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Sinfonia alchemica

Urbs e orbis: la Roma di Mercurio Loi
Recensione di  |   | bonelli/


Sinfonia alchemica
Le Storie n.28


Scheda IT-LSTR-28

Se come vuole la locuzione latina nomen omen il nome è un segno, una prefigurazione del destino, allora nell’aprire un albo intitolato Mercurio Loi già dobbiamo attenderci la mutevolezza, l’enigmaticità, la complessità, la brillantezza, l’imprevedibilità, la giocosità e finanche la contraddittorietà che ne trapuntano le pagine.

Il mercurio è elemento alchemico per eccellenza, trasformabile in qualunque altro metallo; è il lucente argento vivo che saetta svelto e imprevedibile come la lingua di una lucertola; è il metallo anomalo che può esistere allo stato liquido a temperature compatibili con la vita (quanto meno era l’unico tale metallo noto al tempo in cui Alessandro Bilotta ambienta la sua storia). E Mercurio Loi, il personaggio come la storia di Bilotta, è del pari tutto questo. È un uomo inconoscibile e un racconto così poliedrico da risultare non completamente decifrabile. È un uomo così enigmatico e stratificato da non rivelarsi appieno neppure nella somma con il suo doppio speculare, quell’altrettanto indecifrabile Tarcisio Spada con il quale il loro autore afferma di provare affinità. È un uomo così complesso da saper controllare e analizzare nel profondo le sue paure, ma anche così semplicemente umano da conservare lati - e paure - inaccessibili a sé stesso. È un uomo il cui lato freddamente intellettuale pareggia un’attitudine esistenziale profondamente romantica (il romanticismo che può essere di Füssli nell’arte o di Novalis, Keats o Byron nella poesia e nella narrativa). È uomo apollineo e dionisiaco al contempo, in una sintesi apparentemente ardita ma in realtà specchio della complessità che è dell’uomo.

un uomo così complesso da saper controllare e analizzare nel profondo le sue paure, ma anche così semplicemente umano da conservare lati - e paure - inaccessibili a sé stesso.

Mercurio è antica divinità romana (e laziale, e simile ad altre divinità etrusche ecc.) dei commerci: dio culturale, dunque, della civilizzazione, degli scambi e dei cambiamenti; dio della parola e dell’eloquenza, come è scritto nel suo essere, al pari del greco Hermes, portatore del messaggio della volontà degli dei. Nel lato più in ombra di Mercurio vi è la sua natura di dio della scaltrezza - egli non è banalmente anche il dio protettore dei ladri, ma il protettore del ladro il cui spirito incarni la scaltrezza del dio; vi è il suo essere psicopompo: guida delle anime trapassate. E Mercurio Loi, l’uomo come il personaggio, lo ritroviamo tale nella storia. Dal suo immaginario e fantasticato guidare l’anima di Beatrice Cenci alla pace, al suo ruolo di tramite tra il consesso di Sciarada e il mondo esterno. Dal suo giocare al cambiare la vita degli altri al suo operare, per vie che appaiono traverse e laterali, al fine di mutare la realtà del mondo.

Mercurio è il pianeta più vicino al Sole, dunque alla fonte di energia e di vita del nostro spicchio di universo ed è il pianeta che possiede l’orbita più eccentrica, ossia più ellittica, meno circolare e se vogliamo meno regolare. E Mercurio Loi, come il pianeta al Sole, desidera e tende più di ogni altro ad avvicinarsi alla verità delle cose, agisce nel mondo per vie eccentriche, ma ugualmente controllate come l’orbita di Mercurio. Nell’irrisolvibile dissidio della malvagità operativa del suo desiderio di far bene Tarcisio non tende al vero e alla conoscenza ma a una titanica affermazione della propria volontà. Nel suo generoso e romantico agire, Ottone si dibatte ciecamente tra gli interstizi dove si depositano i detriti dei sommovimenti storici. Mercurio (Loi) opera il bene in conseguenza della sua ricerca della verità.

I segreti della narrazione seriale per Mercurio Loi
Tavola di Matteo Mosca, pag.9

(c) 2015 Sergio Bonelli editore

I segreti della narrazione seriale per Mercurio Loi<br>Tavola di Matteo Mosca, pag.9<br><i>(c) 2015 Sergio Bonelli editore</i>

Nella ricchezza e complessità di una storia così labirintica, stratificata e affastellata si ritrovano ancora innumerevoli altre suggestioni e si ricavano altrettanto spunti di riflessione. Vi è spazio per il gioco metanarrativo (si veda lo scambio di battute tra Mercurio e Ottone a pagina 9) che si fa riflessione sui meccanismi, forse inaggirabili della narrazione seriale. Narrazione seriale di cui Mercurio Loi vuole essere un simbolo, con l’esplicito riferimento concettuale e iconografico a Sherlock Holmes - dal quale si differenzia per la simpatia che suscita nonostante puntigliosità e meticolosità che sconfinano nell’acribia. Ma anche simbolo dal quale gli autori paiono volersi sottilmente dissociare: la raffigurazione holmesiana di Mercurio si confonde con le fattezze di Gipi, a ribadire una chiave di lettura duale per il personaggio e la storia, nel rimando a una modalità di fare fumetto assai lontana dalla serialità. Vi è spazio per il gioco culturale, del quale Bilotta intesse la sua narrazione. Un gioco che non è solo tale, unendo al gusto per la notazione colta o curiosa la creazione dell’ambientazione narrativa dei personaggi, l’habitat entro il quale si muovono Mercurio, Ottone, i membri di Sciarada. Forse anche oltre: laddove Mercurio e Ottone discutono di ragazzi prodigio, Ottone cita Mozart, allora morto da una trentina d’anni, e le sorelle Milanollo, la maggiore delle quali sarebbe nata un paio d’anni dopo le vicende narrate in quest’albo. Se non una sciarada pare comunque un enigma quello che pone Bilotta: una sfida all’attenzione e alla curiosità del lettore o una licenza dell’autore che si inserisce nella vicenda dei suoi personaggi mettendo loro in bocca in modo patente la sua conoscenza, in un rimando speculare al gioco di pagina 9. Vi è spazio per una rappresentazione fine della psicologia e personalità dei protagonisti e comprimari. Se Mercurio, ancora una volta dualmente, è interiormente così vasto e in tante parti inesplorato e inesplorabile, egli è anche straordinariamente umano nel suo agire quotidiano, nel suo preoccuparsi del mondo e delle persone che gli sono care, da Ottone al paterno maggiordomo Ercole, e anche delle persone che il caso pone sulla sua strada, come Lucrezia. Dal suo lato in ombra, che tale resta, emerge la sua aracnofobia che percorre l’intero arco della storia, anche nella presenza inquietante del ragno inosservato (il rimosso dell’inconscio?) che appare qui e là nelle pagine dell’albo. La paura dei ragni è una di quelle fobie che nell’uomo nascono in tempi preistorici, forse precedenti la nostra stessa specie, e in un Mercurio rappresentazione quintessenziale della civilizzazione è immaginabile che evochino il lato irrazionale, primitivo, inconscio e in una parola incontrollabile della sua psiche. La dualità di Mercurio si rispecchia in quella di Tarcisio, l’erede/figlio che ha ucciso (interiormente, e vorrebbe anche nei fatti) il mentore/padre con troppo anticipo, prima di averne potuto introiettare la lezione. O che forse ancora non riuscito a uccidere dentro di sé quel mentore/padre. Di sicuro, come egli afferma, Mercurio ha fallito con Tarcisio come padre, non ha saputo porre e quindi fargli prendere coscienza dei limiti che pone la Legge del Padre come argine al caos interiore e sociale. In Tarcisio l’Angelo ha evocato e scatenato il Demone; l’umano si perde nel disumano; nel divenire un fine assoluto, il Bene si disancora dalla realtà e dalla concretezza dell’umano, del quale finisce per dimenticarsi: è la base di ogni idea totalizzante, e per ciò stesso di ogni totalitarismo. Tarcisio, che è speculare a Mercurio, è dunque modello titanico del tiranno moderno, e ce ne rammenta la profonda realtà umana alla scena delle pagine 106-107 laddove la materializzazione delle sue paure ci mostra il terrore della morte e del senso di colpa che sono alla base del suo agire, del suo idealismo assolutizzato. Per contro le figure di Ottone e di Lucrezia appaiono sbalzate in pieno rilievo in tutta la loro umana condizione. Condizione di spiriti inquieti se non tormentati, alla ricerca di un equilibrio interiore ed esteriore che sfugge loro dalle mani. Dal primo '800 della storia di Bilotta questa bizzarra coppia, non ancora tale, pare riassumere le inquietudini, gli errori, le tensioni ideali, le chiusure, l’intelligenza, le frustrazioni, il disperato bisogno d’amore della gioventù della nostra modernità. A essi va aggiunta l’orchestra dei personaggi di contorno e supporto alle voci solistiche: dal comandante della Fortezza Sant’Angelo al fruttivendolo avaro, dalla delicatissima figura di Ercole a quella altrettanto delicatamente tratteggiata nella sua disperazione della vecchia a cui Tarcisio regala le mele, dal calzolaio che copre le notti vagabonde di Ottone ai genitori ingenui di quest’ultimo; tutte quelle figure che insieme compongono un mosaico che costituisce lo sfondo e il sostrato reale della narrazione dell’albo, oltre che una magistrale collezione di bozzetti che danno corpo a una storia autentica e concreta.

Tarcisio Spada affronta i suoi fantasmi
Tavola di Matteo Mosca, pag.106

(c) 2015 Sergio Bonelli editore

Tarcisio Spada affronta i suoi fantasmi<br>Tavola di Matteo Mosca, pag.106<br><i>(c) 2015 Sergio Bonelli editore</i>
Se Mercurio, ancora una volta dualmente, è interiormente così vasto e in tante parti inesplorato e inesplorabile, egli è anche straordinariamente umano nel suo agire quotidiano, nel suo preoccuparsi del mondo e delle persone che gli sono care

E poi vi è Roma. Non l’odierna metropoli sporca, caotica, per lo più dimentica del suo passato. Teatro dell’azione è la Roma papalina e belliana del 1825, altrettanto sporca e dimentica del suo passato, e anche altrettanto caotica sebbene in modo completamente diverso da oggi. Una Roma che però Bilotta espande nel tempo e nelle sue coordinate storico-mitologiche. Al di là della sua funzione narrativa all’interno della storia il fantasma di Beatrice Cenci è il fantasma stesso della città, percossa e violentata nella sua dignità da secoli e per secoli, punita nei suoi fremiti di rivalsa e libertà. Una Roma nel cui ventre profondo sopravvivono i barbaglii di un passato lontanissimo, precedente la fondazione stessa dell’Urbe; una Roma nelle cui viscere vediamo aggirarsi individui ricoperti di pelli di lupo come nel rito dei Lupercalia, cerimonia tra le più antiche della religione romana come è testimoniato dal suo essere officiata dai sacerdoti Luperci, appartenenti a quello che probabilmente fu il più antico sodalizio sacerdotale romano, e così remota nel tempo da essere divenuta misteriosa nei suoi scopi già ai romani dell’età classica. Rito tuttavia lustrale quello dei Lupercalia, e appare allora ragionevole che nel suo rigore privo di pietà Tarcisio strumentalizzi questa funzione dei Luperci e ne faccia dei portatori di morte "purificatrice" per gli elementi di disturbo, gli elementi che non rientrano nel suo schema. Come la sua nemesi Mercurio. È una Roma praticamente senza preti questa di Bilotta e Mosca, ed è un aspetto sorprendente per la Roma del 1825. Una Roma racchiusa nel suo centro, attorno al suo cuore tiberino e alle sue piazze e vie che trasudano (spesso letteralmente ) storia passata e presente miseria. Ma è una Roma di intellettuali laici e di popolani, di guardie impennacchiate e di rivoluzionari romantici e sconclusionati che scambiano un passante per il boia Mastro Titta e lo pugnalano a morte. C’è il Porto di Ripetta e il Tevere su cui andavano i barcaroli; c’è Castel Sant’Angelo, allora Forte e prigione papalina, un tempo più antico ancora mausoleo dell’imperatore Adriano (II secolo d.c., non I come in un altro "errore" temporale afferma Mercurio a pag.74). Ci sono i marmi, i legni, i broccati dei palazzi romani. Manca la presenza visibile della Chiesa, pure immanente in quella Roma: come a evocarne il controllo fondato sulla sfera invisibile? Chissà.

questa Roma ricca e ribollente di vita e di morte è resa viva in ogni suo dettaglio dal tratto ispirato di Matteo Mosca

Questa Roma magmatica, brulicante di cose e di persone, di squarci di miseria e di lampi di ricchezza, una Roma tutta di umide notti scure, nebbiose allucinazioni, albe fredde, di oscuri sotterranei e segreti palazzi carichi di orpelli, di strade di mercato e case di artigiani - questa Roma ricca e ribollente di vita e di morte è resa viva in ogni suo dettaglio dal tratto ispirato di Matteo Mosca. Al realizzatore grafico va il merito di aver saputo tradurre in immagini ogni suggestione e ogni dettaglio ricavabili dal testo bilottiano, così da infondere al racconto una vividezza e autenticità che consentono al lettore di entrare veramente dentro la storia narrata. Altrettanto eccellente è la scenografia, la cura messa nelle immagini architettoniche e d’arredamento, di abbigliamento e nell’arredo urbano. Ancor più curata è la realizzazione grafica dei personaggi, sui volti dei quali Mosca pare riuscire davvero a mostrare gli stati d’animo e talvolta il loro essere più profondo - o simbolico. Le guardie che sembrano burattini; il piccolo Dante che pare uscito anch’egli dal teatrino delle marionette (e in fondo è stato una marionetta nelle mani di Tarcisio, o così pare); le mille mutevoli evoluzioni del volto di Mercurio, capace del più genuino stupore e piacere intellettuali alla vista di un Luperco redivivo come del più genuino terrore quando si ritrova circondato dai ragni; il volto tormentato, inquieto e irrisolto di Ottone; quello scanzonato del calzolaio; la gamma di espressioni di Lucrezia, modulate dall’ammiccamento alla delusione; le emozioni che di volta in volta traspaiono dal volto del fantasma di Beatrice Cenci; l’ineffabile rappresentazione di Galatea. Ogni particolare concorre alla riuscita di un lavoro che lascia ammirati sia per la ricchezza scenografica che per l’aderenza alla narrazione.

I personaggi dovrebbero tornare in futuro, di certo questo singolo albo non appare in grado di contenerli appieno; e non perché il racconto sia affrettato o incompleto, quanto perché, in un ulteriore gioco narrativo, questo racconto ne evoca e suggerisce altri.

Mercurio Loi, Le Storie n.28, di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca, 110 pg. b/n, brossurato, Sergio Bonelli Editore, gennaio 2015, 3,80€

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