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" Lassù qualcuno ci chiama"

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Ma che accidenti di lingua parli?
recensione di Francesco Manetti

Un messaggio dallo spazio...C'è qualche alieno che vuol finalmente comunicare con noi? O la verità va cercata piuttosto in un tranquillo villaggio del Galles?



TESTI
Sog. e Sce. Tiziano Sclavi    

Si conclude con questo albo la "trilogia ufologica" di Sclavi e Brindisi, iniziata con "Terrore dall'infinito" (n.61) e proseguita con "Quando cadono le stelle" (n.131). Malgrado alcuni elementi e personaggi ricorrano in tutti e tre gli albi, essi possono essere letti anche indipendentemente gli uni dagli altri, raccontando tre differenti storie.

Il vero legame fra i tre albi, infatti, è dato essenzialmente non tanto dalla trattazione di una medesima tematica (il contatto con presunte entità extraterrestri), quanto dal modo con cui viene affrontata questa tematica, ovvero da un approccio diciamo così "poetico" che si è intensificato di albo in albo.

nel cosmo esiste un aldilà laico, dove continua a "pulsare" l'anima di chi muore
   

In "Terrore dall'infinito" l'extraterrestre Chocky era un illusorio (?) compagno di giochi grazie al quale il piccolo Whitty evadeva da una amara realtà famigliare. In "Quando cadono le stelle" gli "ufini" viaggiavano su astronavi "fatte di latta e carta stagnola" (n.131, pag.87). In "Lassù qualcuno ci chiama" Sclavi, ispirandosi ad un brano del libro di Carlo Maria Martini e di Umberto Eco "In cosa crede chi non crede?" (brano citato nelle ultime pagine dell'albo), immagina che nel cosmo esista una specie di "aldilà laico" dove continua a "pulsare" l'anima di chi muore.

Il punto di forza di questo albo consiste dunque nel suo intenso finale, quando il semiologo Humbert Coe scopre per l'appunto che il segnale captato dal radiotelescopio di Highhill non è un messaggio inviato da qualche mondo lontano, bensì il testo di una antica poesia celtica trasmessa dall'"anima" di una bambina gallese morta pochi mesi prima.

Ma l'albo è godibile anche per molti altri motivi. Per la suspence che riesce a creare. Per il modo col quale sono delineati i personaggi di Humbert Coe (dichiaratamente ricalcato sulla figura di Umberto Eco) e di Juliet. Per la suggestione che ci offrono le considerazioni sulla lingua madre dell'umanità e sulla pluralità di lingue del mondo. Ed anche, perché no, perché una volta tanto Dylan si innamora non della solita bellona disegnata da Freghieri ;-), ma di una donna delle pulizie in là con gli anni, un po' sovrappeso e non molto affascinante (ma bella dentro!, come si suol dire...).

Un po' verbose, però, alcune tavole e forse un po' fastidioso l'eccessivo "buonismo" di molti dialoghi nei quali viene presa posizione, in maniera abbastanza stereotipata, contro l'intolleranza e il rifiuto del diverso (vedi ad esempio quel che dicono Coe a pag.41 e Juliet alle pag.51, 65 e 71). Ma in questo caso la questione è soggettiva: alcuni amano, nelle storie di Dylan, proprio questo aspetto (basti pensare al successo di "Johnny Freak", n.81); altri lo detestano. Io sono fra questi ultimi, ma in questo caso sarò... buono ;-) e farò un'eccezione...



DISEGNI
Bruno Brindisi    

Un Brindisi sempre più abile riesce a valorizzare pienamente il testo di Sclavi. Si pensi al finale, quando la spiegazione di Coe si alterna a tavole nelle quali Juliet, salita sulla sommità dell'Anam Fìor, percepisce la presenza di sua figlia: il modo col quale Brindisi tratteggia il volto radioso di Eilidh contribuisce in maniera determinante alla poeticità di questa conclusione.

Ben rese anche le svariate espressioni dei personaggi, in particolar modo dei tre personaggi principali (Dylan, Juliet e Coe), così come le scene notturne (che molti altri disegnatori di casa Bonelli hanno il difetto di inchiostrare eccessivamente) e le "scenografie". Da ammirare l'attenzione per il dettaglio e ancor più il fatto che questa attenzione non appesantisca affatto le vignette, sempre perfettamente leggibili.

Eh sì, adesso che Roi passerà probabilmente a Brendon (avete visto l'anteprima delle sue tavole? No?? Eccole qua) e che Freghieri si è un po' adagiato sul suo solito tratto (vedi la recensione ad "Ananga", n.133) Brindisi si appresta probabilmente a diventare il disegnatore di punta della testata (se già non lo è diventato).

Da notare, inoltre, che la copertina di Stano è praticamente identica, fatta eccezione per la presenza in primo piano di Dylan, alla maxi-vignetta di pag.14.



GLOBALE
 

Un ottimo albo, in definitiva, senz'altro uno dei migliori da quando (più o meno dal n.90 in su) le storie di Dylan tendono a farsi sempre più ripetitive e/o drammaticamente insulse.

A voler cercare qualche difetto si potrebbe dire che l'omaggio a Umberto Eco è un po' troppo smaccato. Ma, anche se così fosse, resta il fatto che sia Eco che le sue riflessioni sulla lingua madre dell'umanità sono ben trasposte nel personaggio di Coe.

Il vero difetto dell'albo consiste piuttosto, a mio parere, nel modo col quale Sclavi inserisce il generale Scott (già comparso nel n.131) e le forze militari nella storia, come faccio notare alla voce "Incongruenze" della scheda.

Ps: complimenti anche a Diana Rocchi per il lettering.
 

 


 
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