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Darkwood Monitor

Anno II, N.6
Aprile 1999

copertina

Le mura di Jericho
di Moreno Burattini .
Quarta parte

5. Il giorno del giudizio

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"Lo sceriffo aprì la porta della cella e fece portare fuori Percival, legato ai polsi, verso la forca che lo attendeva in fondo alla Main Street." (disegno di Massimo Pesce)
L'aula del processo era stata ricavata nel saloon di Jericho. Lo stesso dove Buzz era entrato a far vedere in giro la taglia dell'uomo a cui dava la caccia. Dove Zagor gli aveva dato una lezione, gettandolo fuori nella polvere. Dove Groove aveva osservato la scena in silenzio, da un angolo buio. Adesso i tavoli che ingombravano la sala erano stati spostati e ammassati proprio in quell'angolo, tranne due, che erano serviti al giudice Samson per appoggiarci sopra le carte da esaminare e allo sceriffo Reilly per tenerci dietro Percival March, seduto e ammanettato. Nel mezzo al locale erano state disposte le sedie per il pubblico, e su tutte si era seduto qualcuno, anzi, in molti avevano dovuto restare in piedi. In una cittadina di frontiera come Jericho non capitavano molte occasioni di divertimento, e un processo garantiva uno spettacolo da non perdere. Soprattutto un processo per omicidio destinato a concludersi, c'era da scommetterci, con la condanna a morte dell'imputato. L'impiccagione che sarebbe seguita di lì a un giorno avrebbe garantito uno spettacolo ancora più divertente, e probabilmente ci sarebbero stati ancora più spettatori. Adesso però, il giudice non era seduto dietro il suo tavolo, e alcune sedie erano vuote, lasciate libere dagli occupanti andati a sgranchirsi le gambe e a sciacquarsi la bocca al banco del bar. La giuria era riunita in sala di consiglio, se così si poteva chiamare il magazzino sul retro dove si erano chiuse le dieci persone, scelte dal giudice e dallo sceriffo fra i cittadini di Jericho che potevano dare maggiori garanzie di imparzialità e ragionevolezza. Un'impresa, trovarne dieci.
Percival March, a sedere dietro il tavolo dello sceriffo, accanto a Reilly, e aveva il busto inclinato in avanti e la faccia nascosta fra le mani, che gliela sorreggevano puntando i gomiti sul ripiano. La testa dell'uomo era ancora fasciata per le ferite che si era procurato nella caduta, quella per cui aveva perso la memoria. Rhoda March le sedeva accanto dall'altro lato, e gli parlava sottovoce, cercando di rincuorarlo.
- Andrà bene, Percy,,, vedrai! -
- Non hai visto le facce che avevano, i giurati, quando si sono riuniti in consiglio? Mi avrebbero impiccato con le loro mani, se avessero potuto! - sibilò l'uomo - E poi... io stesso non so che cosa pensare... se non ci fossi tu a sostenere il contrario penserei di averlo ucciso davvero, quel Buzz! -
- Non hai potuto difenderti solo perché non ricordi nulla... dovranno pur tener conto di questo! Non possono impiccarti prima che tu abbia ritrovato la memoria, e aver dato la tua versione dei fatti, Percy! -
- Possono e lo faranno, Rhoda... sono convinti che io stia fingendo! -
- E come? Non vedono che tu guardi me e i nostri figli come se fossimo degli estranei? Nessuno potrebbe fingere in questo modo! -
- Io non so niente di te e dei ragazzi, Rhoda... vi ho visti la prima volta quando ho riaperto gli occhi dopo la caduta in quel burrone... però sono contento di averti accanto a me, adesso. -
Negli occhi dell'uomo stava brillando una lacrima, indecisa se limitarsi a inumidire le ciglia o scivolare silenziosa lungo le guance rasate.
Rhoda gli strinse il braccio, e gli sussurrò:
- Anche se i giurati ti dichiarassero colpevole e il giudice ti condannasse a morte, c'è sempre una speranza... Zagor! -
- Mi hai parlato di lui... ma non so chi sia... né che cosa possa fare per me! -
- E' partito per le montagne, in cerca dei Sauk che tu hai rammentato mentre deliravi... scoprirà qual che è successo e tornerà in tempo per salvarti, vedrai! -
Sam Reilly, lo sceriffo, era rimasto in silenzio ad ascoltare la conversazione, e qui sospirò. Anche a lui sarebbe piaciuto sapere che fine aveva fatto Zagor. E di sicuro avrebbe piacere anche Cico, il messicano, che lo stava aspettando con impazienza fuori del saloon, seduto a guardare verso le montagne in attesa di vederlo ritornare.
In quel momento la porta del retrobottega si aprì, e i giurati ne fecero capolino. Un brusio percorse la sala. Il pubblicò si affrettò a riprendere posto sulle sedie, o a guadagnare posizioni davanti agli altri. Il giudice, che era salito in una stanza al piano di sopra in attesa del verdetto, richiamato con due colpi di nocca sulla porta da Seth Kolbe, il barman, si affrettò a scendere le scale e a raggiungere il suo tavolo. Solo quando fu seduto al suo posto, i giurati ripresero la loro posizione e gli si schierarono sulla destra, davanti alle sedie che avevano riservate. Percival March rialzata la testa, guardava impassibile davanti a sé. Reilly però notò che le mani gli tremavano e aveva le tempie imperlate di sudore freddo. Rhoda era tornata a sedere fra il pubblico, in prima fila. Samson batté due colpi di martello sul tavolo, sedando il brusio della sala. Poi si rivolse alla giuria:
- I giurati hanno raggiunto un verdetto unanime? -
Il presidente della giuria era il doc di Jericho. Si schiarì la voce prima di rispondere.
- Sì, vostro onore. -
- Dichiarate l'imputato innocente o colpevole? -
Di nuovo una schiarita di voce.
- Colpevole, vostro onore. -

Dentro la loggia più grande del villaggio indiano, Zagor era seduto a gambe incrociate davanti a un pellerossa dal volto rugoso e abbronzato, con addosso un mantello di pelle di cervo e sul petto un collare di lontra arricchito da una collana di artigli d'orso. In testa, un turbante piumato. In mano, una lunga pipa che emanava un fumo acre. Il capo Sauk aveva cominciato a fumare subito dopo aver accolto lo Spirito con la Scure nel suo wigwam, e mai aveva offerto una boccata né a Zagor né agli altri maggiorenti della tribù radunati con lui. Al fumo della pipa si aggiungeva quello di un fuoco di braci su cui bolliva un liquido dal colore indefinito, un infuso di erbe aromatiche che invece tutti i presenti avevano ricevuto, servito in una piccola ciotola di legno. Sia per l'affollamento che per il fumo, l'aria all'interno della capanna era irrespirabile. Zagor ci era abituato, ma non molti bianchi avrebbero potuto resisterci per più di dieci minuti filati. - Dunque quando i Sauk hanno trovato i corpi dei due guerrieri, uno di loro era ancora vivo? - chiese lo Spirito con la Scure per essere certo di aver ben compreso quello che Kyyo'Kaga gli aveva appena detto. Per lui il problema non era tanto capire le lingue e i dialetti indiani, quanto decifrare ciò che il sakem dei Sauk aveva borbottato senza togliersi la pipa di bocca. Kyyo'Kaga annui con la testa, e proseguì:
- Il più giovane, Hakawada, era stato ferito al petto... il più anziano invece, colpito alla testa, era già morto. Ma anche Hakawada non è vissuto a lungo, dopo che l'abbiamo riportato al villaggio. -
- Siete riusciti a parlargli? -
- Ha potuto dire solo poche parole. -
- Ha raccontato chi lo ha ucciso? -
- Sì. Un uomo bianco, dalla folta barba. Per questo i Sauk hanno cercato la vendetta scendendo sul sentiero di guerra contro i visi pallidi. -
- E per questo avete attaccato me . -
- Chi ti ha attaccato non ti aveva riconosciuto. Il nome delle Spirito con la Scure è rispettato dai Sauk. -
- Perché l'uomo bianco con la folta barba ha ucciso due del tuo popolo? -
- I due erano usciti a caccia. Hanno trovato una grotta in cui a volte si rifugiano gli orsi. Sono entrati a controllare se ce ne fossero. Ci hanno trovato un bianco legato, prigioniero. L'uomo ha chiesto loro di essere liberato. Loro lo hanno fatto, e il bianco si è allontanato. -
- Hakawada ha descritto il bianco trovato prigioniero? -
- Ha detto solo che aveva una lunga barba anche lui. -
- Ma non era lo stesso che poi ha ucciso Hakawada e il suo compagno. -
- No... ho fatto anch'io questa domanda. Erano due uomini diversi. - - Poi che cosa è successo? -
- Il prigioniero se ne è andato... poco dopo è spuntato l'altro, che se l'è presa con i Sauk per averlo liberato. -
- Dunque chi ha ucciso i Sauk era lo stesso che ha imprigionato l'altro bianco nella grotta. -
- E' così... un uomo malvagio, che ha sfogato la sua rabbia contro di noi! -
Zagor sospirò. La storia si era fatta più chiara. Ma c'era ancora qualcosa che non tornava. In ogni caso, aveva elementi per impedire che Percival March fosse impiccato. Forse Buzz non l'aveva ucciso lui.

A Jericho le condanne venivano eseguite il giorno dopo la sentenza. Era una tradizione che Sam Reilly aveva ereditato quando era stato eletto sceriffo, e non aveva mai trovato nessun valido motivo per imporre alla cittadinanza un cambiamento. Nel suo ufficio c'era solo una cella, e sarebbe stato inutile tenere occupata per troppo tempo. E anche penoso: perché torturare per settimane un condannato comunque destinato al capestro? Meglio togliere subito il pensiero, sia ai cittadini che al morto ambulante. Con gli anni, la gente aveva finito per affezionarsi a questa consuetudine, che era diventata una norma ferrea. Se la condanna era alla galera, il giorno dopo la sentenza il neo galeotto partiva verso la destinazione stabilita dal giudice. Se era al capestro, tempo ventiquattr'ore e il tipo penzolava dalla forca. Reilly non avrebbe potuto imporre un'eccezione alla regola senza rischiare la stella. A dire il vero, questa volta gli sarebbe piaciuto rimandare. Non perché non fosse convinto che March meritasse la forca. Diavolo, nonostante le lacrime della moglie, aveva ucciso Buzz e Groove. Però Zagor non era ancora tornato e non gli piaceva l'idea che tornasse a cose fatte. Valutò per un po' l'opportunità di spiegare alla cittadinanza che si doveva aspettare. Poi si convinse che non gli conveniva. Non per un caso come quello, dove i dubbi sulla colpevolezza del condannato erano pari a zero. E dove la gente avrebbe potuto dire (e l'avrebbe detto) che Reilly indugiava solo per fare un piacere a un suo amico. O perché si era lasciato commuovere dai piagnistei di una moglie e dei suoi figli. Perciò lo sceriffo affrontò prima Cico, che scosse la testa senza ribattere alcunché, poi Rhoda March, che nascose la faccia fra le mani iniziando a singhiozzare. Quindi aprì la porta della cella e fece portare fuori Percival, legato ai polsi, verso la forca che lo attendeva in fondo alla Main Street.

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"Zagor cavalcava spingendo il cavallo al galoppo, al massimo dell'andatura" (disegno di Massimo Pesce)

Zagor cavalcava spingendo il cavallo al galoppo, al massimo dell'andatura. Era riuscito a convincere i Sauk che Wes Groove, l'assassino dei due pellerossa, aveva già pagato con la vita il suo delitto, finendo sfracellato in fondo a un burrone. Kyyo'Kaga aveva convenuto con lui che se i suoi guerrieri avessero ucciso per vendetta altri bianchi, avrebbero colpito solo vittime innocenti, che a loro volta avrebbero richiamato sui Sauk la vendetta di altri bianchi, in una spirale di violenza di cui non era possibile immaginare l'ampiezza. Lo Spirito con la Scure aveva dormito al villaggio perché la notte ormai incombeva sulle montagne, e il mattino successivo si era rimesso subito in viaggio. Adesso era quasi in vista di Jericho. Si aspettava di vederne le mura da un momento all'altro. Continuava a rimuginare su tutta la vicenda. Percival March era innocente, non c'era dubbi. I dubbi invece restavano su un altro particolare... qualcosa che Zagor non riusciva a spiegarsi.

Il condannato non gridava, mentre gli mettevano il capestro attorno al collo. Altri lo facevano, scalciavano, si divincolavano come ossessi, dovevano essere legati e trattenuti come cavalli imbizzarriti. Percival March piangeva in silenzio. A gridare era Rhoda, in prima fila, davanti alla folla radunata per lo spettacolo. Cico la teneva per un braccio, cercando si sostenerla.
- Non potete... non potete impiccare un uomo senza memoria! ...Non prima che si sia ricordato che io sono sua moglie... che abbiamo due bambini! ...Non potete ucciderlo se prima non ci ha baciato e abbracciato! -
Sam Reilly sospirava, lì accanto, pregando che tutto finisse nel più breve tempo possibile, confortato solo dal pensiero che almeno i due ragazzi erano rimasti in albergo e non avrebbero assistito all'esecuzione.
Il boia, ruolo che da sempre a Jericho era rivestito dal becchino della città, prima di infilargli il cappuccio in testa chiese a March se volesse dire qualcosa. Percival, con gli occhi smarriti, fissò Rhoda.
- Non mi ricordo chi sei... - disse, quasi balbettando - ...ma ti ringrazio per ciò che hai fatto per me! -
Il boia gli coprì la testa con un piccolo sacco di tela nera. - Vi prego... fatemelo abbracciare un'ultima volta! - gemette Rhoda. Il boia guardò lo sceriffo, che annuì con un cenno della testa. Cico lasciò il braccio della donna, che fu aiutata a salire sul palco dell'esecuzione. Rhoda strinse il marito e le sussurrò qualcosa in un orecchio, sotto il cappuccio. Il condannato sembrò agitarsi. Rhoda, con il volto nascosto fra le mani, scese e tornò accanto a Cico e a Reilly. Fu a questo punto che Percival cominciò a divincolarsi e a gridare. Non era ben chiaro che cosa dicesse, con il cappuccio che gli infagottava la testa. Ma nessuno ci fece caso. Tutti i condannati gridano e si divincolano mentre il boia gli mette il capestro attorno alla gola.
Zagor arrivò al galoppo fra le prime case dell'abitato. Spronava il cavallo a correre come una furia. Adesso aveva capito la verità. L'incredibile verità! Qualcosa di sconvolgente, di quasi impossibile a credersi. Non c'era nessuno per le strade. Erano tutti ad assistere all'esecuzione. Zagor vide la folla radunata attorno alla tragica sagoma della forca, sullo sfondo davanti a lui.
- Fermatevi! - gridò. Ma nessuno lo sentì.
Il boia aprì la botola.
La corda si tese. Si udì uno schiocco, come un colpo di frusta. Era il collo di Percival March che si spezzava.
L'uomo non scalciò neppure. Rimase appeso, immobile, dondolando come un pendolo.
Rhoda lo fissò impietrita.
La gente cominciò a disperdersi. Zagor poté fendere la folla senza problemi. Arrivò a cavallo accanto a Sam Reilly, a Rhoda e a Cico. Nessuno gli disse niente, lo guardarono scendere di sella senza fare parola. Attorno a loro non c'era nessuno. Il becchino avrebbe portato via il cadavere solo il giorno successivo, e ora stava andando al saloon a bere qualcosa, come la maggior parte degli uomini che si erano radunati attorno al capestro.
Zagor gettò uno sguardo all'impiccato, poi si rivolse a Rhoda.
- Perché l'avete fatto? - chiese.
- Avete capito tutto? - rispose Rhoda, senza troppa sorpresa.
- Capito che cosa? - Sbottò lo sceriffo sgranando gli occhi.
- I Sauk mi hanno detto che sia vostro marito che Wes Groove portavano la barba. - disse Zagor, continuando a fissare Rhoda con aria cupa, ignorando Reilly - Mi sono chiesto a lungo perché invece l'uomo che ci avete presentato come vostro marito fosse stato rasato con cura. Delirava in preda alla febbre, scuoteva la testa, era difficile persino imboccarlo per dargli da mangiare... eppure voi gli avete fatto la barba, Rhoda. Rischiando di ferirlo, visto che non era in grado di collaborare. Senza attendere che stesse meglio, se proprio desideravate rasarlo nonostante che la barba la portasse da tempo e mai avesse pensato, spontaneamente, di tagliarsela. -
Cico e Reilly si guardarono perplessi.
- Ma che cosa diavolo...? - Balbettò lo sceriffo.
Rhoda abbassò lo sguardo. Zagor continuò:
- C'è una sola spiegazione possibile: l'uomo che avete rasato non era vostro marito. Era Wes Groove! -
Cico e Reilly sgranarono gli occhi increduli, come folgorati.
- Per tutti i baffi della mia famiglia! - esclamò il messicano - Ma allora, il cadavere sfracellato in fondo al burrone...? -
- Quello era il vero Percival March. - rispose Zagor - Groove l'aveva tenuto prigioniero in una grotta, come avevo sospettato... e come mi hanno confermato i Sauk. Gli indiani lo hanno liberato e lui è tornato dalla famiglia. Ma a questo punto... forse è il caso che continuate voi a raccontare, Rhoda. -
La donna alzò la faccia e guardò Zagor. Gli occhi erano arrossati ma non piangeva più.
- Avete ragione, Zagor. - disse, con voce tremante ma senza esitazioni - Percival era tornato da poco, mi aveva raccontato della sua prigionia e di come Groove aveva organizzato un piano per accusarlo della morta di Buzz e far salire la taglia sulla sua testa. Poi Groove ci raggiunse. Lui e mio marito lottarono. Nel duello sul ciglio del burrone, a sfracellarsi fu proprio Percival. Groove aveva battuto la testa e perso la memoria. Lo soccorsi e lo portai al carro. Non sapevo bene che cosa fare... ma volevo fargliela pagare non appena fosse stato cosciente. Volevo che si rendesse conto che aveva ucciso mio marito e che io avrei ucciso lui! Volevo si rendesse conto che stava per morire per mano mia! -
Cico si grattò la testa. Sam Reilly sospirò. Zagor disse:
- Continuate. -
- Da sola non sarei riuscita a recuperare il cadavere di mio marito in fondo al burrone... neppure con l'aiuto dei bambini. Percival rimase laggiù, in attesa che qualcuno venisse ad aiutarmi... sapevo che lo sceriffo prima o poi sarebbe venuto. Se volevo uccidere Groove dovevo farlo prima che voi lo vedeste vivo, Reilly. Però Groove delirava e non c'erano segni che l'amnesia stesse per passargli. E io invece volevo che sapesse. Così mi venne un'idea. Percival e Groove avevano entrambi la barba. La caduta aveva sfracellato i lineamenti di Percival. Mi sono calata nel burrone e ho messo a mio marito gli abiti del suo assassino. Sapevo che lo sceriffo aveva visto Groove solo per pochi minuti... probabilmente ricordava come era vestito e che aveva la barba, niente di più. Riconoscendo gli stessi abiti e notando la barba anche sul morto, lo sceriffo avrebbe avuto motivo di dubitare che il morto non fosse il cacciatore di taglie. -
Lo sceriffo strinse le labbra come se avesse assaggiato un limone particolarmente agro.
- E' vero... - annuì - La faccia era sfracellata... ho riconosciuto Groove solo per l'abbigliamento e la barba. -
- Nessuno, a Jericho, aveva mai visto Percival di persona - continuò Rhoda - Sull'avviso di taglia aveva la barba, e se avessi rasato Groove nessuno lo avrebbe riconosciuto. Lo rivestii con gli abiti di mio marito, e lo rasai. Senza la barba, il suo volto cambiò aspetto. Tutti avrebbero potuto benissimo credere che fosse mio marito. E di fronte alla moglie e ai figli che piangono per lo smemorato, perché dubitare che quello fosse il loro caro? -
- I vostri figli erano d'accordo, dunque. -
- Li ho convinti io, spiegando che era l'unico modo per vendicare il loro papà ed evitare che anch'io finissi sotto processo per omicidio. A uccidere Groove ci avrebbe pensato la legge. Io avrei potuto continuare a occuparmi di loro. E in ogni caso, li ho sempre tenuti lontani dal processo e non hanno assistito neppure all'esecuzione.-
- Avete scommesso sul fatto che Groove non recuperasse la memoria. -
- Sì. E ho avuto ragione. -
- Insomma, avete trovato il modo di far pagare a Groove per il suo complotto senza sporcarvi le mani. - disse lo sceriffo - E Groove è caduto vittima della sua stessa trappola. In fondo, ha pagato per un delitto che ha davvero commesso lui. Avete avuto un sangue freddo davvero straordinario a portare fino in fondo il vostro piano. -
Cico sgranò gli occhi intuendo qualcos'altro, e chiese a Rhoda:
- Allora è questo che gli avete detto in un orecchio, quando lo avete abbracciato sul patibolo? ...Che lui era Wes Groove e non Percival March? -
- Sì... ho fatto quello che avevo in animo di fare fin da quando lo ho soccorso la prima volta... fargli sapere che stava per morire per mano mia... e che avrebbe pagato con la vita per aver ucciso mio marito! -
- Ecco perché ha cominciato a divincolare e gridare mentre gli mettevano il capestro attorno al collo... mentre prima appariva rassegnato. - Concluse Reilly. Poi lo sceriffo sospirò di nuovo e si rivolse a Zagor.
- E adesso che cosa facciamo? -
Zagor si voltò a fissare il corpo di Groove che pendeva dalla forca. - Non lo so, sceriffo. Non mi sento di approvare il comportamento di Rhoda. Però è vero che March era innocente e Groove colpevole. -
Rhoda si abbottonò il corpetto che le si era aperto un po'. Poi disse:
- Sono a vostra disposizione, sceriffo. Non fuggirò. Lasciatemi solo andare dai miei figli. Vi attendo in albergo. Verrete a dirmi che cosa avete deciso di fare di me. -
La donna si voltò, e si incamminò verso l'albergo. La strada era quasi deserta.
Zagor, Cico e Reilly la guardarono. Nessuno disse niente.
Il vento della sera cominciò a spazzare la Main Street.

Fine

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