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Maus, racconto di un sopravvissuto


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Tragedia collettiva e individuale

Nell'ottica appena descritta, appare evidente la reale ricerca catartica di "Maus": ripercorrendo, analizzando minuziosamente e infine ricreando, seppure nella finzione, la vita di suo padre, Art sperava di trovare finalmente una maniera di capirlo; ma è lui il primo ad ammettere di aver fallito. Si rende conto che è impossibile comprendere a fondo suo padre senza capire quello che ha passato. E man mano che si confronta con la tragedia dei campi di concentramento, si accorge che questo è impossibile. “Nessuno può capire Auschwitz...” dice sconsolato Vladek a pag. 220.

Riflessioni

(c) aventi diritto

Riflessioni<br><i>(c) aventi diritto</i>

Ha ragione. Chi non ha mai provato l’orrore vero sulla sua pelle non riuscirà mai a farsi che una minima idea di quella che doveva essere la vita nel lager per un prigioniero. Il famoso psichiatra Bruno Bettelheim dedica un’intera sezione del suo saggio “Il cuore vigile” a questo argomento. Egli, ebreo austriaco, ha infatti trascorso un intero anno prigioniero nel lager di Buchenvald, ed è riuscito a sopravvivere mantenendo inalterato il proprio sguardo di scienziato e tentando di studiare i mutamenti psicologici a cui venivano sottoposti lui e i suoi compagni di sventura. Nel libro parla di “meccanismo di autodifesa da coercizioni insostenibili in situazioni estreme”, e analizza con grande precisione ogni singolo tipo di reazione. Non è però questo il luogo per trattare diffusamente questo interessantissimo argomento. In sintesi spiccia, e probabilmente poco rispettosa della profondità di questa analisi, è possibile enucleare alcuni punti:

  • le SS cercavano consapevolmente di distruggere ogni individualità dei prigionieri attraverso la sofferenza, in modo da trasformarli in una forza-lavoro tanto docile quanto efficiente. Attuavano questo lavoro con esattezza scientifica, cominciando con le agghiaccianti umiliazioni della “cerimonia dell’iniziazione” e superandosi nella perfetta “economia del terrore” dell’organizzazione della vita del campo;

  • fra i prigionieri alcuni sceglievano di accettare passivamente tutte le costrizioni, annullandosi rapidamente attraverso l’anonimato. Diventavano i “mussulmani”, i morti viventi ; ma riuscivano a sopravvivere qualche mese;

  • altri difendevano strenuamente le propria dignità umana, cercando di mantenere un atteggiamento quanto più possibile dignitoso, arrivando talvolta a ribellarsi. Ma erano incredibilmente pochi e, questo è agghiacciante, erano i primi a morire. E’ il caso del vecchio che troviamo a pag. 206 di "Maus", che non rinuncia mai a lamentarsi con le SS ripetendo che c’è stato un errore, che lui “è un tedesco come loro”. E per questo viene ucciso;

  • altri ancora attuavano una sorta di resistenza passiva: cercavano la maniera di sopravvivere dentro di sé, nelle proprie fantasticherie, nella rievocazione dei propri affetti o delle proprie attività perdute per sempre. Ma spesso questo gli veniva a noia, e finivano anch’essi per diventare dei “mussulmani”. Bettelheim ammette di aver fatto parte di questo gruppo, e afferma di non essere impazzito solo perché era troppo ossessionato ed interessato all’idea di stare impazzendo. Il suo essere psicologo, almeno in quel frangente, lo ha salvato;

  • un ultimo gruppo cercava di adattarsi il più possibile alla vita del campo, impegnando tutte le risorse nella lotta per la sopravvivenza. Ne abbiamo una esempio indimenticabile nella figura dell’astuto e influente Henri in “Se questo è un uomo”. Erano quelli che si dedicavano alle attività clandestine del campo, come il baratto con l’esterno o il furto, erano quelli che arrivavano a riaprirsi le ferite o a fingere di essere malati per rimanere chiusi nel “ka-be”, l’infermeria. Erano quelli che le provavano tutte per diventare lavoratori specializzati all’interno del lager (come fa Primo Levi quando diventa “chimico” e come fa Vladek in più di un’occasione), arrivando a rischiare grosso mentendo. Riuscivano in questo modo a sopravvivere più a lungo e a diventare gli anziani del campo, i “bassi numeri”.

    Spiegelman si rende certamente conto che suo padre era un esponente abbastanza tipico di quest’ultimo gruppo. E riflettendo su questo arriva a sospettare sia sopravvissuto proprio grazie alle sue qualità più sgradevoli: lo spiazzante opportunismo, l’abilità di manovratore, l’intelligenza acuta ma subdola e intrigante.

    In questo libro [Spiegelman] vuole compiere la sua vendetta contro i colpevoli dell’orrore, che hanno distrutto la vita di Anja e Vladek e li hanno resi incapaci di stabilire un rapporto sano e sincero con il figlio.
    Basti vedere quando con notevole sangue freddo si spaccia per stagnaio per ottenere un posto da lavoratore specializzato, o quando si ricicla come calzolaio. Durante la prigionia dà prova di essere un buon amico e un marito coraggioso e sinceramente innamorato, ma non è certo un generoso. E' da sottolineare come sfrutti senza un minimo di rimorso la generosità di Mancie, la coraggiosissima ragazza ungherese che rischia la vita facendo da staffetta fra lui e Anja, o come si comporti nella scena da incubo di pag. 241-242, quando accetta di dar da bere ai compagni morenti solo in cambio di cibo. La cruda verità sta nelle parole di Pavel, il bizzarro e acutissimo analista di Art che incontriamo a pag. 199-201: “Non sono sopravvissuti i migliori. E’ stato tutto casuale.”

    Il concetto viene più volte ribadito da Primo Levi, che sia in “Se questo è un uomo” che ne “I sommersi e i salvati” arriva a parlare di una zona grigia, cioè di una grossa fascia di prigionieri che collaboravano con le SS e svolgevano i lavori più disparati facendo un po’ da sottufficiali e un po’ da tirapiedi. Uno degli aspetti più terrificanti dei lager è proprio la mancanza di una distinzione netta fra le vittime e i carnefici: non dimentichiamo che i kapò erano dei prigionieri, in genere non ebrei, che riuscivano dopo lunghi sforzi a risalire la gerarchia del campo proprio per liberarsi dalla condizione di semplice prigioniero. "Maus" contribuisce a gettare un po’ di luce su questa famigerata figura storica col personaggio del kapò polacco, un uomo violento e brutale ma per nulla stupido, che stringe una sorta di pazzesca amicizia con Vladek.

    La metafora dei sommersi e dei salvati che usa Levi è dunque tragicamente efficace: anche chi non è apertamente venuto a patti con le SS è perseguitato dalla sensazione di essere sopravvissuto salendo sulle spalle di chi era più debole o semplicemente meno fortunato. Confessa in un passo dei suoi libri:

    Come ho potuto sopravvivere ad Auschwitz? Il mio principio è: per prima, per seconda e per terza cosa vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; poi tutti gli altri...

    Prosegue dicendo che nel lager esistevano solo due modi di rapportarsi con gli altri: l’egoismo più assoluto e l’egoismo esteso a chi è più vicino, che chiama anche nosismo. Appare di nuovo evidente che Auschwitz non è stata un’esperienza nobilitante, e l’essere reduci non è qualcosa di cui andare orgogliosi, anzi diviene una fonte di vergogna. Il numero tatuato sul braccio è un marchio indelebile di infamia, che ricorda per sempre al superstite che per un periodo della sua vita è stato un non-uomo, una bestia con otto cifre per nome pronta a calpestare i propri simili pur di sopravvivere. E’ il segno di Caino.

    Sempre lo psichiatra Pavel ipotizza che anche Vladek fosse preda di questi sensi di colpa, che avesse fatto ricadere la sua frustrazione sul mondo che lo circondava, trasformandola in solitario egoismo e nevrosi. Art replica timidamente che questo è possibile, ma nello stesso tempo è consapevole che suo padre era troppo introverso e sfuggente per lasciare trasparire qualcosa. Forse l’unica che lo poteva capire era proprio l’amata moglie, la fragile Anja, la sua unica vera compagna di sventure. Il suicidio di lei era stato un terribile trauma per lui, che aveva tentato, fallendo, di costruire un rapporto simile con la seconda moglie Mala, un’altra reduce. Anche i molti che non hanno vissuto il lager provano qualcosa di simile a questo senso di colpa quando si accostano alla tragedia della Shoah. Leggendo storie come “Se questo è un uomo” o "Maus" siamo presi da sensazioni differenti. La prima reazione è l’orrore; la seconda l’incredulità e il rifiuto. Per terza subentra proprio la vergogna, che non è tanto diversa da quella che ci viene resa da Primo Levi quando ne “La tregua” descrive i soldati americani che hanno appena liberato il campo:

    Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava loro le bocche e teneva i loro occhi avvinti allo scenario funereo.

    L’impressione è che dopo la degradazione dei lager l’umanità non possa più essere la stessa; si è sporcata, si è corrotta. Non ha più senso fare tutte le cose belle che si facevano prima: “Dopo Auschwitz non si può più fare poesia”. Si apre anche un solco profondissimo in quelle che erano le più salde convinzioni: “C’è Auschwitz, quindi non ci può essere un Dio”. Queste visioni sconsolate della realtà sono comuni a molti scrittori che hanno vissuto sulla loro pelle l’orrore: è dopo aver preso parte all’immane carneficina della guerra in Normandia che il giovane William Golding sviluppò la sua teoria dell’uomo come creatura decaduta e intrinsecamente malvagia.

    La tragedia di Auschwitz

    (c) aventi diritto

    La tragedia di Auschwitz<br><i>(c) aventi diritto</i>

    E’ proprio con questa terribile idea che Spiegelman si trova a confrontarsi. Cosmopolita autentico e attentissimo spettatore della situazione mondiale, esprime tutta la sua amarezza quando fa dire a Pavel: “Guarda quanti libri sono stati scritti sull’Olocausto. A che pro? La gente non è cambiata… Forse ha bisogno di un altro Olocausto, più grande.” Sinistra profezia, considerando come si è aperto questo secolo. Tuttavia Art non intende rassegnarsi di fronte a questa tragica consapevolezza, e proprio per questo ha deciso di scrivere "Maus". Ha voluto trovare una maniera – la “sua” maniera, quella del fumetto – per infrangere l’orribile paralisi che provocavano in lui l’idea della Shoah e l’amaro ricordo di suo padre, morto di malattia nel 1986 a 78 anni.

    In questo libro vuole compiere la sua vendetta contro i colpevoli dell’orrore, che hanno distrutto la vita di Anja e Vladek e li hanno resi incapaci di stabilire un rapporto sano e sincero con il figlio. Persino sul letto di morte Vladek si congeda da Artie chiamandolo Richieu: forse la scena più straziante di tutto il libro (pag. 292, l’ultima).

    Art scrive fumetti per parlare chiaro con i suoi lettori. Non c’è personaggio, non c’è filtro fra lui e chi legge: il rapporto è diretto, personale, persino brutale.
    "Maus" è la volontà disperata di vivere nonostante tutto, di essere artista, di provare a raccontare ciò che non si può raccontare, di riuscire a “dire l’impossibile attraverso la pietas artistica”, come sottolinea Moni Ovadia. Spiegelman vuole voltare pagina, ma senza dimenticare nulla. Vuole che chi sceglie di raccontare sia capace di affrontare qualsiasi tema senza ipocrisie e con un pizzico di sapiente ironia (basti vedere come prende in giro se stesso e gli “sciacalli mediatici” a pag. 198). "Maus" è dunque un autentico racconto di formazione, dove il vero protagonista, il “sopravvissuto” del sottotitolo, non è Vladek ma Art stesso. Mentre il padre non si è mai davvero salvato ed è rimasto per tutta la vita prigioniero del trauma subito, il figlio è riuscito a sopravvivere affermando la propria identità nella sua arte, riuscendo a superare il suicidio della madre e il tormentato rapporto con il padre. Un uomo contorto, a volte sgradevole, ma al quale non riesce a non volere bene.

    La forza di "Maus" sta nell’eccezionale intensità di questo messaggio, “una visione etica che si fa sostanza grafica” (R. S. Leventhal). Ma anche su un piano interpretativo più semplice, rimane una grande storia, e un capolavoro assoluto dell’arte del fumetto, che mai come in questo caso ha saputo dimostrare tutta la sua vitalità e forza di linguaggio universale.

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