|
|
||
| ||||||||
|
Mamma? Dimmi, Joy... Posso andare a
giocare? Ma no, Joy... Uffa, ma io voglio andare a
giocare...! Ma non puoi, bambina mia! Uffa uffa! E
perché non posso? Ma perché tu non sei mai nata,
tesoro! E io voglio essere nata lo stesso!
Era meglio morire da piccoli
|
La trovata su cui si regge tutta la storia è nel capovolgimento di un concetto usuale in Dylan Dog: è già morto ma non lo sa; questo concetto, peraltro ripreso anche in più recenti epigoni dellindagatore dellincubo, qua viene, come detto, capovolto: non è mai nata, ma non lo sa. Basta, fine dellidea. Il resto del soggetto racconta di uno che si risveglia senza memoria; in mezzo a persone che non conosce; in un posto che non gli è famigliare; con una bambina che gli si dichiara sorella e che è simpatica come una caduta dalle scale; e poi alla fine si scopre (ma il lettore lo sapeva già, ovviamente...), che lo smemorato è Dylan Dog, e che la bambina non è mai nata, è un essere che si è fermato nelle pieghe di un qualche limbo. O signore... ma quanti miliardi di volte labbiamo letta questa storia? Ma non è questo che fa rabbia, diciamolo; innanzitutto, loriginalità non è un valore in sé, come la mancanza di originalità non è un disvalore in assoluto... E poi, in fin dei conti questa situazione è sempre stimolante per il lettore, è classica ma interessa sempre, e offre mille variazioni... Ecco, appunto: le variazioni. Il lettore sta lì per novanta pagine ad aspettarla, questa variazione, ad aspettare che la storia cancelli con il colpo di genio i deja vu di tutta una vita da lettore di Dylan Dog; aspetti per novanta pagine di essere sorpreso. Perché è questo che vuoi da Dylan Dog; sempre, esigentissimamente, insaziabilmente: che ti sorprenda. E lo ha già fatto, perdiana se lo ha fatto, per decine di numeri, magistralmente.
Eppure, come dicevamo, non è questo che fa rabbia; potrebbe anche funzionare, questo soggetto; in fin dei conti vogliamo proprio sapere se è vero quello che abbiamo intuito, un minimo di curiosità la lettura ce la desta sicuramente, anzi, di più, manca davvero poco perché ci appassioni. Ma il finale. Quel finale. Quelle ultime dieci pagine. Quel finale è esiziale, senza scuse. Dieci pagine di spiegazione; lunica cosa che proprio non vorresti trovare. Non solo, dunque, il finale non ti sorprende neanche un po, ma ti ammazza qualsiasi sensazione lalbo possa averti destato precedentemente. Quel finale è una resa, una resa dellautore, che si arrende perché rinuncia a qualsiasi tentativo di dire qualcosa di più; intendiamoci, il tentativo potrebbe anche fallire, glielo perdoneremmo: ci ha provato, non ci è riuscito, amen.
E la rabbia ti si fa fiele perché, comunque, questa storia povera e solita, senza entusiasmo, questo soggetto frigido, è sceneggiato da dio. Ovvio che ti incazzi: anche quando non ha niente da dire, Sclavi lo dice benissimo; la sceneggiatura è comunque unorologio, una magia, anche se di mestiere e non di passione. Tesse bene, Sclavi, ma tesse come Penelope... Labilità fondamentale dello sceneggiatore è nel creare atmosfera; il mondo perfetto comunque incombe, grava sullanima come un coperchio. Lossessivo ricorrere della sveglia con la continua allusione alle tre di notte, ora della non nascita di Joy, le sequenze degli incubi di Dylan, certe soluzioni figurative che sono sicuramente state suggerite in sede di sceneggiatura, rivelano comunque la straordinaria arte di raccontare propria di Sclavi. Certo, cè qualcosa che non torna, come ad esempio linsalata. Nel mondo perfetto costruito da Joy, la mamma le prepara linsalata, che lei odia. O questo mondo non è così perfetto, o da certe cose, come le mamme, non ci si può davvero difendere mai... Ma allora, cara Joy, da retta a noi, ascolta un cretino: era meglio non nascere da piccoli...
Joy ha la prepotenza dei bambini viziati, e in questo è un personaggio
riuscitissimo, straordinariamente antipatico, anche se il suo non
rassegnarsi al non essere nata non ha niente di epico, di eroico. Comunque
Sclavi ci racconta questo personaggio e tutto il resto con una
sceneggiatura virtuosa, puro talento.
Ma questo talento, qui viene buttato via, stavolta non con le tirate
moralistiche che altre volte asfissiano, ma con quelle dieci ultime inutili
pagine di spiegazioni, spillo che buca la bolla di sapone.
Anche Roi pare stufo di disegnare questa storia. Intendiamoci, a noi Roi piace, e molto; tendiamo perciò a perdonargli anche tutti i leggeri difetti che gli conosciamo, tendiamo a perdonargli lentusiasmo e lirruenza con cui ogni tanto si lascia alle spalle le indicazioni di sceneggiatura per disegnare la tavola ad effetto che ha in mente. Questo rende i suoi disegni spesso spettacolari, anche se talvolta poco funzionali alla narrazione e, appunto, poco fedeli alla sceneggiatura, alle indicazioni dellautore. Ma la sua tecnica del chiaroscuro, mutuata dal grande Dino Battaglia, il suo immaginario onirico, il suo senso della prospettiva grottesca, sbilenca, distorta, ce lo rendono affascinante.
Eppure questo numero che ci ha così poco soddisfatto è sicuramente il migliore degli ultimi usciti. E, incontentabili come siamo, ancora non ci basta. E allora forse sbagliamo noi. O forse no. Torna alla mente un tormentone, già noto: forse DD doveva chiudere con il numero cento. Forse ha già detto tutto quello che doveva dire. Il fantasma di Sandman ammicca.
E non solo perché continua a vendere come nessun altro fumetto Bonelli, che questo potrebbe capitare anche sullonda di un passato glorioso e di una moda che non è morta. Il personaggio ha ancora da dare perché fintanto che la vita di tutti i giorni resta questa, cè sempre orrore da narrare. Cè sempre un mondo perfetto non così perfetto da descrivere. Forse bisognerebbe solo sentire un po più propri i contenuti di questa narrazione. Non manca il modo di narrare, mancano le cose da dire... E cosa deve fare il lettore, sperare che Sclavi torni a stare male per essere di nuovo grande? Che crudeltà. Ma lasciamolo felice, il nostro amato Tiziano. Ci devono essere, da qualche parte, altri autori, meglio se maniaci depressivi non ancora guariti, in grado di immolare se stessi sullaltare delle nostre feroci esigenze di mangiafumetti, affinché si possa compiere la nostra catarsi. O forse no. Forse non ci sono davvero più. E allora, se è così, anche per te, caro Dylan, emerge la pessimistica verità: era meglio morire da piccoli.
|
||||||||||||||||||||||||||||||
|