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La Vita gioca strani scherzi: può scambiare due cartelle cliniche, resuscitare un killer a pagamento, convincere un uomo dell'esistenza di un nemico immaginario... ma, in fondo, che sarà mai? Mica la Morte di nessuno... :-)
Il Dylan di Neanderthal
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La questione è ormai datata e se ne è già dibattuto ampiamente: lo Sclavi sceneggiatore di oggi è innegabilmente un'altra persona rispetto a quella che nel 1986 ha iniziato a psicanalizzarsi pubblicamente sulle pagine di Dylan Dog. La crescita umana e professionale dell'uomo Sclavi è andata di pari passo con la crescita ed il successo del totem Dylan, senza soluzione di continuità. Poi, un bel giorno, improvvisamente, la seduta si interrompe, Dylan finisce il Galeone e si torna tutti a casa, l'adolescente Sclavi è diventato finalmente grande. Dopo lo scossone del n.100, niente è stato più come prima, nè il personaggio, nè, soprattutto, l'autore. Sclavi ha scacciato le sue inquietudini, le ha razionalizzate e ora punta dritto a temi più concreti, socialmente impegnati, fin troppo impegnati. Ma è possibile che un cambiamento così radicale, possa essere avvenuto senza un preavviso, senza che nessun segno potesse restituirci il sentore del mutamento? Bè quel segno io credo oggi di averlo trovato. Concedetemi l'ardita metafora: se l'evoluzione di uno scrittore dall'indubbio talento e dalla complessa personalità come Tiziano Sclavi potesse essere assimilata a quella dell'intera specie umana, in questo momento io potrei sentirmi proprio come Johann Carl Fuhlrott, lo scopritore dello scheletro dell'uomo di Neanderthal, il primo fossile umano che sia stato riconosciuto differente dall'uomo attuale.
Nell'episodio convivono sia gli elementi tipici della "weltanschauung" sclaviana degli esordi (il pessimismo esistenziale dei suoi personaggi, la maschera pirandelliana che ne nasconda una natura spesso mostruosa e lo sdoppiamento di personalità che ne consegue) sia le "stranezze" dello Sclavi attuale, i suoi giochi di parole, le sue geniali invenzioni linguistiche e le spiazzanti sorprese narrative.
Uno straordinario cocktail che rinnova la tradizione citazionistica di Sclavi, pescando a piene mani dal cinema (il finto persecutore Kopperman) dalla cronaca (le associazioni scettiche che smascherano i finti medium) e da sè stesso, auto-prestandosi personaggi (il resuscitato killer Jackal) e giocando con altri (la morte evocata esclusivamente ai fini dell'equivoco narrativo finale). Una vera e propria boccata d'aria per la serie che ormai, tranne poche eccezioni, sopravvive eslcusivamente manierando temi e situazioni ormai stantie, tra una battuta di Groucho, il Mad Doctor di turno, l'idiozia di Jenkins e l'immancabile tirata retorica. Per altre considerazioni, note, citazioni e incongruenze leggete la Scheda della Storia.
E si respira aria di ritorno alle origini anche nei disegni di Nicola Mari che, liberato dalle trame in stile "action movie" di Ruju, ha finalmente la possibilità di utilizzare il suo raffinato bianco e nero per colorare questa storia con i toni del grottesco e dell'inquietudine. L'ambiguità con la quale viene ritratta graficamente la vita (a partire dal modello della morte bergmaniana) è senza precedenti: il personaggio si rivela pian piano, passando da misteriosa presenza muta a regista della sadica burla, ma il malcelato gigno che segna il suo viso potrebbe anche essere scambiato per una smorfia di dolore.
Per l'occasione Stano recupera le sue dirette ascendenze con Egon Schiele, regalandoci una copertina di notevole impatto e che ben si adatta ai toni dell'albo: fascino e repulsione, Eros e Thanatos che si intrecciano in un abbraccio bizzarro e angosciante allo stesso tempo.
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