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" Il mondo perfetto"


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“Mamma?” “Dimmi, Joy...” “Posso andare a giocare?” “Ma no, Joy...” “Uffa, ma io voglio andare a giocare...!” “Ma non puoi, bambina mia!” “Uffa uffa! E perché non posso?” “Ma perché tu non sei mai nata, tesoro!” “E io voglio essere nata lo stesso!”

Era meglio morire da piccoli
recensione di Giuseppe Pelosi



TESTI
Sog. e Sce. Tiziano Sclavi /Paola Barbato    

La trovata su cui si regge tutta la storia è nel capovolgimento di un concetto usuale in Dylan Dog: “è già morto ma non lo sa”; questo concetto, peraltro ripreso anche in più recenti epigoni dell’indagatore dell’incubo, qua viene, come detto, capovolto: “non è mai nata, ma non lo sa”. Basta, fine dell’idea. Il resto del soggetto racconta di uno che si risveglia senza memoria; in mezzo a persone che non conosce; in un posto che non gli è famigliare; con una bambina che gli si dichiara sorella e che è simpatica come una caduta dalle scale; e poi alla fine si scopre (ma il lettore lo sapeva già, ovviamente...), che lo smemorato è Dylan Dog, e che la bambina non è mai nata, è un essere che si è fermato nelle pieghe di un qualche limbo. O signore... ma quanti miliardi di volte l’abbiamo letta questa storia?

Ma non è questo che fa rabbia, diciamolo; innanzitutto, l’originalità non è un valore in sé, come la mancanza di originalità non è un disvalore in assoluto... E poi, in fin dei conti questa situazione è sempre stimolante per il lettore, è classica ma interessa sempre, e offre mille variazioni... Ecco, appunto: le variazioni. Il lettore sta lì per novanta pagine ad aspettarla, questa variazione, ad aspettare che la storia cancelli con il colpo di genio i deja vu di tutta una vita da lettore di Dylan Dog; aspetti per novanta pagine di essere sorpreso. Perché è questo che vuoi da Dylan Dog; sempre, esigentissimamente, insaziabilmente: che ti sorprenda. E lo ha già fatto, perdiana se lo ha fatto, per decine di numeri, magistralmente.

"Perché è questo che vuoi da Dylan Dog, sempre, esigentissimamente, insaziabilmente: che ti sorprenda"
   

E invece qui, no. Niente. È sorprendente quanto poco sorprenda questo numero, ennesimo capolavoro mancato, ennesima incompiuta, ennesimo narcisistico contemplare se stessi e la propria magnifica storia, sino all’onanismo.

Eppure, come dicevamo, non è questo che fa rabbia; potrebbe anche funzionare, questo soggetto; in fin dei conti vogliamo proprio sapere se è vero quello che abbiamo intuito, un minimo di curiosità la lettura ce la desta sicuramente, anzi, di più, manca davvero poco perché ci appassioni. Ma il finale. Quel finale. Quelle ultime dieci pagine. Quel finale è esiziale, senza scuse. Dieci pagine di spiegazione; l’unica cosa che proprio non vorresti trovare. Non solo, dunque, il finale non ti sorprende neanche un po’, ma ti ammazza qualsiasi sensazione l’albo possa averti destato precedentemente. Quel finale è una resa, una resa dell’autore, che si arrende perché rinuncia a qualsiasi tentativo di dire qualcosa di più; intendiamoci, il tentativo potrebbe anche fallire, glielo perdoneremmo: ci ha provato, non ci è riuscito, amen.

"Il finale è una resa, una resa dell’autore, che si arrende perché rinuncia a qualsiasi tentativo di dire qualcosa di più"
   

Il fatto imperdonabile è che neanche ci prova. E allora i deja vu di tutta una vita da lettore di DD montano dentro, si fanno rabbia: non solo gli autori non ti sorprendono più, come tu esigi, ma neanche ci provano. Ma come? Dopo il solito incidente in cui Dylan perde la memoria; dopo il solito mondo in cui le cose non sono come appaiono; dopo la solita atmosfera da gotico inglese; dopo il solito insinuarsi dei sogni e degli incubi nel tessuto del reale fino a non cogliere più la differenza; dopo la solita ragazzina talmente antipatica che la ammazzeresti tu, se non fosse che già non è nata; dopo le solite tavole psichedeliche con la grande luce e le mani e la chiamata dall’altro mondo; dopo l’ennesimo, solito riferimento a Magritte; dopo tutto ciò, che è “solito”, sì, ma a noi che siamo un po’ tardi può anche piacere ancora, ci sparano dieci pagine di spiegazione. E l’ultima vignetta dice: “non piangere, vedrai che la vita è bella...”. Ecco, a questo punto non ti arrabbi mica. Proprio ti incazzi. Ti alzi, chiudi la tazza, tiri l’acqua e ti viene in mente che anche loro l’hanno scritto mentre facevano quello che facevi tu mentre lo leggevi.

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Una bella presa di coscienza!
disegno di C. Roi (c) 2000 SBE
   

E la rabbia ti si fa fiele perché, comunque, questa storia povera e solita, senza entusiasmo, questo soggetto frigido, è sceneggiato da dio. Ovvio che ti incazzi: anche quando non ha niente da dire, Sclavi lo dice benissimo; la sceneggiatura è comunque un’orologio, una magia, anche se di mestiere e non di passione. Tesse bene, Sclavi, ma tesse come Penelope... L’abilità fondamentale dello sceneggiatore è nel creare atmosfera; il mondo perfetto comunque incombe, grava sull’anima come un coperchio. L’ossessivo ricorrere della sveglia con la continua allusione alle tre di notte, ora della non nascita di Joy, le sequenze degli incubi di Dylan, certe soluzioni figurative che sono sicuramente state suggerite in sede di sceneggiatura, rivelano comunque la straordinaria arte di raccontare propria di Sclavi. Certo, c’è qualcosa che non torna, come ad esempio l’insalata. Nel mondo perfetto costruito da Joy, la mamma le prepara l’insalata, che lei odia. O questo mondo non è così perfetto, o da certe cose, come le mamme, non ci si può davvero difendere mai... Ma allora, cara Joy, da retta a noi, ascolta un cretino: era meglio non nascere da piccoli...

Joy ha la prepotenza dei bambini viziati, e in questo è un personaggio riuscitissimo, straordinariamente antipatico, anche se il suo non rassegnarsi al non essere nata non ha niente di epico, di eroico. Comunque Sclavi ci racconta questo personaggio e tutto il resto con una sceneggiatura virtuosa, puro talento. Ma questo talento, qui viene buttato via, stavolta non con le tirate moralistiche che altre volte asfissiano, ma con quelle dieci ultime inutili pagine di spiegazioni, spillo che buca la bolla di sapone.


DISEGNI
Corrado Roi    

Anche Roi pare stufo di disegnare questa storia. Intendiamoci, a noi Roi piace, e molto; tendiamo perciò a perdonargli anche tutti i leggeri difetti che gli conosciamo, tendiamo a perdonargli l’entusiasmo e l’irruenza con cui ogni tanto si lascia alle spalle le indicazioni di sceneggiatura per disegnare la tavola ad effetto che ha in mente. Questo rende i suoi disegni spesso spettacolari, anche se talvolta poco funzionali alla narrazione e, appunto, poco fedeli alla sceneggiatura, alle indicazioni dell’autore. Ma la sua tecnica del chiaroscuro, mutuata dal grande Dino Battaglia, il suo immaginario onirico, il suo senso della prospettiva grottesca, sbilenca, distorta, ce lo rendono affascinante.

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Perfect World
disegno di Corrado Roi - (c)2000 SBE

E però, anche lui, qui alterna intuizioni figurative prepotenti ad immagini di routine. Le mani che chiamano Joy alla vita richiamano l’orrendo strumento che è il forcipe, lasciando intuire la causa della non nascita della bimba. Il buco nero che attira Dylan nella sequenza di p. 37 e 38, e di p. 45 è, neanche troppo velatamente, la cavità uterina, e rimanda quindi al trauma natale. Le due tavole centrali di p.43, con Dylan che guarda e l’allucinata famigliola che lo riguarda dalla tavola, sono inquietanti, arrivano davvero vicino allo stomaco. Eppure l’insieme resta algido, formale, come se il disegnatore stesso fosse appunto stanco di disegnare una storia che ha già visto e rivisto. Il segno non graffia, non passa dentro, il risultato è incostante, non uniforme, accresce l’impressione di capolavoro mancato, di opera incompiuta.



GLOBALE
 

Eppure questo numero che ci ha così poco soddisfatto è sicuramente il migliore degli ultimi usciti. E, incontentabili come siamo, ancora non ci basta. E allora forse sbagliamo noi. O forse no. Torna alla mente un tormentone, già noto: forse DD doveva chiudere con il numero cento. Forse ha già detto tutto quello che doveva dire. Il fantasma di Sandman ammicca.

"Forse DD doveva chiudere con il numero cento. O forse no"
   

Personaggio esaurito? Tematiche esauste? Serbatoio delle idee in riserva? Mah. Sinceramente crediamo che il personaggio non sia finito.

E non solo perché continua a vendere come nessun altro fumetto Bonelli, che questo potrebbe capitare anche sull’onda di un passato glorioso e di una moda che non è morta. Il personaggio ha ancora da dare perché fintanto che la vita di tutti i giorni resta questa, c’è sempre orrore da narrare. C’è sempre un mondo perfetto non così perfetto da descrivere. Forse bisognerebbe solo sentire un po’ più propri i contenuti di questa narrazione. Non manca il modo di narrare, mancano le cose da dire... E cosa deve fare il lettore, sperare che Sclavi torni a stare male per essere di nuovo grande? Che crudeltà. Ma lasciamolo felice, il nostro amato Tiziano. Ci devono essere, da qualche parte, altri autori, meglio se maniaci depressivi non ancora guariti, in grado di immolare se stessi sull’altare delle nostre feroci esigenze di mangiafumetti, affinché si possa compiere la nostra catarsi. O forse no. Forse non ci sono davvero più. E allora, se è così, anche per te, caro Dylan, emerge la pessimistica verità: era meglio morire da piccoli.

 

 


 
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