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X-Lost

come i fumetti t'aggiustano la tv
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X-Lost
 


X-Lost

X-Lost!

Attenzione! Avvertenza: l’articolo non contiene alcuno spoiler rispetto al punto di narrazione della serie raggiunto dalla RAI. Ma se siete ancora alla prima serie...

Che senso ha, oggi come oggi, parlare di arte maggiore o arte minore? Nell’epoca della riproducibilità industriale dell’opera d’arte ha sempre meno senso una sua iscrizione in una categoria come quella di prodotto di arte maggiore o prodotto di arte minore. Del resto, la più popolare di tutte le arti oggi come oggi, e al contempo quella che più sembra in grado di parlare alla sensibilità dell’uomo moderno, è la decima, il cinema, che invero ha poco più di cento anni e in questo breve arco di tempo ha appunto annullato questa distinzione: il cinema di Chaplin non è "minore" di quello di Bergman...

Nel medesimo tempo, chi oggi come oggi riveli un qualche talento artistico, sempre meno spesso lo applica in quelle ritenute le Arti maggiori. Oggi come oggi, chi disegna bene non farà il pittore: si dedicherà alla computer graphic, magari per la realizzazione di un film, o forse anche di un videogioco...

Non esprimiamo, ovviamente, un giudizio critico, ma costatiamo uno stato di cose. E ne tiriamo le conseguenze. E le conseguenze sono che il nostro medium preferito, il fumetto, ha da tempo raggiunto dignità di forma d’arte. E questo a dispetto di chi, ignorando, nega. E questo indipendentemente dalla cosiddetta crisi di mercato, dato che il valore artistico a volte non viene riconosciuto dal grande pubblico.

Ma della dignità del fumetto come forma d’arte, della profondità dei suoi meccanismi narrativi, della ricchezza delle sue strutture seriali, dell’ampiezza delle sue strategie di coinvolgimento, si è ben accorto, ormai da tempo, qualsiasi professionista della scrittura. Sosteniamo che gli scrittori di altri media sempre più spesso si "ispirino" a situazioni, soggetti, ma soprattutto a tecniche di scrittura tipicamente fumettistiche. Ci piace ricordare Unbreakable di Shyamalan come una sorta di apripista, ma i casi sono molteplici: da Straczjinski, sceneggiatore che decide di scrivere fumetti, ai fratelli Wachowski, che farciscono il loro Matrix di situazioni e citazioni fumettistiche. Per non parlare dei fumetti che finiscono in film. Ecco, di questi non vogliamo parlare. Quel che ci preme è proprio sottolineare come le tecniche della narrazione sequenziale siano di stimolo alla creatività di chi scrive per altri media.

Parlando di telefilm, gli esempi abbondano non meno che al cinema. Totalmente fumettistiche sono situazioni come quella di 4400 (che ricorda un po’ anche il Rising Stars del già citato Straczjinski...); ovviamente Smalville, che rende digeribile l’icona Superman; anche un telefilmetto senza pretese (ma onesto) come Streghe, non disdegna le tecniche fumettistiche, e ovviamente non parleremo di Heroes... Ma soprattutto, profondamente fumettistica è la scrittura del telefilm del momento, Lost.

Lost logo
la testata del telefilm

(c) degli aventi diritto

Lost logo<br>la testata del telefilm<br><i>(c) degli aventi diritto</i>

Lost è un capolavoro, una serie scritta in maniera fuori dal comune, coinvolgente, complessa, intelligente, e per quanto riguarda la televisione, originale. Tante devono essere le fonti di ispirazione, i sottotesti, gli stimoli creativi per un lavoro così curato; alcune di queste fonti sono cinematografiche, altre profondamente letterarie, ma noi arriviamo a pensare che in qualche modo Lost deve qualcosa al lavoro di Chris Claremont su X-Men. Intendiamoci: non stiamo dicendo affatto che "Lost copia X-Men". Stiamo parlando di tecniche di scrittura. Strategie comunicative. Modi di narrare. Dunque non stiamo parlando neanche di "strutture" narrative, perché sarebbe troppo facile, da che Vladimir Propp ci ha spiegato che tutte le fiabe riconducono alla stessa morfologia. Questo è vero: però c’è modo e modo di raccontarle. Ecco, lo straordinario percorso narrativo di Lost sembra cogliere qualche influenza dallo straordinario ciclo narrativo di Claremont su X-Men. Ovviamente non mancano altre suggestioni, e chi ha già visto la terza serie giura che Watchmen incomba su tutto il progetto Dharma, ma concentriamoci con ordine su questo primo spunto, dato che ancora non abbiamo visto il prosieguo del serial...

XMen Lost
impressionante, vero?

(c) Marvel Comics

XMen Lost<br>impressionante, vero?<br><i>(c) Marvel Comics</i>

Analizziamo la struttura narrativa di Lost, e partiamo da quanto gli è dovuto: la caratteristica narrativa più evidente (finora) è che ogni puntata è dedicata ad un personaggio e lo sviluppa mostrando in flash back la sua storia. Ecco, l’alternanza tra passato e presente, il doppio filo narrativo, è tipica di Lost. Costituisce la sua interessante novità diegetica, soprattutto a livello di telefilm. Ma l’assunto ulteriore è che i personaggi, anche noti, anche ormai familiari, hanno delle zone d’ombra, dei misteri. Anche dei nostri eroi vi è qualcosa da scoprire. Non sappiamo tutto di loro. E questo è tipico degli X-Men di Claremont. Massimamente Logan (Wolverine), ma anche altri X-Men hanno svelato lati importanti della loro personalità solo dopo il sapiente centellinare di Claremont (perché Tempesta soffre di claustrofobia? Chi è Gambit? Chi è Madeleine Pryor e che rapporto ha con Jean Grey? E così via...). Naturalmente questa tecnica del disvelamento progressivo non è puramente fumettistica, ma sicuramente il fumetto americano, e segnatamente quello di mutanti, ha usato questa strategia in maniera sistematica. Può sembrare poco per istituire una parentela? In realtà è un fatto sostanziale, che riguarda la natura stessa della narrazione, e ne forma inevitabilmente anche i contenuti. Poi vi sono diversi fatti "incidentali", analogie, che si potrebbero considerare residui della memoria di due lettori che sono anche autori; più probabilmente si tratta di "simpatiche coincidenze", che risultano tanto più evidenti quanto più si amano entrambe le serie: se amate sia Lost che X-Men, la cosa vi risulterà evidente e necessaria; se amate solo X-Men vi risulterà estremamente probabile; ma se amate più Lost che X-Men, penserete che si tratti di forzature oziose destituite di ogni fondamento. Non abbiamo la pretesa di stabilire quanto non si può stabilire; semplicemente, ipotizziamo, a partire da un legame certo (Lost-fumetti), un legame forse più che probabile (Lost-X-Men). Un gruppo di personaggi, multietnico, dal passato segreto, dalle peculiarità misteriose, scoperte, ma non troppo, progressivamente, con sapiente alternanza da un personaggio all’altro. Un’ambientazione ostile e carica di segreti. Nemici che rappresentano il nuovo ordine dell’isola contro gli ultimi arrivati, che rappresentano la variazione. (O forse è meglio dire la mutazione...?). Sono gli X-Men di Claremont. Ma è anche Lost. All’epoca del ciclo claremontiano, colpiva la profondità tridimensionale dei suoi personaggi e l’abilità con cui gestiva la narrazione corale, le sottotrame, e l’attenzione prima ad un personaggio poi ad un altro. Cose che ritroviamo in Lost. En passant: mai più nessuno come X-Chris, nemmeno lui stesso, che anche tornando su X-Men anni dopo non è stato più capace di trovare l’alchimia di un tempo.

X-Men All Time
foto di gruppo con mutante

(c) Marvel Comics

X-Men All Time<br>foto di gruppo con mutante<br><i>(c) Marvel Comics</i>

Insomma, anche solo rimanendo alle linee generali della narrazione, le analogie con gli X-Men appaiono forse più che occasionali. Se poi intendiamo spingere il giochino più in là, altri particolari possono se non altro incuriosire: nell’idea originaria, Jack doveva morire nell’episodio pilota. Qualcuno si ricorda di Thunderbird? Locke appare con un bel graffio sull’occhio, come il marchio di Alfiere, o come uno dei molti graffi di Logan. Locke e Logan: al di là del fatto che Locke prende e si alza dalla sua carrozzella (e se non è un fattore rigenerante quello lì...), e che è bravo con i pugnali, come Logan Locke ha un aspetto ambiguo, nei primi episodi della prima serie; esattamente come la definizione del personaggio di Logan non è così scontata. Jack e Scott: eroi tutti di un pezzo, fino a essere un po’ antipatici entrambi... Inoltre, più volte si fa riferimento al fatto che l’isola possa essere "viva". Do you remember Krakoa, l’isola vivente? Inoltre, a notarlo, le donne di Lost hanno una notevole personalità, e non sono esattamente "buone": Kate, ma anche Claire, che venderebbe suo figlio, o Sun, che scapperebbe dal marito. E Tempesta, Rogue, Psylocke, hanno lo stesso fascino da bad girls. Sono sicuramente piccoli elementi del tutto esteriori, e forse del tutto inconsci in chi scriveva la serie, ma denotano quantomeno un’influenza. I fumetti, lungi dall’essere un’arte minore, fanno ormai parte del nostro vissuto, determinano l’immaginario collettivo, costituiscono residui coscienziali che influenzano sostanzialmente il processo creativo. E forse ancora non abbiamo detto tutto, per quanto riguarda il "fumettismo" di Lost: nella prima serie, supereditor è un certo Jeph Loeb. Nella seconda, un certo Paul Dini. Chissà perché J.J. ha scelto proprio loro? E Damon Lindelof, da qualche tempo, si è messo a scrivere fumetti...

Gli X-Men!
Un gruppo nella storia del fumetto

(c) Marvel Comics

Gli X-Men!<br>Un gruppo nella storia del fumetto<br><i>(c) Marvel Comics</i>

Il fatto è che gli scrittori di fumetti sono ottimi scrittori tout-court. In America. Se poi guardiamo il panorama italiano degli ultimi anni, ci rimaniamo male: parlando di scrittori seriali, e fatte salve le solite note eccezioni, impietosamente, emerge troppo spesso l’incapacità di scrivere un dialogo che sia un minimo brillante o credibile, la povertà di spunti narrativi e la mancanza di rielaborazione originale di quei pochi che ci sono. Ma non è colpa dei fumetti. E neanche della playstation. La verità è che scrivere fumetti è difficile come e più che scrivere romanzi. Richiede umiltà, applicazione, professionalità, cose che non si ritrovano comunemente fra i nostri giovani scrittori rampanti, che senza aver fatto palestra esordiscono con serie loro, senza essersi preparati e spesso, tristemente, senza avere molto da dire. A costo di essere cattivi, io li manderei in America, ad imparare. Magari con un bell’aereoplano della Oceanic.

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