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98.11 |
Stagioni di Augusto Francolini Stava nevicando, stava ancora nevicando. Ndiaye accostò le tende e la luce riflessa dal manto nevoso si smorzò lasciando cadere la piccola stanza nella penombra di una precoce serata. Il freddo s'era impadronito degli uomini e delle cose. La casa era composta da tre stanze in tutto e, per quanto gli ambienti fossero di dimensioni modeste, l'unico camino presente non riusciva a produrre sufficiente calore. Ndiaye conosceva bene il fuoco. Suo padre gli aveva insegnato come mantenerlo vivo, come dosarne l'intensità per cucinare la carne. Il segreto consisteva nel riuscire a dorare e rendere croccante l'esterno, nel momento in cui l'interno era ancora tenero e ricco di sapore. Sembrava facile a vedersi ma imparò a sue spese, mangiando pezzi di carne talmente duri da non riuscire a tagliare con i denti, od altri ancora impastati di sangue, quanto fosse importante la qualità del fuoco. A fronte di tutti gli insegnamenti c'era stata una prima lezione molto semplice. Una volta acceso, il fuoco ha bisogno d'aria e di legna per continuare, così come non nasce dal nulla, del nulla non può alimentarsi. Questo lontano ricordo riportò Ndiaye alla realtà. Gli ultimi due ciocchi si stavano consumando, doveva uscire a cercarne altri; doveva affrontare la neve. Aveva sempre pensato ai quei candidi fiocchi come ad una magia, una magia a cui lui non avrebbe mai assistito. Prima di muoversi si preparò del tea. Lo bevve lentamente, rapito da sporadiche lingue di fuoco che, proiettandosi verso l'alto, s'infrangevano contro un'invisibile parete trasformandosi in un'illusione di stelle cadenti. S'infilò gli stivali ed indossò il giaccone che si era cucito da solo, aprì la porta e la luce dell'immenso oceano bianco lo colpì in pieno volto facendogli socchiudere gli occhi. Mosse i primi passi aiutandosi con un lungo bastone che utilizzava per saggiare il terreno. Nonostante questo accorgimento sprofondò nella neve, dopo pochi metri, fin sopra le ginocchia. Il cielo si era trasformato in un infinito lenzuolo grigio, tutt'intorno a lui era bianco ed immobile, privo di qualsiasi forma di vita. Non avrebbe trovato punti di riferimento per proseguire, ne, tanto meno, per tornare, tranne, forse, le sue stesse impronte. Si sentiva come all'interno di un dipinto in cui ad un unico personaggio era sto dato il privilegio dell'animazione. Camminò per alcuni minuti e quasi subito gli stivali si rivelarono del tutto inutili. Erano troppo bassi e la neve vi s'infilava in continuazione, se fosse stato scalzo non avrebbe fatto alcuna differenza. Si voltò per guardare la casa e si rese conto che era già poco più di un'ombra alle sue spalle. Sicuramente aveva percorso solo poche decine di metri ma non sarebbe andato oltre. Perdere quell'unico riferimento sarebbe equivalso al suicidio, e poi cosa sperava di trovare? Legna da ardere sotto un metro di neve? No, meglio aspettare e non correre rischi, prima o poi il bel tempo sarebbe tornato. Si mosse, con un piede toccò una superficie irregolare e la certezza di avere trovato qualcosa lo folgorò come una rivelazione. Si gettò a terra ed iniziò a scavare come un forsennato. La neve gli restava attaccata al corpo, diventato un puzzle tridimensionale composto da migliaia di cristalli bianchi. Finalmente lo vide. L'animale era morto da tempo ma il freddo aveva conservato il leone in perfette condizioni. Ndiaye passò la mano sulla criniera e quel contatto gli ricordò quando, da bambino, si divertiva ad accarezzare i ricci. A colpi d'ascia riuscì a far saltare via piccoli pezzi di carne; il cibo non era meno importante della legna. Lasciò il bastone come segnale, sperando di ritrovare il punto giusto, e tornò sui suoi passi. Forse le fantasie di Ndiaye si erano realizzate fin troppo. Prima di chiudersi la porta alle spalle scrutò l'orizzonte e pensò che, dopo tutto, la savana era più bella prima che la "grande nevicata" iniziasse. Stava nevicando, stava ancora nevicando. |