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Darkwood Monitor

Anno II, N.5
Novembre 1998

copertina

Le mura di Jericho
di Moreno Burattini .
Terza parte Quinta parte

4. Sul piede di guerra

Zagor guardò di nuovo Percival seduto sul pagliericcio della cella, con lo sguardo basso verso il pavimento, il busto chino piegato in avanti, le braccia appoggiate sulle ginocchia, la mani intrecciate e poi lasciate penzoloni.
L'uomo aveva lo sguardo perso, più che sperduto. La faccia quasi era senza espressione, sotto la vistosa fasciatura alla testa.

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"Zagor guardò di nuovo Percival seduto sul pagliericcio della cella, con lo sguardo basso verso il pavimento" (disegno di Massimo Pesce)

I singhiozzi di Rhoda scossero lo Spirito con la Scure e lo fecero voltare verso l'ufficio dello sceriffo, da dove provenivano. Zagor percorse il piccolo corridoio e si affacciò nella stanza, dove Sam Reilly sedeva dietro la sua scrivania, intento a redigere un verbale d'arresto pieno di cancellature e di macchie d'inchiostro. Cico, in piedi accanto a lui, guardava quel che l'altro scriveva, arricciando il naso con aria critica Rhoda March piangeva su una panca appoggiata contro la parete.
- I vostri figli devono ancora mangiare? - Chiese Zagor, rivolgendosi alla donna.
- Gli daranno il pranzo in albergo. - Rispose Rhoda, alzando lo sguardo luccicante. Poi si asciugò gli occhi con il fazzoletto che teneva raggomitolato in una mano. Con quello si soffiò anche il naso. E quindi domandò a Zagor:
- Perché non gli torna la memoria? _Quando si ricorderà chi è.. e chi sono ? -
- Non lo so. - Replicò Zagor - Dei casi come quello di vostro marito, si dice che se la memoria non torna subito dopo è difficile sperare in un recupero veloce. E sono già passati quattro giorni. -
- Fra due c'è il processo... Percival deve potersi difendere! Dire che cosa è successo, che non è stato lui a uccidere quel Buzz. -
- Le prove però ci sono, signora March... - sbottò lo sceriffo alzando il volto e fermando la penna sul foglio - ...e visto che Buzz era un bounty killer e vostro marito fuggiva con un avviso di taglia sulla testa, c'è anche il movente! -
Reilly tornò ad abbassare gli occhi sul verbale e vide che dove aveva fermato la penna si era depositata una bolla d'inchiostro. Sentì Cico trattenere a stento una risatina e si voltò a fulminarlo con uno sguardo.
Rhoda raggomitolò di nuovo il fazzoletto nel pugno, stringendolo fino a farsi diventare rosse le dita.
- La taglia avrebbero dovuto metterla su mister Kaplan. - Sibilò la donna.
- Chi è mister Kaplan? - Chiese Zagor avvicinandosi.
- Il proprietario della farmacia dove Percival lavorava come commesso, a Chicago... - rispose Rhoda - o meglio, dove lavorava come schiavo. Kaplan era dispotico, un vero aguzzino! Sfruttava mio marito in ogni modo, gli dava una paga umiliante facendola pesare però come un'elemosina... ci ha costretti alla fame per anni! -
Una lacrima silenziosa e solitaria scivolò, calda, sulla guancia sinistra della donna.
- Potevate andarvene altrove. - Commentò lo sceriffo.
- Credete che non ci abbiamo pensato? Era il nostro sogno. Ma il più piccolo dei miei figli è stata a lungo ammalato. Kaplan ci passava le medicine per curarlo, usandole come mezzo per trattenere Percival con sé. -
- Perché gli interessava tanto? -
- Era un commesso esperto, abile nei dosaggi e nella confezione dei preparati_ Kaplan non avrebbe potuto sostituirlo tanto facilmente, eppure poteva servirsene per un tozzo di pane! -
- Se vostro marito era così bravo, avrebbe potuto trovarsi un'altra farmacia dove lavorare. -
- A Chicago, nel suo ambiente, Kaplan dettava legge_ nessun altro farmacista avrebbe assunto Percival, mettendosi contro di lui!
- Capisco. Una situazione senza uscita. -
- Quando il bambino è guarito, abbiamo deciso di lasciare la città... volevamo aprire una farmacia tutta nostra in qualche posto della frontiera. Ma per farlo, ci servivano dei soldi. E non li avevamo. -
- E allora vostro marito li ha rubati a Kaplan . -
- Si è soltanto ripreso gli arretrati delle paghe che Kaplan avrebbe dovuto dargli e non ha fatto. -
Lo sceriffo fermò di nuovo la penna e guardò ancora la donna.
- In ogni caso, fra due giorni non lo processeranno per quel furto, ma per omicidio. - disse. E sul foglio gocciolò un'altra macchia di inchiostro.
- Buzz non l'ha ucciso lui... e Groove è caduto da solo nel burrone. - Replicò Rhoda.
Zagor si stava massaggiando il mento, pensieroso, ascoltando. Smise di farlo e disse, rivolto verso Reilly:
- Questo lo credo anch'io, Sam. L'ho già detto... March non si è certo buttato di sotto per uccidere il suo avversario. Sono caduti giù tutti e due a causa del buio... senza accorgersi del pericolo. - Zagor fece una pausa, come per pensarci bene prima di parlare ancora, e poi soggiunse - E se devo essere sincero, comincio ad avere dei dubbi anche sulla morte di Buzz. -
Lo sceriffo fece un sobbalzo così violento che un ginocchio gli urtò contro il tavolo. Il calamaio si rovesciò e l'inchiostro colò sul verbale.
- Che cosa vuoi dire? - Chiese Reilly sgranando gli occhi.
Anche Cico parve sorpreso.
- Che Buzz potrebbe davvero non averlo ucciso Percival. - Rispose Zagor.
- Questa poi! - Sbottò il messicano - Nonostante tutte gli indizi? -
- Già_ proprio perché potrebbero essere stati seminati da qualcuno. -
- Da chi? -
- Da Groove, per esempio. -
Rhoda March guardò Zagor con occhi spiritati. Reilly rialzò il calamaio ma non si accorse che l'inchiostro, dopo essere colato sul tavolo gli stava gocciolando sui pantaloni. Cico si grattò la testa, perplesso.
- Ascoltatemi... - spiegò lo Spirito con la Scure - ...non dico che le cose siano andate proprio così, ma voglio proporvi una ricostruzione dei fatti diversa da quella che abbiamo data per buona finora. -
- Sentiamo. - Sospirò lo sceriffo.
- C'è qualcosa che non è chiaro, e sono le mezze frasi balbettate da Percival durante il delirio. Ve le ricordate, no? -
- Sì. Farfugliava di una grotta e di certi indiani. -
- Esatto. Ora, noi non sappiamo dove March è stato durante il periodo in cui lo abbiamo cercato senza trovarlo da nessuna parte_ prima di ricomparire con Groove alle calcagna. Giusto? -
- Giusto. E tu lo sai? -
- Potrebbe essere stato prigioniero in una grotta, da dove lo hanno liberato gli indiani_ come ha cercato di dirci. -
- Prigioniero? -
- Già... - proseguì Zagor - ...tenuto là dentro da Groove, che pensava di consegnarlo allo sceriffo solo dopo che la taglia fosse aumentata al punto giusto. E per farla aumentare magari ha ucciso Buzz trovando il modo di far incolpare Percival. Gli indiani gli hanno rotto le uova nel paniere, e gli è toccato inseguire la preda fuggita dalla gabbia... facendo poi la fine che sappiamo. -
- Troppo complicato! - Sbottò lo sceriffo, dando un pugno sul tavolo che fece traballare di nuovo il calamaio. Che non schizzò inchiostro solo perché era già vuoto - Non dico che sia impossibile, ma perché devi andare a pensare una cosa del genere quando c'è una spiegazione molto più semplice che sta in piedi alla perfezione? -
- Per un motivo ben preciso. - Rispose Zagor - Perché sono convinto che abbia ragione Rhoda, quando dice che suo marito è stato accusato di essere un ladro, ma di certo non è un assassino! -

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"si ergevamo lugubri catafalchi di pali sottili, erti a sorreggere il giaciglio per alcune decine di cadaveri" (disegno di Massimo Pesce)

Il villaggio dei Sauk sorgeva in riva a un torrente. Le capanne erano logge coperte di stuoie di canne e di cortecce. Alcune, avevano sul davanti delle tettoie di canniccio. Fra le costruzioni non si vedeva nessuno. Guerrieri, squaw e bambini sembravano scomparsi, come se il luogo fosse stato abbandonato. Ma il vento portava grida, pianti e lamenti. Venivano da un canalone non distante, più a valle, dopo che il torrente aveva fatto due anse. Lì sorgeva il cimitero della tribù. Fra grandi rocce aspre e asciutte, al riparo di una scogliera scoscesa e fuori della portata delle piene del corso d'acqua si ergevamo lugubri catafalchi di pali sottili, erti a sorreggere il giaciglio per alcune decine di cadaveri avvolti in pelli corrose dal tempo, molte così macilente da lasciare scoperti quasi per intero gli scheletri dei morti più antichi. Due catafalchi appena costruiti esponevano invece due corpi appena composti dentro mantelli, fasce e turbanti stretti attorno a membra che non si sarebbero mai più mosse.
Una piccola folla silente faceva da cornice al pianto ostentato di alcune donne: una madre, due mogli, due figlie, che si strappavano i capelli e si graffiavano le guance e le mani, gridando e gemendo.
Un pellerossa robusto, non più giovane, dal volto rugoso bruciato dal sole, con sulle spalle un mantello di pelle di cervo, sul petto un collare di pelo di lontra con una collana di artigli d'orso cucita sopra, e un turbante piumato in testa, interruppe la pantomima con un solenne gesto del braccio.
- Che i Sauk ascoltino Kyyo'Kaga, il loro capo! - Disse.
Un diffuso brusio prima si sollevò sommesso, poi crebbe come un'onda in prossimità della spiaggia, poi si infranse, sfumò in un sussurro e si spense.
- Il sangue di due nostri guerrieri grida vendetta presso gli dei! - disse, o meglio, proclamò l'uomo con il turbante piumato. I guerrieri più vicini annuirono con la testa. Kyoo'Kaga guardò verso i catafalchi dove giacevano i cadaveri che le donne piangevano, ispirò profondamente come per avere polmoni più pieni e dare maggiore sonorità al suo discorso, poi proseguì:
- Il Grande Spirito non tornerà a mostrarsi benevolo verso il popolo Sauk finché i ragni bianchi non avranno pagato caro il loro gesto! -
I Ragni, Vé'ho'e, così molti i Sauk chiamavano gli europei fin dai tempi dei loro primi contatti con gli invasori della loro terra. Non era un dispregiativo, inventato per sottolineare la velenosità o l'insidiosità dei nuovi venuti. Era piuttosto un complimento. Tutti i pellerossa ritenevano il ragno una creatura abile, ingegnosa, astuta: e i mercanti di pelli francesi in cui per primi si imbatterono avevano cose che nessun indiano aveva mai visto prima: trappole, specchi, orologi, lampade. Erano abili, ingegnosi e astuti proprio come i ragni che sanno costruire complicatissime ragnatele che imprigionano gli altri insetti mentre loro vi camminano sopra senza danno. Gli uomini bianchi divennero così i Vé'ho'e. Peccato che fra le cose che sapevano costruire ci fossero anche i bastoni tonanti, le armi da fuoco. Le stesse che avevano ucciso il giovane guerriero e il vecchio cacciatore.
- Nessun Sauk avrà pace fino a quando l'assassino dei nostri fratelli non sarà stato scalpato... e la sua capigliatura esposta su una lunga asta piantata al centro del nostro villaggio! E se non avremo la sua, la sostituiremo con quella di altri ragni, tutti quelli che attraverseranno il nostro territorio fino a quando i corpi sui catafalchi non avranno finito di consumarsi! -
Kyyo'Kaga pronunciò le ultime parole con l'enfasi dovuta a una dichiarazione di guerra. I Sauk la interpretarono proprio in questo senso. Le grida si levarono al cielo come scagliate dalle braccia tese che agitavano le lance.

Zagor non era un cavaliere eccezionale. Non perché non ne avesse i numeri, solo che non gli capitava frequentemente di cavalcare. La sua capanna sorgeva su un isolotto al centro di una palude chiamata Mo-hi-la, ovverosia "terra tremante". Gli indiani, che chiamavano Zagor lo "Spirito con la Scure", consideravano quel luogo come il regno degli spettri e si guardavano bene dall'avvicinarsi. In più, chi non conosceva alla perfezione il percorso da fare per guadare l'acqua attorno all'isolotto rischiava di sprofondare nelle sabbie mobili. Quasi impossibile muoversi a cavallo, lì attorno: così lo Spirito con la Scure non ne aveva uno suo. La palude, poi, era il cuore della sterminata foresta di Darkwood, luogo selvaggio coperto da un intrico di alberi fittissimi, accidentato da montagne e burroni: spostarsi in canoa o a piedi spesso era più semplice che trascinare un quadrupede su e giù per le scarpate scoscese o in mezzo al folto sottobosco. Solo là dove la foresta si diradava, allargandosi in ampie radure che finivano per aprirsi verso le grandi praterie, solo là si poteva usare il cavallo con evidente vantaggio. Per questo Zagor cavalcava poco. Adesso però lo faceva. Non c'erano foreste attorno a Jericho, le alture erano spoglie e i cavalli potevano percorrerle lungo stretti sentieri disegnati dagli zoccoli di quelli che andavano e venivano verso o dalla città. Come nei giorni precedenti, il cavallo glielo aveva prestato Sam Reilly. Questa volta, a dire il vero, un po' a malincuore. Lo sceriffo aveva storto la bocca all'annuncio di Zagor che sarebbe partito verso il villaggio dei Sauk.
- Vuoi andare nel territorio degli indiani? - Aveva chiesto Reilly sgranando gli occhi.
- Sì. I pellerossa rammentati da March nel suo delirio non possono essere che Sauk. Ci sono solo loro su queste montagne. Mi farò dire se sanno niente di una certa grotta e di un uomo che vi era dentro. -
- Sei pazzo! Ti stai attaccando al farfugliamento di un uomo che ha battuto la testa al punto da aver perso la memoria_ te ne rendi conto? -
- Appunto. Non può difendersi da solo. Qualcuno deve farlo al posto suo. -
- Il processo ci sarà fra due giorni_ è già stato stabilito e io non ho il potere di rimandarlo!-
- Due giorni mi basteranno. -
Reilly si era passato una mano sulla fronte sudata, usando il sudore per ungersi i capelli come se fosse stato brillantina. E si era voltato con veemenza verso Cico.
- Cico! Convincilo tu, che sta facendo una stupidaggine! -
- Io? E' una vita che cerco di farlo ragionare, ma fa sempre di testa sua! La stupidaggine l'ho fatta io quando ho accettato di fargli da segretario. -
Lo sceriffo aveva fatto un grugnito.
- Sei un dannato testone, Zagor! Io... -
- Tu prestami il cavallo, e non pensarci più! -
Quando era salito in sella, prima di spronare la cavalcatura verso le montagne, Zagor aveva salutato con un gesto Cico e lo sceriffo, poi il suo sguardo si era fermato sulla finestra dell'ufficio. C'era Rhoda March a guardarlo attraverso i vetri. Impassibile, silenziosa, ma con occhi pieni di gratitudine.
Quegli occhi lo Spirito con la Scure li ricordava ancora, mentre entrava nelle terre dei Sauk, spingendo il cavallo ad attraversare il torrente che ne segnava il confine. I Sauk non erano una tribù particolarmente bellicosa. Zagor sperava di venire accolto amichevolmente. Però, mentre cavalcava fra gli alberi di una piccola macchia attraversata dalla pista, provò all'improvviso una strana sensazione di pericolo. Gli capitava, a volte, di avere percezioni del genere. E di rado, per non dire mai, gli giungevano a sproposito.
C'era qualcosa che non andava. Una minaccia in agguato.
Zagor guardò attentamente attorno a sé. Sentì l'aria sibilare e si abbassò istintivamente di lato, quasi gettandosi giù da cavallo, per schivare una freccia diretta verso di lui.
- Per mille scalpi! - esclamò Zagor, portando la mano a impugnare la scure.
Da due diversi alberi davanti a lui, sei o sette guerrieri Sauk saltavano giù con le armi in mano. Due avevano gli archi, altri dei tomahawk, altri le lance, solo uno imbracciava il fucile. Una lancia fu scagliata non contro di lui, ma contro il cavallo: per appiedarlo e impedirgli di fuggire, evidentemente. Zagor però aveva già in pugno la scure. Fu con quella che riuscì a colpire al volo l'asta in arrivo, sibilante, e a deviarla al suolo.
Il cavallo si impennò, imbizzarrito. Nitrì sonoramente, spaventato dalle grida dei pellerossa. Zagor non tentò neppure di calmarlo, saltò giù e lasciò che fuggisse. Comunque fosse andata a lui, almeno l'animale avrebbe salvato la pelle.
Mentre saltava, una nuova freccia lo prese di mira e lui la schivò, gettandosi a terra. Il pellerossa con il fucile gli sparò verso il suolo dove si trovava. Zagor si rotolò appena in tempo per evitare di essere impiombato. Poi allungò il braccio e scagliò la scure verso l'indiano, colpendolo in piena fronte e facendolo cadere a terra assieme al suo fucile. Uno dei Sauk gli era scivolato alle spalle, e da lì, gridando, gli saltò addosso alzando il tomahawk. Zagor se ne accorse, gli bloccò il braccio armato e lo fece volare sopra di sé, piombandolo a terra davanti ai propri piedi. Si chinò e lo sollevò facendosene scudo.
- Fermatevi, fratelli rossi! - Gridò, in perfetto dialetto Sauk.
Un po' per la sorpresa di sentirsi apostrofare nella loro lingua, un po' per la paura di colpire il proprio compagno, un po' per il tono perentorio della voce stentorea dello Spirito con la Scure, i pellerossa esitarono, con le armi in mano puntate verso Zagor.
- Nessuno di voi mi conosce? Sono Za-gor-te-nay, amico dei popoli rossi di Darkwood! E vengo in pace! -
Uno dei Sauk si voltò verso i compagni.
- Woah! Za-gor-te-nay... lo Spirito con la Scure!-
Uno degli altri indiani abbassò la lancia di cui era armato.
- E' vero... - ho sentito descrivere il suo costume, e a lungo parlare d lui!-

Quinta parte

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