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Sogno o realtà?

la fine delle visioni o la visione della fine?
Recensione di , A.Tripodi |   | bonelli/


Sogno o realtà?
Jan Dix 14 "Lo sguardo cieco"


Sogno o realtà?

Scheda IT-JNDX-14

Un albo di difficile lettura, questo ultimo numero di Dix. E di altrettanto difficile analisi, sia per i molti livelli di interpretazione offerti, sia per il linguaggio usato, complesso e raffinato.

Sicuramente, una conclusione eccellente per una serie che forse non tutto il pubblico ha saputo apprezzare, schiacciata dalla forte ed ingombrante eredità di Napoleone ed appoggiata ad un'asse portante impegnativo e di nicchia come l'arte.
Non è questa tuttavia la sede per un'analisi dell'intera serie: questo ultimo numero, infatti, è godibilissimo in totale autonomia, e non necessariamente deve essere letto come una summa dei 13 numeri precedenti.

Sicuramente è la summa dell'interiorità di Jan Dix: un intenso e accorato monologo accompagna l'intero albo, ed è Dix stesso a guidare il lettore in ogni pagina, ma soprattutto nei meandri delle sue riflessioni e inquietudini, con profondi richiami alla filosofia contemporanea.

Il linguaggio stesso del fumetto è moderno e incisivo: le didascalie testuali danno spazio all'interiorità del protagonista, e le sequenze disegnate dipanano lo svolgimento delle vicende che si susseguono. L'effetto che nasce dal contrasto funziona perfettamente: come in un coro polifonico, voci indipendenti si fondono per offrire un diverso e perfetto risultato armonico.

L'intera vicenda di Jan Dix può essere interpretata come un processo edipico irrisolto. Il protagonista non si è mai distaccato della figura materna e riesce a intravedere la realtà solo attraverso la madre o per il tramite di Annika che l'ha sostituita nel suo inconscio.

Incombente inconscio

Il senso di una tragedia esistenziale, umanamente universale, porta il lettore ad una identificazione più intensa di una spettatoriale compassione. Il momento del distacco dalla madre è un evento che può essere più o meno voluto, più o meno drammatico, ma comunque inevitabile e fondamentale nell'esistenza di tutti. Evento che, comunque si verifichi, figura la perdita di un intero mondo emozionale: quello dell'innocenza e della fanciullezza.

Dix con la morte della madre ha perduto sé stesso e la capacità di percepire e vedere correttamente le rappresentazioni del reale: è un richiamo alla filosofia di Schopenhauer, secondo cui il mondo non esiste in sé stesso ma solo attraverso le rappresentazioni elaborate dall'intelletto degli individui.

Le suggestioni del filosofo tedesco si mescolano con il pensiero artistico di Monet sulla realtà e sulla funzione che ha l'arte nella sua rappresentazione. La fumettistica elaborazione delle riflessioni dell'artista francese fa sì che questo albo costituisca anche un ben congegnato momento divulgativo di storia dell'arte. Ma questa è una caratteristica della serie: il valore aggiunto di Jan Dix sta nell'originalità di un fumetto seriale che esplicita riflessioni sul significato della produzione pittorica e sulle modalità con cui l'artista opera per offrire emozioni e restituire la realtà attraverso la propria interiorità. E' significativo il fatto che questo avvenga in un prodotto artistico-comunicativo che si era innestato, alla fine dell'Ottocento, proprio nella tradizione pittorico-illustrativa. In questo senso si potrebbbe dire che il rampollo della pittura, definitivamente divenuto adulto e consapevole, analizza il suo augusto antenato e facendo questo, riflette sui propri presupposti artistici e sulle proprie modalità comunicative.

A questo punto il cerchio si può chiudere proprio con Schopenhauer che ritiene l'espressione artistica come il primo grado di liberazione dell'uomo dal servaggio cieco della "Volontà", termine con cui il filosofo definisce l'impulso del vivere, impulso in se stesso inconscio e immotivato che nega la vera coscienza all'umanità.

Però la principale chiave di intepretazione di questo albo investe prettamente l'analisi degli aspetti dell'inconscio, direttamente correlati alla psicoanalisi. Aspetti che, peraltro, Ambrosini ha sempre privilegiato nei suoi lavori.

Le profondità dell'inconscio sono rappresentate, in metafora, dal mare che si presenta come protagonista in apertura e in chiusura della storia. Nel primo "sogno" Dix si getta in mare per salvare un bambino che sta sprofondando negli abissi marini: può essere letto come la trasfigurazione onirica del desiderio del protagonista di salvare il sè stesso bambino dalle profondità dell'inconscio in cui sente di star sprofondando.

Ancora il mare ripropone le figure di tante donne: la madre, l'amica, Annika bambina ma anche la sirena, straordinaria e ambigua, che emerge dal mare. La sirena riassume in sé numerose figure contraddittorie, parte dell'immaginario maschile, che vengono esplicitate: potrebbe essere una creatura affascinante, potrebbe essere una mistificazione come Betty, la spogliarellista, comunque oggetto del desiderio. Infine si rivela un mostro, simbolo dell'inconoscibile femminino, che si rituffa nel fondo, negli abissi di quel mare che, se superficialmente richiama la gaiezza della vacanza, esprime la sua reale essenza nella sua inquietante immensità popolata dagli incubi dell'inconscio.

La fine o un nuovo inizio?
Jan Dix, pag. 130

(c) 2010 Sergio Bonelli Editore

La fine o un nuovo inizio?<br>Jan Dix, pag. 130<br><i>(c) 2010 Sergio Bonelli Editore</i>

L'intera vicenda di Jan Dix può essere processata come un processo edipico irrisolto. Il protagonista non si è mai distaccato della figura materna e riesce a intravedere la realtà solo attraverso la madre o per il tramite di Annika che l'ha sostituita nel suo inconscio.

Un finale spiazzante, nel contempo definitivo e in divenire, rassegnato ma speranzoso.

Il rapporto di Dix con la figura femminile è comunque tormentato: è di dipendenza, di assuefazione ma anche di diffidenza. La mostruosità della sirena in questo senso è esemplificativa, a livello di inconscio, dell'impossibilità dell'uomo di racchiudere la donna, primordiale ed archetipico "altro da sé", entro i limiti della propria razionalità. Coerentemente con ciò Jan Dix si duole di non ricordare il volto della madre e, in uno dei sogni, ammette di non conoscere veramente Annika. In tal senso, questo numero spiega le forti incomprensioni fra Jan e Annika che hanno costellato la serie.

Eppure, sebbene incomprensibile, la figura femminile è indispensabile all'equilibrio mentale di Dix. In assenza della figura materna Jan Dix ammette a sé stesso di aver vissuto una realtà inintellegibile, piena di storture. I mostri di una realtà deformata tornano nei sogni di Dix adesso come macabro presagio della prossima scomparsa della ragazza. Così come le dissolvenze inquietanti di Annika, sono un segnale che Dix capirà troppo tardi.

In questa lettura, la morte di Annika e il suicidio di Jan Dix sono tragicamente consequenziali. Jan Dix non è in grado di vivere privato della figura materna senza la quale ha perso "la percezione del mondo" (pag. 116). L'unica soluzione a questo punto è il suicidio, attraverso il quale il protagonista è restituito a una nuova dimensione che gli consente di ricominciare e rappresentare una nuova realtà probabilmente più misericordiosa nei propri confronti.

...e se fosse solo un sogno?

Se, come abbiamo appena visto, da un lato l'albo può essere letto con un approccio filosofico e psicanalitico, dall'altro l'onirico e il fantastico si svelano in tutta la loro forza. L'altalenante passaggio tra sogno e realtà consente ad Ambrosini di salutare il lettore con un finale ambiguo. E' realmente morta Annika? Si è veramente suicidato Jan Dix? La tragica morte di entrambi protagonisti della serie rappresenterebbe un fatto pressoché unico nella storia della serialità Bonelli, che aprirebbe dibattiti morali e che è forse anche poco in linea col tipico approccio della casa editrice.
Due decessi, tuttavia, quanto mai atrocemente contemporanei e attuali: un suicidio e un coma vegetativo che scivola nella morte. Un finale quindi estremamente scioccante, che però è perfettamente in linea con l'intero albo.

Per quasi 100 pagine Dix mescola sogno e realtà, inciampa nei ricordi e dialoga con persone assenti, con persone che lui ha la sensazione di perdere, in primis la stessa Annika, sovrapposta continuamente alla madre già perduta. Perchè quindi, come dice lui stesso, anche l'ultima perdita non potrebbe essere un sogno, o meglio un riflesso della realtà? Annika forse non è veramente morta, è solamente l'ennesima proiezione della mente stanca di Dix. Una mente così stanca da perdersi a sua volta, e da immaginare (Sognare? Desiderare?) il gesto più estremo: il suicidio.

Un finale quindi quanto mai aperto, ma non per questo incompleto o inconcludente. Tutt'altro: Ambrosini corona un suo lucido narrare per immagini, per visioni, e sottolinea il potere della mente nel dare vista a spezzoni di vita quanto mai reali. L'esempio artistico è confermato proprio da Monet, pittore cieco in grado di rendere su tela la sua realtà. In quest'ottica, è persino lecito pensare di aver immaginato l'intera serie, di essere entrati in un universo onirico frutto dei pensieri e desideri di Dix.

Un finale che richiama dotte citazioni, nella letteratura ("Se noi ombre vi abbiamo offeso, pensate di aver solo dormito mentre sono apparse queste visioni, e tutto è a posto", diceva il folletto Puck di shakesperiana memoria), nel fumetto stesso (Sandman e i suoi universi), nell'arte ("Il sonno della ragione genera mostri" del visionario Goya).

Un finale spiazzante, nel contempo definitivo e in divenire, rassegnato ma speranzoso. E se per una volta una miniserie dichiarata dovesse avere un proseguimento, sarebbe (oltre che auspicabile) un fluido inserirsi, un altro sogno che prende vita e si unisce agli altri.

Il sogno di Dix che sogna di sognare.

"Lo sguardo cieco", Jan Dix n.14, testi e disegni di Carlo Ambrosini, 132 pg. b/n, brossurato, Sergio Bonelli Editore, bimestrale, in edicola da luglio 2010, €3,5

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