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" Le fate azzurre
uccidono"


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Gli ultimi due numeri non vi hanno trasmesso nulla? Amate farvi coinvolgere dalle trash...inanti atmosfere di Brendon? Avete follemente amato storie come "Nato il 31 febbraio" o "L'uomo delle stelle"? Pensate che la qualità ultimamente sia un po' calata? Allora non temete! E' tornato...

Il buon vecchio zio Brendon
recensione di Riccardo Panichi



TESTI
Sog. e Sce. Claudio Chiaverotti    

Brendon riesce sempre a stupirmi, nel bene o nel male. Prendiamo in esame la ancora breve vita editoriale del personaggio di Chiaverotti. Atteso spasmodicamente e preparato, pare, con cura maniacale, Brendon viene lanciato nelle edicole esattamente due anni fa. Il numero di esordio è un flop pauroso, penso che la pagina speciale che uBC ha dedicato a questo albo non necessiti ulteriori commenti. Dopo questa partenza shock il nostro cavaliere di ventura si assesta su standard medio-bassi e si fa notare più che altro per l'invidiabile staff di disegnatori. Proprio quando oramai la convinzione generale è che non ci siano possibilità di miglioramento, ecco che fa la sua comparsa nelle edicole "Il carro della paura", primo numero dignitoso della serie. Fortunatamente non è un fuoco di paglia. Gli fanno seguito infatti due buone storie, l'ultima delle quali può considerarsi a pieno titolo un lavoro completamente riuscito.

"Le carenze dei primi otto numeri sono tornate in tutto il loro sovrabbondante e barocco splendore"
   
E' quindi con una certa fiducia che mi sono apprestato alla lettura di questo n.12, che segna il secondo compleanno di Brendon. Una lettura inaspettatamente amara, non c'è che dire, amara perchè tutte quelle carenze di sceneggiatura, caratterizzazione e ambientazione, che avevano pesantemente inciso sulle prime otto storie e che si erano man mano affievolite fino a scomparire quasi completamente, sono tornate in tutto il loro sovrabbondante e barocco splendore.

I più accaniti sostenitori del nostro cavaliere di ventura hanno sempre indicato nell'atmosfera la caratteristica che permetteva alle storie di far passare in secondo piano i vuoti di soggetto e sceneggiatura. E in questo albo di atmosfera ce n'è in abbondanza. Tuttavia se analizziamo la struttura delle storie finora uscite noteremo che, per creare quella palpabile sensazione di sospensione tra sogno e realtà, Chiaverotti si è servito prevalentemente di tre artifici narrativi:

  • L'uso frequente e insistito dell'ellissi narrativa (ovvero l'omissione di alcune parti, di solito di collegamento, necessarie a dare continuità a un testo) . Alcuni esempi ce li possono fornire gli improvvisi cambi di ambientazione e l'assenza di didascalie, che sono state costanti della serie fino ad oggi. Costanti che contribuiscono a generare nel lettore il tanto decantato senso di sospensione e di frattura tra le varie sequenze e che concorrono poi nella creazione di piccoli, momentaneamente incomprensibili, colpi di scena, da chiarire poi nel corso dell'albo.

  • La scelta di utilizzare dialoghi o flussi di coscienza spesso surreali e sognanti. Si vedano ad esempio quelli di pag.12 o il monologo finale della macchina degli ologrammi. Inoltre la caratterizzazione di una buona parte dei personaggi, che risulta volutamente grottesca.

  • L'ideazione di un'ambientazione tanto affascinante quanto inverosimile. Si veda ad esempio la sequenza di apertura del n.1, dove veniamo introdotti in un mondo devastato dalla Grande Tenebra attraverso una serie di vignette mute di grande impatto, ma che ad un attento esame rivelano delle incongruenze enormi (locandine di film e manichini sopravvissuti all'impressionante ondata di calore).

    Dall'abilità con la quale Chiaverotti di volta in volta valorizza questi punti deriva dunque la qualità altalenante delle storie. Prendiamo in esame (finalmente) "Le fate azzurre uccidono". Tralasciando per un momento la questione della validità del soggetto, su cui tornerò sopra più avanti, cerchiamo di capire su quali basi si fonda la (presunta) atmosfera di questo numero. Vorrei in particolare soffermarmi sui dialoghi, che stavolta non avranno forse toccato il fondo ma quantomeno l'hanno raschiato.

    "I dialoghi questa volta hanno raschiato il fondo"
       
    Devono essere surreali e sognanti si era detto. E quello di pag.12 tra Fionnula e Brendon indubbiamente lo è! Peccato che sia pure patetico, oltre che scontato. Al di là dell'improvvisa e spiazzante apparizione della ragazza, è lo scambio di battute ad essere sconcertante. "Hai visto una fata?" domanda un Brendon più sconvolto che mai, "Certo, eccomi qua" risponde la spiritosa Fionnula, che evidentemente non sa che prima della Grande Tenebra la sua battuta era stata già detta da altre cinquecento ragazze.
    E che dire invece del folgorante ritorno di Emid Nox, al quale viene affidata una serie di spiritosaggini degne del peggior Groucho (oltre che superabusate). Ma il meglio deve ancora venire, perchè tutta l'energia creativa si è concentrata nel profondo monologo interiore della macchina degli ologrammi. Ovvero un delirante sproloquio farcito di retorica che si risolve con l'immancabile ripresa del celebre monologo di "Blade Runner" (basta!!!). Mi chiedo: sta forse in frasi come "Ho paura del vuoto che viene dopo la fine dei sogni", piccoli esercizi di stile che risultano solamente freddi e vuoti di significato, il segreto dell'atmosfera di Brendon? Temo di sì. Certo, a volte, nel corso di questi due anni, l'ispirazione c'è stata e i risultati si sono anche visti. La mia opinione è che se le storie fossero scritte con un maggior coinvolgimento emotivo e un minor autocompiacimento si riuscirebbe più facilmente a trasmettere le emozioni che le le strane avventure di Brendon avrebbero nelle corde.

    "Un soggetto interessante ma poco originale, che viene sviluppato in modo tanto corretto quanto scialbo"
       
    Due parole sulla trama, tutto sommato sufficiente. Non particolarmente originale forse, in quanto essa si risolve essenzialmente nell'ennesima storia di vendetta e in un colpo di scena purtroppo già visto e nemmeno troppo imprevedibile. Tuttavia questi due elementi sono miscelati abbastanza bene. A parte qualche incongruenza (non trascurabile, ma si è visto di ben peggio in passato), anche lo sviluppo del soggetto risulta tutto sommato corretto, quasi banale, anche se vengono tralasciati spunti che avrebbero meritato maggior approfondimento (il personaggio della madre di Fionnula, ad esempio). Decisamente la colpa della scarsa riuscita dell'albo va soprattutto ai dialoghi.



    DISEGNI
    Esteban Maroto    

    Terza prova per Esteban Maroto, che si conferma una valida spalla di Rotundo nel parco disegnatori di Brendon. Il suo tratto graffiato e un po' nervoso ben si adatta alle suggestioni che le apparizioni delle fate dovrebbero creare. Abbastanza bene gli sfondi, spesso ricchi di dettagli ben curati, e ottime alcune interessanti soluzioni di layout come quelle delle pagg.36-38. Dubbi invece su buona parte dei volti, disegnati sicuramente con una certa conoscenza dell'anatomia del viso ma realizzati molto spesso in modo inespressivo e un po' affrettato, tanto che talvolta i personaggi sembrano imbalsamati. Brendon in particolare, che già di suo non è particolarmente espressivo, non recita quasi mai, ma si limita semplicemente ad assumere una serie di pose plastiche, che paiono più che altro degli studi sul volto del personaggio.



    GLOBALE
     

    Della copertina di Roi apprezziamo più l'intenzione che la realizzazione. Bella infatti la scelta dell'inquadratura e della situazione, troppo spigolosa invece la resa della fata e del primo piano di Brendon. Coloratura un po' opaca ma molto ben realizzata. Al globale è stato tolto qualche punto per la delusione che segue la lettura di questo albo, inaspettata rottura di un trend positivo che sembrava ormai ben avviato. Un punto in meno anche per la gestione della posta, che continua a non piacerci e che ormai quasi ci innervosisce leggere. Chiudo con la speranza che già il prossimo numero, che si prospetta importante per la serie, sappia sorprenderci nuovamente, questa volta in positivo.

    Vedi anche la scheda della storia.
     

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