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Se Chiaverotti nella prefazione si premura di avvisarci che la connotazione della storia che stiamo per leggere sarà decisamente fantasy, allora non rimane che una possibilità: allacciarsi le cinture e prepararsi a rimanere travolti dai suoi...
Deliri d'autore
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Proprio così. Dare carta libera alla fantasia sfrenata di Claudio Chiaverotti può davvero portare alla pazzia. Questo ultimo numero di Brendon è un po' come il Necronomicon di H.P.Lovecraft: un fiume di deliri in grado di far uscire di senno chiunque abbia l'occasione di leggerlo. Scherzi a parte, mai prima d'ora la follia visionaria dell'autore di Brendon aveva raggiunto simili picchi.
Liberato, grazie all'impianto dichiaratamente fantasy, da ogni costrizione di razionalità e verosimiglianza, Chiaverotti offre forse il meglio (o, a seconda dei punti di vista, il peggio) di sé. Orde di folletti impazziti, un cavaliere di ferro, una strega e mezzo e uno shining dal passato: un menu ricco di suggestioni apparentemente lontante tra di loro, che vengono cucite insieme in una storia oltre i limiti dell' eccesso e del grottesco. E proprio l'estremismo di tale operazione è la chiave del suo fascino, poichè in essa si vede chiaramente il fluire disordinato ma intrigante della fantasia umana spinta ai livelli ultimi. Manca inoltre, e ciò è insolito, il lato romantico. Molte delle più apprezzate storie di Chiaverotti hanno come protagonista l'amore e certamente un altro pregio dell'autore di Brendon è quello di saperne descrivere perfettamente il caratteristico retrogusto di pazzia. Inutile dire che in questo numero si sente molto la mancanza di questa tematica, tra l'altro presente spesse volte a sproposito nelle storie precedenti.
Cosa rimane dunque di buono? Molto di più di quanto non ci si possa aspettare. Dato per accettato l'audace e pretenzioso soggetto, il piacere della lettura è direttamente proporzionale alla propria capacità di calarsi nel clima surreale della storia. Le "brendonate", altrove insostenibili, hanno qui un diverso sapore. Dalla loro hanno infatti questa volta la forza e il vigore di una visionarietà sempre eccessiva, kitsch, ma spesso divertente e coinvolgente. In precedenza questa peculiarità della serie tendeva a scadere in un semplice manierismo dell'autore, incapace di trovare un equilibrio tra la dose di cattivo gusto (vedi il "prosciutto umano" del n.16) e quella di travolgente follia (le accattivanti apparizioni dei folletti di questo numero).
Colpisce positivamente il tratto di Emiliano Simeoni, soprattutto a una prima lettura. A ben vedere, infatti, ci sono ancora ampi margini di miglioramento per un artista che, qui all'esordio, ha il pregio/difetto di fare di molte vignette delle vere e proprie illustrazioni. Si nota immediatamente come Simeoni adori disegnare; molte tavole sono finemente cesellate e denotano un segno di sicuro valore. D'altro canto non può non saltare all'occhio l'inesorabile calo qualitativo del suo lavoro man mano che la storia prosegue: il segno si fa impreciso e l'autore sembra voler "tirare via" tutte le vignette che non lo ispirano particolarmente. Un tratto scarsamente funzionale, dunque, che a volte distrae il lettore con splendidi disegni e a volte gli fa storcere il naso con approssimativi primi piani dei personaggi. Proprio la caratterizzazione grafica di Brendon appare il punto debole di Simeoni. Il nostro cavaliere di ventura sfoggia a volta espressioni improponibili (vedi pag.32, 34, 39, 41), che mettono in luce un certo disagio dell'autore nel dare forma agli spigolosissimi lineamenti di Brendon. Va tuttavia riconosciuto a Simeoni il merito di aver tentato di approfondire la psicologia del protagonista, attaverso una serie di primi piani che cercano di andare oltre alla canonica espressione inebetita che tutto lo staff di disegnatori ha contribuito a conferirgli. Copertina di Roi discreta, ben costruita, ma forse troppo affollata di personaggi. Non particolarmente felice la coloritura. Pur nei suoi difetti sopra citati, questa è sicuramente la migliore tra le ultime avventure di Brendon. Quando Chiaverotti non è costretto a spiegarci tutto razionalmente le sue storie sono sicuramente più intriganti. Ben venga dunque il fantastico, se è accompagnato da una simile vena di scanzonata follia.
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