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Sog. e
Sce. Tiziano Sclavi
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Con che "testa" bisogna giudicare questo numero centoquarantatrè?
Con quella di aver letto uno dei lavori dell'ultimo Sclavi, quello (più) "socialmente
impegnato", per intenderci, o di aver goduto di un racconto surreale alla "Dopo mezzanotte" (n.26),chicca della produzione brillante del Tiziano nazionale?
Dopo la lettura, la sensazione è di trovarsi dinanzi ad un ibrido non
molto ben riuscito. Vediamo di analizzare il perché di questa affermazione.
Si parte col preparare la (molta) carne per la grigliata: si presentano sul
palcoscenico un bel po' di personaggi coprotagonisti. Si inizia con la
famigliola (!) del piccolo Lamby, padre e madre tosicodipendenti, per
passare poi al terrorista internazionale Shaum, all'enigmatico anziano sputasentenze,
all'infermiera "vittima" predestinata di Dylan, alla sensitiva Popchick, all'operaio Luck,
al prete scomunicato. Per finire con una spruzzatina di vecchie conoscenze come
Jenkins e la signora Trelkovsky. Insomma un cast bello folto, ottimo
per una commediola degli equivoci. Il problema è che i vari protagonisti
sono scarsamente individualizzati, soprattutto per lo standard di Sclavi.
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Uno dei fattori che agiscono a livellare i personaggi è l'abilità di
ciascuno di loro di fare battute "alla Sclavi"
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Uno dei fattori che agiscono a livellare i personaggi è l'abilità di
ciascuno di loro nel fare battute "alla Sclavi". Dicesi "battuta alla Sclavi"
frase ironica con retrogusto amaro-esistenzialista.
Inoltre molte delle battute e dei dialogi risultano eccessivamente
retorici, raggiungendo il culmine con il "E noi alla morte rispondiamo
con la vita" che Dylan rivolge alla crocerossina Dany dopo che
quest'ultima aveva fatto gentilmente notare il proprio ribrezzo nel fare l'amore su
di un letto che aveva ospitato un fresco defunto.
Eccesso opposto troviamo nella caratterizzazione di Jenkins, personaggio troppo estremo per
poter reggere la scena per più di tre tavole. Proporre quindi per pagine
intere il suo comportamento surreale, non più fine a se stesso ma parte
attiva della storia, lo rende prevedibile e persino fastidioso per l'eccessiva carica
di nonsense.
Peccati veniali dunque, di feeling. Operazione alchemica uscita a metà,
quella di mediare l'impegnato con il faceto. Ad equilibrare il tutto però
sembrerebbe bastare l'atmosfera. Maestro Sclavi nello spiegare
il background della storia ai disegnatori, "imponendo" sensazioni e paure
che la vista dell'ambientazione deve infondere; maestro Casertano nel
rendere queste cose impalpabili, con il sapiente uso delle sue oramai
famose distorsioni grafiche: il risultato non può che essere eccelso. Il
lettore si ritrova intrappolato nell'universo ristretto del reparto
d'ospedale; le espressione di coloro i quali tentano di uscire od entrare
da quel luogo impossibile già bastano al lettore per provare un senso
d'angoscia e di impotenza.
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A rovinare il tutto però arriva la macignata del finale alla Walt Disney...
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A rovinare il tutto però arriva la macignata del finale alla Walt Disney (con
tanto di frame circolari in cui i personaggi chiosano l'avventura). Con tutto
il rispetto che ha un vecchio lettore dei mitici Topolino & co., il
the end demenziale proposto da Sclavi sembra davvero fuori luogo.
E così purtroppo anche il resto della storia ne viene fuori ridimensionato.
Da segnalare, come guest star nel numero, Gesù in persona, che si esibisce
in un mirabile dialogo con il disperato prete satanico ("... E MI PARLI PROPRIO ORA?!"),
in una sorta di caricatura dell'analoga situazione di "Marcellino pane e vino".
Per le varie curiosità vi rimandiamo alla Scheda della Storia.
  

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Giampiero Casertano
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Come dice giustamente il redattore in seconda di copertina dell'albo,
lettori dylanaiti tranquillizzatevi: Giampiero Casertano, autore di incubi
capolavoro quali "Memorie dall'invisibile" (n.19) e "La casa degli uomini perduti" (sp5) è ancora tra la schiera dei disegnatori di Dylan Dog.
La sua escursione sulle pagine di Napoleone (n.5) pare
infatti essere stata un una tantum. Però il tratto del nostro questa volta non soddisfa
pienamente, viste le pause che si concede nel mezzo migliaio di vignette
da lui disegnate. Si parte subito malaccio con la prima pagina, in cui il viso
del povero bimbo, anche se martoriato di botte, pare eccessivamente gonfio e
deformato (soprattuto rispetto al resto del corpo). Altri primi piani assolutamente
non convincenti sono quelli dell'anziano a pag.11, ritratto quasi a "figura egizia" e
un mazzetto di visi della Trelkovsky (pagg.16, 28, 73, quest'ultimo addirittura "bertuccesco"!).
Le restanti tavole sono invece tra li buono e l'eccelso, con un girotondo di espressioni,
giochi di luce e distorsioni davvero mirabile (un esempio tra tutti: la scena del "lancio" di
Dylan, pag.53).
  

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Bella copertina, che ritrae un Diavolo davvero inquietante che ha deciso
di banchettare col povero Dylan. Colori molto azzeccati e tratto molto
tridimensionale.
La recensione è più lunga del solito, quindi mi pare superfluo aggiungere
altro: mix promettente anche se un po' forzato che naufraga in un finale
esageratamente demenziale.
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