Salta direttamente al contenuto






Maus, racconto di un sopravvissuto


Pagina 1
Pagina 2
Pagina 3
Pagina 4 *
Pagina 5

Pag.4/5 :: Torna a pagina precedente

Il messaggio

L’impatto quasi devastante che "Maus" ha su chi lo legge non è solo derivato dall’uso degli strumenti espressivi: ciò che sorprende è l’esasperata volontà da parte di Spiegelman di far emergere una profonda, forte sincerità d’autore. Art scrive fumetti per parlare chiaro con i suoi lettori. Non c’è personaggio, non c’è filtro fra lui e chi legge: il rapporto è diretto, personale, persino brutale.

Nel libro Artie afferma di voler fare un ritratto “preciso, obiettivo” di suo padre; e in effetti non usa nessun pudore nel descrivere ogni aspetto della sua personalità, senza evitare i lati più sgradevoli. Rifiuta l’idea di fare del genitore un eroe senza macchia, rimanendo coerente con la sua spontanea vena polemica e con il suo coraggioso rifiuto dei luoghi comuni narrativi. Ed ecco che, pagina dopo pagina, ci vengono mostrati tutti i difetti e le manie di Vladek: la caricaturale avarizia, l’insensato razzismo, la conflittuale convivenza con Mala, la seconda moglie, l’ossessione un po’ morbosa del ricordo della prima, Anja, e infine una certa affettuosa insensibilità nel rapporto con il figlio. Appare un certo contrasto tra questo gretto pensionato e l’astutissimo e versatile giovanotto degli anni dell’orrore, ma si scorge anche una base comune, un subdolo opportunismo unito ad un egoismo assoluto. Fatto sta che questo atteggiamento era giustificabile negli anni in cui era in gioco la sopravvivenza (Vladek ha ragione quando esclama: “Tu non capisci! (…) In quel periodo ognuno pensava per sé!”), ma non è assolutamente comprensibile nella tranquilla vita da pensionato, e men che meno nel rapporto con la moglie e con il figlio.

Il primo messaggio che si può cogliere è che la sofferenza non nobilita la vittima, non è una forma di redenzione: essa mortifica, abbrutisce, non permette di apprendere dalla vita. Può portare addirittura a diventare “assassini della memoria”, come ha fatto Vladek quando in un impeto di disperazione ha bruciato tutti i diari dell’amata moglie. Anche Anja non ha imparato nulla dalla sofferenza: pur essendo riuscita a sopravvivere a Birkenau, non ha superato la depressione ed è morta suicida. Una fine senza senso, ma incredibilmente comune a parecchi altri superstiti (Levi e Bettelheim in primis).

In Italia, esistono varie edizioni di "Maus": la prima risale all'inizio degli anni '80, quando la storia è stata pubblicata a fascicoli sulla rivista Linus, in seguito raccolti in due volumi editi da Milano Libri (da tempo fuori catalogo). Del 2000 è l'edizione di Einaudi, in volume unico, con una nuova traduzione. La prima parte di "Maus" è stata ristampata nel 2004 all'interno dei "Classici del fumetto di Repubblica". L'edizione di Einaudi, facilmente reperibile in libreria, rappresenta attualmente la possibilità più agevole per possedere, in lingua italiana, questo capolavoro del fumetto nella sua interezza.

Art è come ossessionato da questa idea, e lo dice apertamente nello splendido colloquio con lo psichiatra all’inizio del secondo libro. Sospetta che suo padre fosse “così” anche prima della terribile esperienza della guerra e ce lo mostra giovane, intento a frugare nell’armadietto dei medicinali della fidanzata, così, per evitare sorprese prima di sposarla. Racconta anche di Lucia, ragazza bella ma povera con cui Vladek aveva avuto una relazione prima di lasciarla per sposare la ricchissima Anja. Va anche fatto notare che nel libro Vladek fa giurare ad Art di non scrivere nulla sulle sue faccende troppo personali perchè “non c’entrano niente con Hitler e l’Olocausto” e perché “non è gentile e non è corretto”. Spiegelman ha evidentemente infranto la promessa, e lascia al lettore il compito di riflettere sulle ragioni di questa scelta.

Tutti questi fattori hanno spinto il critico Mark Cory del Journal of American Culture a definire "Maus" come “il compimento di una feroce e consapevole vendetta sulla figura del padre, che viene evocato nella finzione in tutta la sua complessità di persona. L’autore stesso può così tentare di liberarsi con un procedimento catartico dell’ingombrante fantasma del genitore e della fobia indotta dell’Olocausto”. Sempre Cory aggiunge che Art accusa il padre di aver favorito il suicidio della madre, e di averne distrutto la memoria bruciandone i diari.

Questa teoria del dolce assassinio, vale a dire dell’invettiva travestita da biografia celebrativa, non convince completamente. Prima di tutto anche nella seconda parte di "Maus" proprio Spiegelman afferma velatamente di non aver provato alcun piacere catartico nello scrivere il libro. In effetti "Maus" non è affatto un’opera rassicurante e in grado di purificare attraverso la forza tragica della vicenda: nella conclusione non lascia certezze, non ci sono personaggi che spiegano la misteriosa ragione della sofferenza. La spiegazione è molto semplice: l’orrore della Shoah sta tutto nella sua mancanza di senso, nel suo essere una gigantesca follia collettiva.

Art e Vladek
la quarta di copertina dell'edizione italiana

(c) aventi diritto

Art e Vladek<br>la quarta di copertina dell'edizione italiana<br><i>(c) aventi diritto</i>

Inoltre, analizzando con un minimo di profondità il rapporto tra Art e Vladek ci rendiamo conto che non si tratta solo di un complesso edipico rabbiosamente represso, ma di una situazione dalla complessità kafkiana. Vladek ha parecchi punti in comune con la famosa figura del padre kafkiano: è un uomo di forte personalità, insensibile e prepotente. In un certo senso è anch’egli “gretto e divino”, perché pur essendo solo un vecchiaccio ebreo pieno di manie (“E’ diventato uno stereotipo”, dice lo stesso Art), prova sempre a manipolare subdolamente il figlio adulto e riesce spesso fargli fare quello che vuole. Artie non odia suo padre, e non fa nemmeno troppi sforzi per opporsi alla sua prepotenza. Le ragioni del suo complesso di inferiorità sono nel fatto che nonostante tutto nutre una sconfinata ammirazione per lui, soprattutto per il suo essere sopravissuto ad Auschwitz. Si chiede continuamente cosa avrebbe fatto al suo posto; e pare convinto che non ce l’avrebbe fatta. Si sente un erede indegno.

Colpisce in questo rapporto l’assoluta mancanza di comunicazione fra i due. Ce ne accorgiamo quando Vladek butta via a tradimento il vecchio cappotto di Art, che non riesce a reagire e se ne va senza quasi protestare, e quando il padre, pensando di far piacere al figlio, fa un riferimento senza senso a Walt Disney: è evidente che non si è mai interessato al lavoro di Artie. Questa situazione doveva essere insopportabile per un autore come Spiegelman, che è così attento alla forza comunicativa delle sue produzioni. La mancanza di dialogo con entrambi i suoi genitori doveva tormentarlo al punto da fargli provare invidia per Richieu, il fratello che non aveva mai conosciuto perché morto in tempo di guerra, ma che sentiva più vicino ai suoi di quanto non fosse lui. A tutto questo si aggiungono i sensi di colpa per il suicidio della madre, che vengono descritti con una violenza e un’efficacia senza pari nel fumetto breve “Prigioniero sul pianeta inferno”, che è riportato integralmente a pag. 98-101.


Pag.4/5 :: Continua nella pagina successiva

Condividi questa pagina...