggiunge pure un più che inutile happy end. Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.
Una gradita conferma sono invece i disegni dell'outsider Casertano, che pur non concedendosi particolari virtuosismi, contribuiscono in maniera determinante al racconto, restituendo con particolare efficacia soprattutto le affascinanti suggestioni della Londra del diciottesimo secolo. Ormai classiche, ma sempre efficaci, le sue distorsioni prospettiche che arricchiscono la parte onirica del giusto livello di straniamento sensoriale.
Una (mezza) falsa partenza la prima prova di Boselli alle prese con gli incubi dylandoghiani: banale l'idea di base (anche se introdotta con grande estro ed eleganza narrativa), buona l'atmosfera in bilico fra sogno e realtà, un Dylan un po' troppo "personale" e distante dal modello sclaviano, ma soprattutto, la conclusione più scialba ed insipida che mai ci saremmo aspettati. Efficace e piacevolmente angosciante invece la copertina di Stano che calca la sua mano espressionista sul lato onirico della vicenda, con ottimi risultati.
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