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" Lostville"

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Bang!

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Per tutti Voi, Eroi dei fumetti, che desiderate ritemprarvi dopo le dure battaglie in edicola, si consiglia un soggiorno di tutto riposo in una ridente ed intima località montana...

Hotel Lostville!
recensione di Michelangelo Benedettini



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Chiaverotti    

A differenza di alcuni episodi recenti, quest'albo presenta senz'altro un motivo solido e convincente per legare le sorti di Brendon a quelle della comunità in cui è rocambolescamente penetrato. Che cosa impedisce infatti, ormai da vent'anni, agli abitanti di Lostville di varcare il perimetro cittadino? (No, non si tratta di "saudade".)

Se siete curiosi di scoprire come l'autore vi intratterrà raccontandovi le follie che si annidano nelle menti schizofreniche degli abitanti-reclusi e gli efferati crimini che vengono pianificati all'ombra delle mura inviolabili, rimarrete di certo delusi.

Ad un inizio promettente, infatti, non fa seguito una vicenda di uguale intensità. La vita del piccolo paese arroccato tra i monti scorre placida e la rassegnazione regna sovrana, appena scalfita dai tentativi di "Cuore-Indomito" D'Arkness di risvegliare nei suoi ospiti (un po' sadicamente) desideri sopiti di libertà.

Tavole accurate ci raccontano quasi di un piccolo Eden, popolato da gente amichevole, uomini saggi e avvenenti fanciulle (che la Grande Tenebra abbia debellato anche le rughe e la cellulite?), nel quale il cibo non sembra mancare ed il whisky scorre a fiumi (sarebbe interessante sapere da dove proviene...). Insomma, la prigionia non sembra pesare più di tanto agli abitanti di Lostville ("Lei ti ama, ti nutre con le sue risorse" ci fa sapere un suo abitante).

Perlopiù il racconto gioca sull'attesa di qualcosa che tarda a manifestarsi e che, quando infine arriva, lascia un senso di delusione e di occasione sprecata.

Ma come si può venir fuori da una situazione apparentemente senza vie di uscita (sul modello "omicidio in una stanza chiusa dall'interno", per capirci) quando gli stessi abitanti hanno fallito in precedenza? Ovviamente tirando in ballo visioni rivelatrici, la tardiva reminiscenza dei soliti particolari sfuggiti ad una prima occhiata e conficcatisi nel subconscio, per finire con l'ennesimo colpo di teatro, che ci rivela l'esistenza di potenti alchimie e pratiche ipnotiche prodigiose, tanto efficaci ed avanzate, quanto poco credibili, se si pensa al livello tecnologico-scientifico in cui l'umanità dovrebbe essere ricaduta.

(20k)
Bang!
disegni di Gianluca Acciarino - (c) 2005 SBE
   

Ma se sembra che tutte queste spiegazioni non facciano già un pochino acqua, chi non l'avesse a portata di mano si procuri subito l'albo e si faccia un'idea di quanto appaiano ben misere e raffazzonate le giustificazioni addotte nel finale, a propria discolpa, dal responsabile del (sic!) "sortilegio" che avvolge la città.

E se qualche crepa si rende visibile nell'impianto narrativo, l'appunto maggiore va riservato allo scarso coinvolgimento emotivo. Un tema così affascinante (una prigione vasta ed affollata come...una città, magari sul punto di esplodere) avrebbe potuto offrire spunti per trame molto più cupe e allucinate.

Se facciamo un paragone col dylandoghiano "La casa degli uomini perduti", nel quale il protagonista percepisce la realtà in maniera completamente distorta, provocando nel lettore disorientamento ed angoscia, in "Lostville" l'atmosfera iniziale, nervosa ed oppressiva, scolorisce impietosamente; quell'incessante e caotico alternarsi tra dimensione reale e onirica che in questo genere di fumetti arreca un così "piacevole disagio" a chi legge, qui viene raccontato in maniera netta e calcolata, e dunque poco coinvolgente.

Senza nessuna minaccia reale all'orizzonte, l'inquietudine ed il senso di impotenza dell'eroe dinanzi allo scorrere del tempo sono resi in maniera poco credibile e la blanda tensione creata dal contesto claustrofobico viene spesso interrotta da dialoghi prolissi nei quali Brendon pare recitare, tanto i suoi sfoghi sembrano così poco spontanei. Neppure l'improvvisa esplosione di follia del "Cav.D.Ventura" impressiona il lettore attento, abituato ormai a fare i conti con un personaggio granitico, che seppur ci viene servito dall'autore sul piatto del mistero e condito con la salsa del dubbio, nella sostanza dimostra di essere refrattario ad ogni incertezza o tentennamento, nel più puro stile "Texiano".

Ad emblema della superficialità, con la quale talvolta si vuole tratteggiare l'atmosfera irreale e cupa del borgo, è l'incomprensibile vignetta (la numero 5 di pagina 42) che ritrae il volto crudele e compiaciuto di un ragazzino, chissa cosa ci aspetta dietro l'angolo, ci sorprendiamo a pensare... ma ovviamente in seguito non lo vedremo più.

Per concludere, i comprimari sono la riproposizione di un parco-caratteristi ormai conosciuto a queste platee...la fanciulla "insoddisfatta" dell'anziano marito, la bella locandiera, i miliziani sempre pronti ad estrarre per primi la pistola e sempre gli ultimi a sparare (se passate dalla Nuova Inghilterra ne vedrete i cimiteri pieni).



DISEGNI
Gianluca Acciarino    

L'opera di Acciarino rientra a pieno nel livello qualitativo medio-alto dei disegnatori della serie. Si pongono in evidenza la ricchezza di dettagli di ogni singola vignetta e la dinamicità di certe scene (vedi la battaglia sulla mongolfiera contro i rettili alati). In un lavoro ben curato in tutta la sua lunghezza, qualche pecca, a nostro modo di vedere veniale, è data dal tratto non proprio sottile che rende fin troppo morbide e rotonde le figure, dall'uso ripetuto di linee cinetiche per riempire le scene all'aperto e da una certa monotonia e fissità nell'espressioni dei personaggi (abbondano i primi piani), molto intense, mai spensierate, spesso severe ed accigliate.



GLOBALE
 

La copertina di Roi, alla sua ultima prova su questa testata, riprende solo marginalmente la vicenda e appare al di sotto dei suoi standard.

Dove eravamo rimasti? Cosa (non) è accaduto negli ultimi mesi?

Poche novità nella continuity della saga (Luna Nera, in primis), l'impressione lasciata nel lettore mediamente attento è quella di un'alternanza nella qualità e nello spessore delle storie prodotte, con elementi narrativi e stilistici ormai fossilizzatisi, nel bene e nel male.

Seguendo uno schema consolidato, il Nostro Eroe vaga su e giù per le strade della Nuova Inghilterra, costringendo l'infaticabile Chiaverotti a "fabbricare" in serie città e ambientazioni pronti ad ospitarlo. Solo il lettore occasionale può sorprendersi se nella cittadina (che nasconde inevitabilmente qualche atroce segreto) l'arrivo del Cavaliere di (S)Ventura si accompagna ad una serie di sanguinosi delitti (usualmente di procaci rappresentanti del gentil sesso).

L'accoglienza, non propriamente amichevole, del comitato cittadino non basta a far desistere il Nostro, senza macchia e senza paura (ma con occhiaie notevoli - "quelle sono la mia risorsa migliore con le fanciulle" - si premura di farci sapere, ma per l'adolescente brufoloso sovente ne rappresentano l'alternativa...) che, invece di filarsela a gambe levate, lasciando nelle pesti il triste borgo, si lascia convincere (da due occhi da cerbiatta...) a mettersi sulle tracce dell'assassino, il cui profilo risponde ad una precisa regola: più la sua natura sembra...soprannaturale ed in realtà meno lo è, o viceversa!

Il lettore chiude l'albo, confuso, interrogandosi su quali siano di volta in volta i limiti e, soprattutto, la credibilità dell'universo brendoniano.

 

 


 
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