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" Il battito del tempo"


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"Trilly" chiamò a bassa voce, dopo essersi assicurato che i bambini dormivano. "Trilly, dove sei?" In quel momento ella stava in una brocca, il che le piaceva straordinariamente perché non era mai stata in una brocca prima di allora. "Andiamo, esci di lì e dimmi, se lo sai, dove hanno messo la mia ombra." Gli rispose il più grazioso tintinnio, come di campanelli d’oro.

Peter Pan (James M. Barrie)

Fata triste, fata ferita, fata assassina
recensione di Vincenzo Oliva



TESTI
Sog. e Sce. Michele Medda    

E’ la migliore storia di Dylan Dog ? O di Michele Medda?

La domanda, in realtà, è oziosa. Ad un certo livello l’unica discriminante valida è il puro gusto personale. Non ha senso alcuno tentare di decidere tra storie come questa e "Memorie dall’invisibile" (DD n.19), "Il lungo addio" (DD n.74) o "Finchè morte non vi separi" (DD n.121). O tra questa e "Gli occhi di uno sconosciuto" (Nathan Never n.9), o "Vampyrus" (NN n.26).

L’unica cosa sensata da fare è godersele, dato che per forza di cose non possono essere frequenti.

Medda imbastisce una storia ricchissima, complessa, con la quale rivisita e rielabora in chiave tragica la favola di Peter Pan, trasformandola in un cupo racconto di odii, paure e rancori. Ma soprattutto di disperazione: la disperazione di un gruppo di vecchi che non vuole arrendersi al tempo che avanza, al tempo che uccide i sogni e la fantasia della gioventù. In quei vecchi, i "Bimbi Smarriti" di un tempo, siamo rappresentati un po’ tutti, chi prima e chi dopo, con la paura del tempo che non può essere arrestato nella sua corsa in avanti.

Quei ragazzi invecchiati, però, ci proveranno - accecati dalla loro disperazione, da quelle forze che vengono meno, che si spengono - , ci proveranno rubando l’amore di Campanellino (o Trilly, o Tinker Bell, come la chiama Medda).

"Il battito del tempo è prima di tutto il racconto di una disperazione totale"
   
Lo stupro della fata restituisce in pieno la cifra della disperazione, della follia dei cinque vecchi: nonostante quella prima, idilliaca, presentazione (vedi sopra), Campanellino era dipinta già da J.M. Barrie come un personaggio tutt’altro che dolce. I cinque non avevano alcuno scampo, la giusta furia della fata violentata non avrebbe dato loro quartiere: eppure la disperazione per una vita ormai al tramonto e il desiderio di assaporare ancora le energie, le sensazioni, le emozioni della giovinezza prevalgono. Anche la morte sarà loro sembrata un prezzo onesto per poter riavere indietro, anche per poco, quei momenti di sogno e di fantasia.

Chissà, anche a noi - a molti, almeno - potrebbe sembrare un prezzo onesto.

Dylan interviene nell’indagine sulle morti dei "Bimbi Smarriti" (tornati ragazzi) quando capita in casa sua Mr. Smee. Un Dylan che si ritrova ad essere lui il Peter Pan di questa storia: unico fanciullo, eterno adolescente, in un mondo popolato di adulti; sballottato tra questi adulti, a volte incapace di capire il mondo di questi adulti. Eppure con tutto questo è un Dylan efficace come poche altre volte, forse perché come poche altre volte questo suo tratto di eterna adolescenzialità esce dallo stereotipo per assumere una fisionomia di umanità reale: quanti sono gli eterni adolescenti che popolano il nostro mondo? Una volta tanto Dylan è ritratto come uno di questi eterni adolescenti REALI, e non come una loro variante caricaturale.

Per converso, sarà proprio Peter, simbolo e archetipo di chi rifiuta di crescere, ad accettare di invecchiare consapevolmente: tra le figure maschili è sicuramente quella più matura.

Con lui, Medda ci dà, però, un piccolo amaro avvertimento: viviamo in un mondo dove persino Peter Pan ha rinunciato ai suoi sogni, ai voli, alla fantasia. Ogni bambino è destinato a crescere e diventare adulto, lasciando per la strada i giochi, le speranze, il mondo della fanciullezza: è naturale, anche un po’ triste, ma ancora accettabile. Con quel finale solo apparentemente consolatorio (e "giusto": Peter e Campanellino rientrano nel naturale corso delle cose), però, l’autore ci partecipa di un suo pessimismo di fondo: la fantasia ha sempre meno diritto di cittadinanza nel mondo; stiamo perdendo un pezzo della nostra anima. Non per nulla, infatti, uscendo dall’incantesimo di Campanellino per diventare adulto, Peter "uccide" la sua identità onirica, il signor Avery Maine. E ancora una volta è significativo che l’eterno fanciullo Peter Pan, nei suoi sogni, desse corpo ad un uomo anziano.

"Non c’è più spazio per la fantasia nel mondo"
   

Con non minor cura di quelli maschili, sono delineati anche i due personaggi femminili: Eleanor Rigg, la giornalista amica di Dylan, e, ovviamente, Campanellino.

Michele Medda si affida, attraverso loro, al pragmatismo femminile per mettere la sordina alla melassa buonista che troppo spesso si insinua nelle storie dell’indagatore dell’incubo (cfr. la mia recensione del n.155 "La nuova stirpe"). In due occasioni, a colloquio con loro, Dylan sembra voler partire per una di quelle "prediche" che stanno diventando abituali. In realtà è un gioco di Medda, che prende garbatamente (ma chiaramente) in giro questo andazzo:

(Dylan e Eleanor hanno trascorso insieme una notte d’amore)

  • D.) "Andiamo, Eleanor... non puoi scappare così!"
  • E.) "Come sarebbe non posso? Non fare il bambino! Non sei mica obbligato a chiedere la mia mano e conoscere i miei genitori"
  • D.) "Ma no, non si tratta di questo..."
  • E.) "E di cosa, allora? Abbiamo avuto tutti e due quello che volevamo... tu la tua intervista, io un pezzo da prima pagina, e ce la siamo spassata tutta la notte... sant’Iddio, ma cos’altro vuoi da me?"
Già, cos'accidenti d'altro vuole, Dylan? Eleanor ha ragione: agli adulti capita di fare del sano sesso insieme senza che questo debba implicare altro, senza spandere intorno troppi sentimentalismi, senza che Dylan Dog debba avere il suo, classico, amorazzo mensile.

Un’altra "lezione" Dylan la riceve da Campanellino:

(Campanellino ha appena mostrato/raccontato a Dylan del suo stupro e si appresta a uccidere l’ultimo dei suoi violentatori)

  • C.) "Capisci? Capisci adesso, Dylan?"
  • D.) "Capisco. E’ orribile... ma non hai il diritto di farti giustizia da te... "
  • C.) "Ah, non posso? E cosa avrei dovuto fare? Denunciarli? Andare dalla polizia e dire che cinque vecchi mi avevano stuprata per ritornare bambini?"
  • C.) "Non c'era altro da fare. Hanno detto di non avere scelta..."
  • C.) "... e non l’hanno lasciata a me."
Il sacrosanto sarcasmo della fata colpisce un Dylan Dog che, bel bello, si era messo a farle la morale.

Ruju o lo Sclavi attuale avrebbero fatto replicare Dylan con una lunga filippica sul perdono e le sue qualità terapeutiche, finchè la fata, toccata dalle sue parole si sarebbe pentita e avrebbe perdonato i cinque. Per fortuna non va così.

Per altro, anche il dottor McEwan, lo psichiatra di Smee, aveva strigliato Dylan in precedenza, dicendogli di piantarla di voler vedere tutti i medici come una consorteria di aguzzini dediti al male.

Ma non ci sono, in questa storia, solo personaggi cesellati dall’autore con cura amorevole e una trama che sa far riflettere divertendo, una trama dagli innumerevoli spunti.

C’è la capacità di Michele Medda di giocare da maestro con le parole, di farne assaporare i diversi significati al lettore, c’è un’ironia amara che affiora dai dialoghi, la reinvenzione di una delle più belle favole del nostro secolo, in una storia che non le sfigura accanto. Ci sono storie nella storia di grande effetto: il racconto di Smee sulla "fuga" dall’Isola che non c’è, a tratti poetico, a tratti satirico; morale senza essere predicatorio. C’è il sardonico dialogo tra Dylan e la sua vecchia amica Morte. C’è un incipit tra i più belli che io ricordi in ambito bonelliano (e forse non solo): quei cinque pieni di acciacchi che si preparano a correre dietro a un sogno impossibile, che si trasformerà in incubo. Incipit raddoppiato dal primo interludio con il il signor Maine: lo scorrere lento dei testi di Medda che accompagna il lettore nell’universo straniante dei suoi pensieri, e che sembra davvero battere all’unisono con i rintocchi di una pendola.

Il battito del tempo è il titolo scelto da Medda per questo suo racconto, ed il tempo - il suo senso, il suo scorrere e arrestarsi - è veramente presente in ogni fibra della storia.



DISEGNI
Luigi Piccatto    

Un tenebroso Piccatto riesce a trasfondere in modo perfetto i densi testi di Medda in tavole che esprimono tutta l’angoscia, l’inquietitudine di questa storia dura, solo falsamente consolatoria, una storia spietata per certi versi.

Soprattutto, Piccatto rende al meglio le atmosfere della protagonista muta dell’albo: Londra. L’artista è al suo meglio nel dare vita propria alle scene notturne, a quelle nebbie gravide di paure, intessendovi un senso di attesa del peggio in agguato.

Gli ambienti "recitano" accanto ai personaggi (ad es., nella sequenza del racconto di Smee, Piccatto riesce a comunicare il senso di abbandono ma anche di rassegnata accettazione per la fine di un mondo), amplificando il tono "nero" del racconto, aggiungendovi un’ulteriore dimensione ossessiva, che il disegnatore ottiene con un sapiente uso dei bianchi e dei neri, corposi ed energici (la grande vignetta con Dylan e la Morte a pag.90 ne è un bel saggio, con le due figure nere al centro, circondate da un biancore livido e morboso, spezzato dai pinnacoli di roccia).

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Dylan e la morte
disegno di Luigi Piccatto - (c)1999 SBE

Molto espressivi anche la gran parte dei personaggi. Spicca certamente Campanellino; in particolar modo è da segnalare l’incisività con cui Piccatto scinde nella fata il suo aspetto notturno di furia vendicatrice - quando appare in pieno come un essere inumano e distante (ma tuttavia passionale) - dalla solarità con cui ce la mostra nella sua incarnazione umana: Gwyneth Clementina Saville.

E Piccatto infonde la vita in queste sue figurette di carta con ogni mezzo: non solo l’espressività di quei volti ora perplessi, ora furiosi, ora sereni, ora terrorizzati; egli usa la gestualità, certe posture del corpo (la calma ieratica in ogni gesto di Avery Maine; Smee alle pagg.25/30, nel primo incontro con Dylan; Campanellino alle pagg.61/62, nel primo incontro con Dylan; la lunga sequenza intermittente della caccia di Campanellino ai suoi ultimi violentatori; il confronto tra Dylan e la morte).

"Piccatto ha ormai raggiunto lo splendore della piena maturità"
   
Tutte piccole cose, prese una per una; ma insieme costruiscono una storia compiutamente riuscita.

Dopo l’ottima prova fornita recentemente in Magico Vento n.23 "Gli spietati", Piccatto conferma con questo albo di aver raggiunto la piena (ed eccellente) maturità dei propri mezzi espressivi; e di essere un interprete quanto mai adatto per storie drammatiche, cupe, dalle tinte forti. A parte occasioni speciali come questo n.154 (che Medda sembra davvero aver scritto per far risaltare al meglio le sue qualità), Magico Vento sembra oggi offrirgli possibilità più adatte che non Dylan Dog.



GLOBALE
 

Giacché la perfezione non è di questo mondo, anche una storia pregevolissima come questa ha qualche sbavatura, per altro di scarsa rilevanza.

Forse, è persino un sollievo trovarne! :-)

Ecco, allora, che ci si rende conto che il segno di Piccatto si fa, occasionalmente, appena troppo oscuro perfino per una storia così cupa (l’incubo di Smee all’ospedale, pag.20 o certi interni della casa di Dylan poche pagine dopo; un Dylan un po’ rigido nella vignetta dell’addio di Eleanor); o che, a volte, Medda sembra indulgere ad un certo autocompiacimento per la sua bravura nel giocare con le parole.

Difetti minimi, comunque. Dispiace, invece, di vedere per questa storia una delle più banali copertine disegnate da Angelo Stano. Quella nave barocca sullo sfondo, quel - rigido, incongruo (e irriconoscibile) Uncino che campeggia appena dietro un Dylan stupito (ma qualcuno aveva detto a Stano che il pirata praticamente non c’era nella storia?): nulla che lasci minimamente immaginare la drammatica storia dell’albo.

"Ora aspettiamo una prova così convincente di Michele Medda anche sulle pagine di Nathan Never!"
   
Detto della letterista, Ileana Colombo, che merita una giusta menzione per il bel lavoro fatto sul racconto di Smee, resta solo da esprimere un rammarico: perché Michele Medda, che con questa storia ha ribadito (non che ce ne fosse bisogno, in realtà) di essere autore di vaglia, ha riservato questo exploit a Dylan Dog e non al personaggio anche da lui creato: Nathan Never? Non che ci si debba lamentare del fatto, ma, di questi tempi, l’agente Alfa ha più bisogno dell’indagatore dell’incubo di storie a questo livello.

 

 


 
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